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  • Perché il campo largo farebbe meglio a fare a meno di Renzi

    Perché il campo largo farebbe meglio a fare a meno di Renzi

    Elly Schlein vuole Matteo Renzi nel campo largo. Dal punto di vista logico-matematico ha ragione. Centrodestra e centrosinistra sono dati in pareggio. Per pochi punti, l’uno può prevalere sull’altro. Italia Viva vale circa il 3%, che forse potrebbe valere qualcosa di più se attraesse gli elettori di “sinistra” o “anti-destra” delle altre formazioni centriste. Quelli non convinti dall’eventuale avventura solitaria di Calenda e Marattin. Oltre il dato percentuale, conta il dato politico-culturale: Italia Viva nel centrosinistra rappresenterebbe l’area “riformista”. L’idea stessa di campo largo mira ad allargare il più possibile il campo democratico contro la destra, come un fronte nazionale o costituzionale. Perché Matteo Renzi non dovrebbe farne parte? La valutazione contraria ha le sue buone ragioni.

    La prima è che il 3% renziano potrebbe essere neutralizzato, o addirittura superato in negativo, dalla quota di antirenziani che il campo largo perderebbe se comprendesse Italia Viva. Una parte della sinistra identifica Renzi con politiche istituzionali e sociali di destra. Dal tentativo di abolire il Senato per rafforzare i poteri dell’esecutivo, all’abolizione dell’articolo 18 con il Jobs Act, che ha aggravato la precarizzazione del lavoro.

    Ma quel che è deleterio in Renzi, oltre le sue politiche, e che lo distingue da molti leader di sinistra moderati, è il profilo retorico e antropologico. Un modo di porsi che risulta provocatorio e antipatico verso la sinistra. Il 19 giugno, alla festa Fiom di Bologna, il giornalista Marco Damilano ha chiesto a Schlein, Conte e Fratoianni se la foto del campo largo non andasse allargata anche a Renzi: la platea ha risposto con un boato di no, prima ancora che i tre potessero rispondere.

    Ciò detto, il leader di Italia Viva ha problemi soprattutto con il M5S, il principale partito di opposizione al governo Renzi tra il 2014 e il 2016. Renziani e grillini si sono sempre reciprocamente percepiti come avversari principali. Lo stesso Renzi è stato l’artefice della caduta del secondo governo Conte.

    Qui arriviamo al secondo motivo. Se Italia Viva fosse numericamente decisiva per la vittoria del campo largo, potrebbe poi diventare determinante per la stabilità del suo governo. Questo richiede una grande fiducia in Matteo Renzi. Ma l’esperienza insegna a non averne. Renzi ha costruito la sua fortuna politica scardinando le carriere altrui.

    Nel 2011-2013, ha debuttato come rottamatore, in particolare contro D’Alema. Nel 2014, ha fatto cadere il governo di Enrico Letta per prendere il suo posto a Palazzo Chigi. Dopo le elezioni del 2018 ha impedito a priori ogni tentativo di alleanza tra PD e M5S, favorendo la formazione del governo giallo-verde. Nel 2019, dopo il comizio di Salvini al Papeete, ha ribaltato completamente la sua prospettiva, favorendo l’alleanza tra PD e M5S, salvo poi, una volta nato il governo giallo-rosso, lasciare il partito e fondare Italia Viva. Una scissione senza neppure un casus belli, dato che il PD di Zingaretti si era ancora una volta adeguato alla sua linea, per mantenere l’unità del partito, anche a costo di smentire se stesso.

    L’obiettivo dichiarato da Renzi era replicare l’operazione di Macron con En Marche contro il Partito Socialista francese: cannibalizzare il PD attraendone l’elettorato riformista. Non gli riuscì, ma quando, nel 2023, arrivò alla segreteria Elly Schlein, Renzi tornò ribadirlo, convinto che ora i riformisti del PD sarebbero transitati in massa verso Italia Viva. Due anni prima, nel 2021, tolse la fiducia al governo Conte, affinché i fondi del PNRR fossero gestiti da un governo tecnico di unità nazionale, rimettendo così in gioco la destra nella gestione delle risorse. Nel 2022 tentò l’alleanza organica con il solo Calenda, per poi affossarla nel 2023 quando venne al dunque il nodo del partito liberaldemocratico unificato. Oggi vediamo Renzi aver maneggiato nel dividere Vannacci da Salvini, per tentare di mettere in crisi tutto il centrodestra.

    Cosa lascia pensare che l’iperattivismo tattico di Renzi si fermi dopo un’eventuale vittoria del campo largo, con lui stesso in posizione determinante? Questo leader resta fondamentalmente un democristiano, tale è la sua origine, convinto che l’Italia si governi dal centro. Che a Palazzo Chigi sieda Elly Schlein o Giuseppe Conte, Renzi continua a preferire lo schema del governo Draghi. Cosa gli impedirebbe di agire per tornarci? Se sarà Conte a guidare il governo, troverà in Renzi un avversario naturale. Se sarà Schlein, le risulterà forse umanamente più compatibile, ma già da mesi Renzi promuove pubblicamente, come alternativa a lei, la leadership della sindaca di Genova Silvia Salis.

    Forse Elly Schlein vede in un campo largo così eterogeneo, con rivalità irrisolte, la condizione ottimale per porsi come punto di equilibrio. Ma questa posizione potrebbe costarle un impiego di tempo ed energia molto logorante, specie se i due leader, Conte e Renzi, non le riconoscono la necessaria autorità, e anzi vedono in lei chi occupa il posto che spetterebbe a loro. Per tutte queste ragioni, il campo largo farebbe meglio a fare a meno di Renzi. Sarebbe un campo solo un po’ più stretto. Ma almeno sarebbe un campo sminato.