Il ricordo delle tragedie della Seconda guerra mondiale dovrebbe essere un monito a non avvicinarci mai più a ciò che le ha rese possibili. Eppure, per una parte di noi, le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, i bombardamenti a tappeto sulle città – da Coventry a Dresda e Amburgo – e lo sterminio degli ebrei e di altre minoranze non rappresentano più un limite invalicabile, ma una giustificazione per varcare di nuovo quella soglia. Se lo hanno fatto loro, per sconfiggere il nazifascismo, possiamo farlo anche noi, per sconfiggere i nostri mostri. O, peggio, se vogliamo prevenire un genocidio che potrebbe colpire noi o chi ci somiglia, dobbiamo colpire per primi, annientare chi ci minaccia.
La memoria, per alcuni, ha smarrito la sua funzione immunitaria. O meglio: reagisce in modo autodistruttivo, come quelle risposte immunitarie che, cercando di difendere l’organismo dalla malattia, finiscono per distruggerlo.
Anche di fronte a crimini di guerra gravi, ci sono notizie che stentiamo a credere, tanto appaiono insensate. Tuttavia sappiamo che in guerra – e non solo in guerra – la pratica di disumanizzare il nemico porta spesso a disumanizzare anche se stessi, fino a sfociare in una crudeltà gratuita. Per questo, per quanto sembri incredibile, non possiamo liquidare con leggerezza la denuncia di Francesca Albanese: soldati israeliani che, nei centri di distribuzione del cibo, sparano tra i civili ammassati, mirando anche alla testa e ai testicoli dei bambini.
Eppure, comportamenti simili sono già stati denunciati e documentati, anche dalla stampa israeliana. Per esempio, Haaretz, nel marzo 2020, riportò le testimonianze di soldati israeliani che raccontavano come i cecchini facessero a gara tra loro – con tanto di punteggi assegnati – per colpire le ginocchia dei manifestanti, compresi i bambini, durante le Marce del Ritorno. Una forma di lotta non violenta dei gazawi contro l’assedio, che l’IDF ha represso con centinaia di morti e migliaia di feriti, tra cui molti bambini amputati alle gambe.
Israele affama Gaza, ma accusa i palestinesi di rubare gli aiuti.
È questa, da alcuni giorni, la tesi rilanciata con rinnovata insistenza dalla propaganda israeliana: la carestia non sarebbe più responsabilità del blocco imposto da Israele, ma delle “bande palestinesi” che intercettano il poco che riesce a passare.
Molti profili filo-israeliani stanno citando i dati pubblicati sul portale ONU UN2720 – una piattaforma operativa per il monitoraggio degli aiuti – per sostenere che quasi tutti i carichi vengono rubati, lasciando la popolazione senza soccorsi. A sorpresa, questa lettura è stata fatta propria anche dal fact-checker David Puente, che su Open ha pubblicato un articolo intitolato:
«Gaza, ecco perché gli aiuti umanitari non arrivano: la maggior parte vengono rubati – I dati ONU».
Secondo l’articolo, basato sui dati UN2720, l’85% degli aiuti entrati nella Striscia tra maggio e luglio 2025 sarebbe stato dirottato da bande armate e poi rivenduto sul mercato nero. Il risultato? Dei circa 2.000 camion passati in quei due mesi, solo 200 avrebbero raggiunto effettivamente la popolazione affamata.
Il punto cieco: il blocco israeliano
Ma questa lettura omette un dato fondamentale: per evitare la carestia, secondo OCHA (Ufficio ONU per gli Affari Umanitari), a Gaza dovrebbero entrare almeno 500 camion di aiuti al giorno. Invece, i dati citati da Open rivelano che ne sono entrati in media solo 33 al giorno – meno del 7% del fabbisogno minimo.
Dunque, quell’85% di aiuti “rubati” non si riferisce alla totalità degli aiuti necessari, ma a una minuscola frazione di ciò che Israele permette di far passare. Il vero scandalo non è il saccheggio, ma l’embargo: a Gaza manca il 93% del cibo necessario perché Israele lo trattiene ai valichi.
La distorsione narrativa che ne risulta è evidente: Israele viene assolto dalla responsabilità primaria – l’assedio – mentre i palestinesi vengono accusati di sabotare gli aiuti, raffigurati come predoni e non come vittime di una carestia deliberatamente provocata. Un crimine di guerra – impedire l’accesso al cibo a una popolazione civile – viene così trasformato in un problema di “mala gestione interna”.
Se un fact-checker ignora il contesto essenziale e si limita a isolare un numero senza interrogarsi su cosa lo rende possibile, non sta facendo corretta informazione: sta contribuendo a normalizzare una falsificazione.
E questa falsificazione – che toglie responsabilità all’occupante e la riversa sull’occupato – ha precise ricadute politiche: serve a disinnescare l’indignazione internazionale e a giustificare l’inazione.