• Lo sciopero generale israeliano

    Lo sciopero generale israeliano. La piazza di Tel Aviv

    Il post di Lorenzo Tosa sullo sciopero generale israeliano ha una linea chiara e, secondo me, coglie un punto reale: la grande mobilitazione in Israele non nasce da empatia per i palestinesi, ma dal dolore e dalla pressione delle famiglie degli ostaggi. La manifestazione di Tel Aviv è stata centrata sullo slogan “Riportateli tutti indietro”, e questo dato oggettivo va riconosciuto.

    Ma, Tosa semplifica il senso della piazza. È vero che non era una manifestazione per Gaza, ma dentro quella moltitudine c’erano anche persone e gruppi critici verso la guerra in quanto tale, capaci anche di pronunciare la parola “genocidio” o che vedono la liberazione degli ostaggi legata al cessate il fuoco. Non è stata una piazza “per i palestinesi”, ma non stata neanche impermeabile a un discorso di solidarietà e di soccorso ai palestinesi.

    Anche se motivata da ragioni “nazionali”, la protesta indebolisce Netanyahu e spinge verso un cambio di linea politica. In questo senso, può avere un effetto indiretto anche sulla fine della guerra, pur non nascendo da una solidarietà diretta verso i palestinesi.

    Il post sembra quasi voler “raffreddare” chi, in buona fede, aveva letto la protesta come una mobilitazione per Gaza. È una precisazione giusta, ma rischia di scivolare nel disincanto totale: il messaggio implicito è che non ci si può aspettare nulla da Israele sul piano della coscienza morale collettiva. Questo può portare a un fatalismo che non riconosce sfumature e processi interni.

    Non possiamo esser certi che “se tutti gli ostaggi fossero tornati a casa, anche di fronte a 60.000 morti palestinesi e il quintuplo torturati dalla fame, in quella piazza non ci sarebbe stato che qualche migliaia di persone, forse neanche quelli”.

    Se tutti gli ostaggi fossero tornati a casa, forse in Israele ci sarebbe più spazio per l’empatia e la guerra avrebbe più difficoltà a trovare una giustificazione.

    Tosa ha ragione a dire che quella piazza non era per Gaza. Però sottovaluta che, anche se il motore principale è “egoistico” (gli ostaggi), questa mobilitazione può aprire crepe nella narrazione dominante e spingere a soluzioni favorevoli anche alla sorte dei palestinesi.

  • Campi rom: la realtà oltre le semplificazioni

    Foto - Samuel Percy, scena rustica con accampamento nomadi

    Filippo Facci, in un recente articolo, sostiene che “ai genitori dei campi rom andrebbero tolti i figli” e che “Bruxelles” ci vieta di sgomberare le baraccopoli.

    Facciamo chiarezza.

    📌 Chi decide cosa – Non è Bruxelles. È il Comitato Europeo dei Diritti Sociali del Consiglio d’Europa, a Strasburgo. Non vieta gli sgomberi: chiede solo che ci siano alternative abitative dignitose e non segreganti.

    📌 Perché molti rom vivono nei campi – Non “per scelta” del 97%, come scrive Facci. Dati recenti (UNAR, Ass. 21 Luglio, FRA) parlano di discriminazione abitativa, affitti negati, barriere burocratiche e povertà strutturale.

    📌 Scuola e minori – L’abbandono scolastico è alto, ma le cause sono complesse: precarietà, distanza, discriminazione. Non è solo una scelta dei genitori.

    📌 Criminalità e stereotipi – Sfruttamento minorile e illegalità esistono in casi documentati, ma non rappresentano tutta la comunità. Generalizzare equivale a diffondere pregiudizi.

    📌 Discriminazione – Facci la cita come marginale, ma le ricerche internazionali la indicano come fattore decisivo di esclusione.

    📌 Soluzioni – La rimozione forzata dei bambini è una misura estrema prevista solo in casi gravissimi. Gli standard internazionali puntano prima su sostegno familiare e inclusione.

    Conclusione: i problemi nei campi rom sono reali e gravi. Ma piegare i dati a una tesi che colpevolizza un intero gruppo etnico non li risolve. Servono politiche basate su fatti completi, non su semplificazioni.

    (Foto – Samuel Percy, scena rustica con accampamento nomadi)

  • L’assassinio di Anas Al-Sharif

    L’assassinio di Anas Al-Sharif

    Sull’assassinio di Anas Al-Sharif, molti sostenitori di Israele hanno riciclato le consuete carte dell’IDF: il giornalista sarebbe un terrorista di Hamas sotto copertura. Peccato che le ‘prove’ – documenti finanziari opachi, video granulosi, post decontestualizzati – siano inverificabili e, sul piano logico, poco credibili: perché mai Hamas dovrebbe usare giornalisti come copertura in un territorio che già controlla? A Gaza, i reporter non ‘coprono’ nulla, sono anzi tra le categorie più prese di mira. E anche se fosse, un agente sotto copertura non diventerebbe certo una star dei social e il volto più noto di Al Jazeera.

    C’è però un difensore di Israele, Andrew Fox, che va oltre le giustificazioni convenzionali: per lui, Al-Sharif era un bersaglio legittimo non (solo) per presunti legami con Hamas, ma perché giornalista di un network che ‘combatte’ la guerra dell’informazione. Gaza, insomma, si conquista anche a colpi di hashtag e dirette TV. Una tesi che equipara il giornalismo alla guerra asimmetrica, autorizzando di fatto l’omicidio di chiunque influenzi l’opinione pubblica. Se fosse coerente, Fox dovrebbe accettare che anche la sua retorica – volta a manipolare il dibattito – lo renda un ‘bersaglio’. Ma il punto è questo: se ogni reporter scomodo può essere bollato come ‘combattente’, la libertà di stampa è già morta.

  • Il video dell’ostaggio israeliano denutrito

    Hamas ha diffuso un video scioccante: l’ostaggio israeliano Evyatar David, denutrito e fragile, scava una fossa in un tunnel a Gaza

    Hamas ha diffuso un video scioccante: l’ostaggio israeliano Evyatar David, visibilmente denutrito e fragile, scava una fossa in un tunnel a Gaza. Dice di non mangiare da giorni, di sopravvivere con una piccola lattina di legumi ogni due giorni, di segnare su un calendario le giornate di digiuno assoluto. Il volto pallido, il corpo smagrito, la voce debole testimoniano una condizione estrema.

    La sua detenzione è disumana: privazione di cibo, umiliazione, uso del suo corpo e della sua immagine come arma di pressione e guerra psicologica. Condivido la pena e l’indignazione per le condizioni in cui è detenuto questo ragazzo.

    Tuttavia, la fame a Gaza non riguarda solo gli ostaggi. Le agenzie ONU avvertono che gli indicatori di alimentazione e nutrizione superano ormai le soglie della carestia. Secondo l’ultimo aggiornamento IPC, più di una persona su tre (39%) trascorre interi giorni senza mangiare; oltre 500.000 persone – quasi un quarto della popolazione – vivono in condizioni assimilabili alla carestia, mentre il resto affronta livelli di fame di emergenza. La malnutrizione acuta tra i bambini sotto i cinque anni a Gaza City è quadruplicata in due mesi, toccando il 16,5%: una soglia che implica un rischio concreto di morte per fame.

    In un contesto simile, è difficile immaginare che Hamas possa nutrire adeguatamente i suoi prigionieri.

    Già nel dicembre 2023, ufficiali dell’IDF avevano avvertito: distruggere Hamas e salvare gli ostaggi sono obiettivi in contraddizione. I bombardamenti sulle aree densamente abitate, la distruzione delle infrastrutture, gli sfollamenti forzati e il blocco degli aiuti alimentari e umanitari indicano che il governo israeliano non ha fatto della salvezza degli ostaggi la sua priorità. Lo confermano le proteste delle famiglie, che, fatte salve le colpe di Hamas, indicano il governo israeliano come il principale responsabile.

  • Le faccine ridenti

    Faccine ridenti

    L’uso sarcastico delle faccine ridenti è ormai un gesto sbrigativo, irrispettoso, passivo-aggressivo, per esprimere il proprio dissenso nei confronti di un post o di un commento.

    Questo atteggiamento nega validità all’interlocutore, facendo passare il suo pensiero come ridicolo senza neanche discuterlo. Al tempo stesso evita di assumersi la responsabilità di una contro argomentazione o anche solo di una opinione contraria. E se l’altro si irrita, come lo si voleva far irritare, lo si può anche far passare per esagerato e permaloso, perché non sa accettare neppure una risata.

    L’abuso di queste scorciatoie comunicative rende ambigue le interazioni digitali e produce sfiducia nella loro utilità. Soprattutto, banalizza le discussioni, cosa veniale quando si tratta di sport o gossip, invece riprovevole quando si parla di guerre e catastrofi umanitarie, perché si perde il senso del tragico.

    Se anche si ritiene che il bersaglio sia molto negativo e proponga messaggi assurdi o in cattiva fede, la faccina sorridente rimane una reazione superficiale, che sfuma il confine tra la derisione e l’argomentazione. Non smonta e rimonta nulla e non è utile, anzi può confondere, i lettori “invisibili”, quelli che non partecipano al dibattito, ma leggendo provano a formarsi un’opinione.

    Per parte mia, non ho mai usato questo tipo di faccine e le ignoro quando le ricevo. Penso che Facebook farebbe bene ad abolirle. È vero che rappresentano un’emozione negativa reale, che in alcuni casi potrebbe meritare di essere rappresentata. Ma, le emozioni negative raramente vengono ben gestite, più spesso nel loro abuso non fanno altro che generare altre emozioni negative, in un continuo circolo vizioso.

  • Gaza e Mariupol

    Mariupol distrutta, marzo 2022
    Mariupol distrutta, marzo 2022

    Qualcuno, ad esempio Pierluigi Battista, ha mostrato le foto aeree di Mariupol distrutta nel 2022. Come a dire: voi che oggi denunciate la distruzione di Gaza, avete ignorato altre catastrofi simili. Fate due pesi e due misure.

    Ma in questo modo, il giornalista finisce per paragonare – forse senza rendersene conto – i distruttori di Gaza ai distruttori di Mariupol. E se davvero volesse evitare il vizio del doppio standard, dovrebbe condannare entrambi. Invece no: è solidale con l’Ucraina, ma anche con Israele. Dunque, siamo di fronte al classico caso del bue che dà del cornuto all’asino.

    È vero, alcuni osservatori adottano doppi standard. Ma non tutti. Per molti altri la differenza non sta nell’intensità della distruzione, ma nel contesto politico e morale. Nel caso dell’Ucraina, è chiaro chi è l’aggressore e chi è l’aggredito. Ed è proprio per questo che i nostri governi – italiani, europei, americani – sanzionano la Russia e sostengono l’Ucraina anche con le armi. Che altro dovremmo chiedere loro?

    Al contrario, nel caso di Gaza assistiamo a una distruzione sistematica e a una crisi umanitaria deliberatamente provocata, ma i ruoli sono capovolti: l’aggressore, Israele, non solo non è sanzionato, ma viene attivamente sostenuto da USA e UE, con armi, denaro e copertura diplomatica. E i palestinesi – vittime di un’occupazione, di un assedio, di un massacro e ora anche della fame – vengono lasciati soli.

    Per questo, se nel caso ucraino i governi fanno – almeno in parte – quel che devono, su Gaza sono assenti o complici. E allora tocca a noi: all’opinione pubblica, alla società civile, ai giornalisti liberi, svolgere un ruolo di supplenza politica e morale.

  • Il ricordo delle tragedie della Seconda guerra mondiale

    Hiroshima 1945 e Gaza 2025 - Il ricordo delle tragedie della Seconda guerra mondiale
    Hiroshima 1945 e Gaza 2025

    Il ricordo delle tragedie della Seconda guerra mondiale dovrebbe essere un monito a non avvicinarci mai più a ciò che le ha rese possibili. Eppure, per una parte di noi, le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, i bombardamenti a tappeto sulle città – da Coventry a Dresda e Amburgo – e lo sterminio degli ebrei e di altre minoranze non rappresentano più un limite invalicabile, ma una giustificazione per varcare di nuovo quella soglia. Se lo hanno fatto loro, per sconfiggere il nazifascismo, possiamo farlo anche noi, per sconfiggere i nostri mostri. O, peggio, se vogliamo prevenire un genocidio che potrebbe colpire noi o chi ci somiglia, dobbiamo colpire per primi, annientare chi ci minaccia.

    La memoria, per alcuni, ha smarrito la sua funzione immunitaria. O meglio: reagisce in modo autodistruttivo, come quelle risposte immunitarie che, cercando di difendere l’organismo dalla malattia, finiscono per distruggerlo.

  • Fare a gara per colpire le ginocchia dei manifestanti

    Gara tra i cecchini israeliani per colpire alle ginocchia i manifestanti di Gaza, compresi i bambini, durante le marce per il ritorno

    Anche di fronte a crimini di guerra gravi, ci sono notizie che stentiamo a credere, tanto appaiono insensate. Tuttavia sappiamo che in guerra – e non solo in guerra – la pratica di disumanizzare il nemico porta spesso a disumanizzare anche se stessi, fino a sfociare in una crudeltà gratuita. Per questo, per quanto sembri incredibile, non possiamo liquidare con leggerezza la denuncia di Francesca Albanese: soldati israeliani che, nei centri di distribuzione del cibo, sparano tra i civili ammassati, mirando anche alla testa e ai testicoli dei bambini.

    Eppure, comportamenti simili sono già stati denunciati e documentati, anche dalla stampa israeliana. Per esempio, Haaretz, nel marzo 2020, riportò le testimonianze di soldati israeliani che raccontavano come i cecchini facessero a gara tra loro – con tanto di punteggi assegnati – per colpire le ginocchia dei manifestanti, compresi i bambini, durante le Marce del Ritorno. Una forma di lotta non violenta dei gazawi contro l’assedio, che l’IDF ha represso con centinaia di morti e migliaia di feriti, tra cui molti bambini amputati alle gambe.

  • Israele affama Gaza, ma accusa i palestinesi di rubare gli aiuti

    Israele affama Gaza, ma accusa i palestinesi di rubare gli aiuti

    Israele affama Gaza, ma accusa i palestinesi di rubare gli aiuti.

    È questa, da alcuni giorni, la tesi rilanciata con rinnovata insistenza dalla propaganda israeliana: la carestia non sarebbe più responsabilità del blocco imposto da Israele, ma delle “bande palestinesi” che intercettano il poco che riesce a passare.

    Molti profili filo-israeliani stanno citando i dati pubblicati sul portale ONU UN2720 – una piattaforma operativa per il monitoraggio degli aiuti – per sostenere che quasi tutti i carichi vengono rubati, lasciando la popolazione senza soccorsi. A sorpresa, questa lettura è stata fatta propria anche dal fact-checker David Puente, che su Open ha pubblicato un articolo intitolato:

    «Gaza, ecco perché gli aiuti umanitari non arrivano: la maggior parte vengono rubati – I dati ONU».

    Secondo l’articolo, basato sui dati UN2720, l’85% degli aiuti entrati nella Striscia tra maggio e luglio 2025 sarebbe stato dirottato da bande armate e poi rivenduto sul mercato nero. Il risultato? Dei circa 2.000 camion passati in quei due mesi, solo 200 avrebbero raggiunto effettivamente la popolazione affamata.

    Il punto cieco: il blocco israeliano

    Ma questa lettura omette un dato fondamentale: per evitare la carestia, secondo OCHA (Ufficio ONU per gli Affari Umanitari), a Gaza dovrebbero entrare almeno 500 camion di aiuti al giorno. Invece, i dati citati da Open rivelano che ne sono entrati in media solo 33 al giorno – meno del 7% del fabbisogno minimo.

    Dunque, quell’85% di aiuti “rubati” non si riferisce alla totalità degli aiuti necessari, ma a una minuscola frazione di ciò che Israele permette di far passare. Il vero scandalo non è il saccheggio, ma l’embargo: a Gaza manca il 93% del cibo necessario perché Israele lo trattiene ai valichi.

    La distorsione narrativa che ne risulta è evidente: Israele viene assolto dalla responsabilità primaria – l’assedio – mentre i palestinesi vengono accusati di sabotare gli aiuti, raffigurati come predoni e non come vittime di una carestia deliberatamente provocata. Un crimine di guerra – impedire l’accesso al cibo a una popolazione civile – viene così trasformato in un problema di “mala gestione interna”.

    Se un fact-checker ignora il contesto essenziale e si limita a isolare un numero senza interrogarsi su cosa lo rende possibile, non sta facendo corretta informazione: sta contribuendo a normalizzare una falsificazione.

    E questa falsificazione – che toglie responsabilità all’occupante e la riversa sull’occupato – ha precise ricadute politiche: serve a disinnescare l’indignazione internazionale e a giustificare l’inazione.