Chi approva l’anomalo attacco israeliano in Qatar vede soltanto il bersaglio: i leader “terroristi” di Hamas.
Si stupisce che altri non apprezzino l’omicidio mirato come alternativa alla strage, dopo aver tante volte condannato le stragi. Tutto ciò che non riguarda l’eliminazione del nemico viene messo da parte.
I leader di Hamas a Doha sono figure politiche. È tutt’altro che certo che possano essere considerati legittimi obiettivi militari. Il diritto di guerra distingue civili e combattenti, e tutela i leader politici che non svolgono funzioni operative. Colpirli significa compiere esecuzioni extragiudiziarie.
Inoltre, l’attacco ha violato la sovranità del Qatar, estendendo il conflitto a un Paese esterno e lontano dal teatro di guerra. Farlo in un’area civile espone inevitabilmente i civili a rischi, in contrasto con il principio di proporzionalità.
Chi giustifica operazioni di questo tipo interpreta il diritto internazionale in modo spregiudicato, o lo considera una semplice formalità. Ma senza regole, resta solo la legge del più forte. Può sembrare accettabile a chi pensa di giocare la parte del leone, ma i rapporti di forza possono cambiare, oppure l’evoluzione delle armi può neutralizzarli: anche il più debole, se capace di colpire una sola volta, può rendere vana la superiorità dell’altro. La giungla, oggi o domani, è un luogo insicuro per chiunque.
Non è un’astrazione: proprio oggi la Polonia ha visto violato più volte il proprio spazio aereo dai droni russi. Ogni abuso tollerato da uno Stato potente incoraggia altri a fare lo stesso. La forza cieca produce distruzione apparentemente senza senso, come la furia di un uomo che in casa spacca tutto — ma solo le cose degli altri. È questa la logica del terrore: colpire a caso per imporre sottomissione.
Infine, l’attacco in Qatar ha avuto un’altra conseguenza: ha colpito i negoziatori, non soltanto i nemici. I leader di Hamas erano riuniti per valutare la proposta americana di cessate il fuoco, che prevedeva la liberazione di tutti gli ostaggi in un giorno. Eliminare chi era al tavolo ha significato colpire anche i negoziati, e con essi l’ultima possibilità di salvare gli ostaggi.
Per il governo israeliano e per chi lo sostiene, gli ostaggi non sono la priorità. Restano i più vulnerabili, insieme ai civili di Gaza. Ma nella giungla i vulnerabili soccombono: non solo per gli artigli dei leoni, ma anche per la loro indifferenza.
La Commissione DuPre (Dubbio e Precauzione), composta da filosofi, scienziati e giuristi, si è formata negli anni della pandemia, a fine 2021. I suoi membri si sono distinti nel mettere in dubbio la pericolosità del coronavirus, la legittimità delle restrizioni sanitarie, l’efficacia dei vaccini. Poiché il confine tra l’esercizio del senso critico e la pratica dello scetticismo è labile, queste persone, secondo me, hanno finito per recitare una parte in commedia, dando voce e rappresentanza a quella parte della società che, sentendosi forte, non voleva assumersi oneri e responsabilità nei confronti della salute pubblica e dei più vulnerabili.
Qualcosa di simile, le stesse persone, la stessa commissione, hanno replicato in relazione all’invasione russa dell’Ucraina, quando il pacifismo si è confuso con la riluttanza ad accettare i costi del sostegno a Kiev e delle sanzioni a Mosca. Sebbene le due situazioni siano diverse — perché in un conflitto geopolitico il giudizio è inevitabilmente più soggettivo che scientifico — si è verificata una sovrapposizione tra mondo novax e mondo filorusso.
Mi dispiacerebbe vedere questa sovrapposizione allargarsi anche al mondo solidale con il popolo palestinese. Questo mondo, infatti, pratica una filosofia opposta: si assume delle responsabilità, è disposto a pagare un prezzo per gli altri. Sulla guerra di Gaza, la parte dei negazionisti la fanno i filoisraeliani, o almeno quella quota di filoisraeliani più acritica nei confronti del governo Netanyahu.
Per questo non mi preoccupa tanto la partecipazione in sé di Francesca Albanese — che ha tutto il diritto e persino il dovere di interloquire con soggetti diversi, per la causa dei diritti umani — quanto il modo in cui la Commissione DuPre la presenta. Nella locandina dell’evento torinese dell’11 settembre 2025, infatti, il suo nome compare accanto a quelli di Cacciari, Mattei e altri membri abituali, senza alcuna distinzione di ruoli. In questo modo si produce l’impressione di un’adesione politica, rafforzata dall’invito a “donare alla DuPre” collocato subito sotto i nomi dei relatori.
Il rischio è che una figura che rappresenta con rigore il diritto internazionale e i diritti umani venga strumentalizzata per conferire legittimità a un fronte segnato, in altre circostanze, da derive complottiste e negazioniste. Interloquire sì, dunque, ma senza che la comunicazione trasformi il dialogo in un’associazione indebita.
Tre sono gli argomenti ingannevoli dell’articolo di Ernesto Galli Della Loggia contro l’uso della parola “genocidio” per definire quanto Israele sta facendo a Gaza.
Il primo è fingere che “genocidio” sia solo una parola bandiera agitata da una nicchia movimentista e poi adottata da tutti in coro. Come se non esistesse una causa aperta alla Corte Internazionale di Giustizia, che ha ammesso la plausibilità del genocidio e ordinato a Israele di prevenirlo. Come se non ci fossero rapporti ONU e ONG, o un dibattito storico e giuridico documentato. Si può non condividere l’uso del termine, ma ignorarne la plausibilità e ridurre tutto a un riflesso emotivo o malevolo è una scelta che rivela debolezza, non rigore.
Il secondo è scivolare nel sarcasmo, dopo aver rifiutato di prendere sul serio le tesi avversarie. Allora Israele, “stato genocida”, sarebbe inefficiente rispetto alla Germania nazista perché ha ucciso solo 60 mila persone in due anni, invece di milioni. Ma il genocidio non si misura in quantità di morti: la differenza non sta nei mezzi ma nel contesto. La Germania agì dentro una guerra totale, senza diritto internazionale codificato, senza opinione pubblica libera, senza alleati democratici da cui dipendere. Israele invece è vincolato da tutti questi fattori, e se intende spingere verso la distruzione del popolo palestinese deve farlo in modo mitigato e graduale.
Il terzo è assumere la Shoah come unico modello genocida e farne un’asticella al di sotto della quale non può esserci genocidio. Ma la memoria della Shoah non serve a fissare un metro di misura, bensì a riconoscere e prevenire ogni progetto di deumanizzazione e distruzione. Altri genocidi di entità numericamente inferiore – dal Ruanda a Srebrenica (riconosciuto genocidio dalla Corte internazionale nel 2007) – non hanno banalizzato Auschwitz, ma hanno mostrato che il crimine può assumere forme diverse. Ogni genocidio è eccezionale. L’alternativa è considerare “normale” Gaza, come semplice sfondo alle notizie quotidiane.
L’uso del termine “genocidio” deve misurarsi con la definizione della Convenzione ONU del 1948: «atti commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso». È plausibile riconoscervi il caso palestinese: Israele percepisce i palestinesi come minaccia demografica, rifiuta sia i due Stati sia lo Stato unico binazionale, e ormai perfino lo status quo di apartheid, giudicato insostenibile dopo il 7 ottobre 2023. Restano la pulizia etnica e il genocidio. Forse non condivisi integralmente dai vertici israeliani, ma certo presenti come opzione politica e, da quel che vediamo, come pratica sul terreno.
L’uso di termini quali “strage”, “massacro”, “eccidio” proposti dall’autore in alternativa a “genocidio” sono spesso usati per descrivere azioni violente e concentrate nel tempo. Come l’attacco del 7 ottobre, che non a caso nominiamo con la data di un giorno. Questi termini non rendono invece conto di un’azione prolungata per anni in forme che tendono alla distruzione totale delle condizioni materiali di vita di un intero popolo.
Se si è in dubbio, non è obbligatorio assumere una posizione netta e definitiva adesso. Serve esprimersi e agire per fermare l’azione militare contro la popolazione di Gaza, altrimenti il genocidio, se non c’è, ci sarà. Il pericolo è riconosciuto anche da voci che negano la definizione: Liliana Segre e Benny Morris, intervistati per contraddire David Grossman, hanno ammesso che quando si arriva ad affamare e a uccidere in massa la popolazione, il rischio di genocidio c’è.
Non banalizzare il dibattito, dunque, ma riconoscere almeno la plausibilità del genocidio e l’imperativo di prevenirlo.
L’essere integralmente qualcosa non mi appartiene, perciò è probabile che non sia un pacifista integrale. Sono contro la violenza e l’uso della forza. Però, in certi casi e a certe condizioni l’ammetto. Quando ha dalla sua una ragione giusta e fondamentale; se è capace di colpire in modo mirato e proporzionato; qualora sia efficace e rapida rispetto a scopi definiti. Il solo aver ragione è insufficiente. Coinvolgere innocenti e inermi è inammissibile. Prolungare il conflitto è disastroso, specie nel perseguire obiettivi confusi o improbabili. Queste condizioni per me valgono, sia se attacchi, sia se ti difendi.
Se ti difendi, la tua ragione è più nobile. Infatti, ogni aggressore cerca di appropriarsene per rivendicare a modo suo il diritto alla difesa. Il pubblico più sano è predisposto a solidarizzare con chi si difende: l’Ucraina invasa dalla Russia, i palestinesi massacrati dagli israeliani. Ma la solidarietà può incoraggiare a resistere e in questo sbaglia, se non ha i mezzi per offrire un sostegno concreto, se non rischia qualcosa in proprio.
L’Ucraina ha i mezzi per resistere, anche grazie all’aiuto occidentale. Tuttavia, la sua resistenza rallenta solo l’avanzata russa, non riesce a invertire il corso della guerra, che intanto si trascina da tre anni, bruciando la vita di una generazione di ucraini e anche di russi. Ne vale davvero la pena?
I palestinesi invece sono senza mezzi, a parte l’arsenale di Hamas che può infliggere un colpo a Israele e fare una circoscritta strage indiscriminata e perciò criminale, ma poi tutta la Striscia di Gaza è massacrata, devastata, affamata per mesi e anni. Hamas sopravvive mentre tutto ciò che la circonda muore. Ne vale davvero la pena?
L’indipendenza, la sovranità, l’autodeterminazione sono ideali e principi giusti. C’entrano con le condizioni materiali di esistenza, che sono il vero bene da salvaguardare. Ci si sente vivi a incarnare quegli ideali. Appunto, dovrebbero servire per vivere. Ma se muori a cosa servono? A far vivere altri che poi muoiono come te? Forse vivrai, moriranno i tuoi genitori, tua moglie, i tuoi figli, i tuoi amici. Vivrai, forse su una sedia a rotelle, se ce n’è ancora una disponibile. Oppure, tenendoti su due stampelle, mentre le tue gambe finiscono sopra il ginocchio. Potrai guardare tutto quello che non puoi toccare, perché ti hanno amputato le braccia senza anestesia. O non vedrai più nulla, perché sarai diventato cieco. Magari, invece sarai tutto intero, prigioniero in condizioni disumane.
Nella dolorosa desolazione della morte e della distruzione, che valore potrà ancora avere il motivo per cui hai combattuto o hanno combattuto altri a tuo nome, esponendoti al disastro? Quel valore non ti sarà reso dai tanti che alzano la tua bandiera sulle tastiere. Per non dire di quegli altri, pronti ad attraversare lo schermo per affermare che sei una fiscia sacrificabile o una fake news. E ti mostreranno mentre mangi la Nutella in un caffè di lusso.
Se pure il tuo sacrificio ottiene l’attenzione del mondo, molta parte di questo mondo è distratto, distante, ideologico, paranoico. T’iscrive dentro un conflitto più grande, una guerra fredda o uno scontro di civiltà e diventi il fantasma di un mostro. La tua fine è necessaria per un bene superiore, per qualche valore supremo, sulle orme dei nostri antenati del 1945, evocati ormai anche per giustificare una rissa. Oppure, sulla tua fine il mondo ci fa i soldi, vendendo armi, ruspe, servizi digitali, progetti di ricostruzione. Una parte del mondo manifesterà per te o salperà sulla nave per venirti a salvare, come atto politico e simbolico (onore a loro, perché in effetti rischiano). L’esito finale, però, difficilmente cambierà.
A volte la difesa, la resistenza è autodistruttiva, offre solo il pretesto al tuo carnefice per massacrarti ancora di più. Allora, la rinuncia, la resa, la fuga sono scelte dignitose. Anche la dignità vuole la vita e non la morte. La vita in salute. Ogni genitore ha il dovere di vivere finché i suoi figli non sono adulti e autosufficienti. Tutti i figli hanno il dovere di vivere finché i loro genitori non sono deceduti. La madre, dopo nove mesi di gravidanza e un parto, ha il diritto assoluto di non vedere il proprio figlio neonato spappolato dalle bombe o schiacciato sotto le macerie. E se la vita non si può costruire qui, si può andare altrove. Anche se, è vero che, pure spostarsi nel mondo e trovare accoglienza è diventata una guerra.
Qualcuno obietterà con l’esempio più alto: la Resistenza al nazifascismo. E avrebbe ragione. Ma quella lotta rientrava proprio nei criteri che ho delineato: aveva una ragione giusta e fondamentale; i suoi atti, per quanto duri, miravano a colpire un occupante e un regime oppressivo, cercando di preservare gli inermi; fu, nel suo contesto, efficace e rapida nel conseguire l’obiettivo definito di liberazione, anche grazie a una solidarietà internazionale concreta e determinante. Fu, in sostanza, una forza proporzionata al fine.
Il cosiddetto “disimpegno unilaterale” di Israele da Gaza del 2005 viene spesso presentato come un gesto di pace, vanificato dalla reazione palestinese. In realtà si trattò di una scelta strategica, mirata a rafforzare Israele sul piano interno e internazionale, non a rilanciare un processo negoziale.
Innanzitutto, i coloni israeliani nella Striscia erano circa 8.000, una cifra marginale rispetto alle centinaia di migliaia insediati in Cisgiordania. Il loro mantenimento comportava costi economici e militari sproporzionati. La rimozione rispondeva quindi a un’esigenza di alleggerimento, più che a una concessione.
In secondo luogo, l’evacuazione da Gaza consentiva di concentrare risorse e consenso politico sul consolidamento della Cisgiordania, considerata strategicamente molto più importante. Lo stesso Ariel Sharon dichiarò che il piano avrebbe permesso a Israele di “congelare” la situazione sul terreno.
La logica del congelamento venne esplicitata nell’ottobre 2004 dal consigliere senior di Sharon, Dov Weissglass, in un’intervista a Haaretz del 6 ottobre 2004:
«Il significato del piano di disimpegno è il congelamento del processo di pace, e quando si congela questo processo, si impedisce la creazione di uno Stato palestinese e si impedisce una discussione sui rifugiati, sui confini e su Gerusalemme. […] Di fatto, l’intero pacchetto chiamato Stato palestinese, con tutto ciò che comporta, è stato rimosso a tempo indeterminato dalla nostra agenda. E tutto questo con autorità e permesso, con la benedizione presidenziale e la ratifica di entrambe le Camere del Congresso».
Un terzo aspetto riguarda la politica palestinese: consegnare formalmente Gaza all’Autorità Nazionale Palestinese significava affidarle un compito ingestibile, tra un’economia asfissiata e l’ascesa di Hamas. La divisione tra Hamas e Fatah era prevedibile, e ha consentito a Israele di sostenere che non esiste un interlocutore palestinese unitario e credibile.
Infine, il ritiro non pose fine all’occupazione: Israele mantenne il controllo dello spazio aereo, delle acque territoriali, dei valichi, del registro della popolazione e delle importazioni. Le Nazioni Unite e la Banca Mondiale hanno continuato a considerare Gaza un territorio occupato.
Il disimpegno, dunque, non fu un’offerta mal ripagata dai palestinesi, ma un’operazione unilaterale volta a ridurre i costi, dividere i palestinesi e consolidare il controllo israeliano sulla Cisgiordania, congelando al tempo stesso la prospettiva di uno Stato palestinese.
La resistenza palestinese si oppone all’occupazione israeliana dei Territori Palestinesi Occupati (la Striscia di Gaza e la Cisgiordania). Una prima e immediata obiezione dice che Gaza non è più territorio occupato, perché Sharon ha ritirato i coloni nel 2005. Tuttavia, Israele ha mantenuto e ulteriormente stretto il controllo sui confini, lo spazio aereo e lo spazio marittimo di Gaza. Motivo per cui, secondo il diritto internazionale, Israele mantiene lo status di stato occupante anche nei confronti di Gaza. Inoltre, dall’ottobre 2023, tutta la Striscia di Gaza è sottoposta a una estrema punizione collettiva. Un massacro su larga scala, la distruzione della gran parte delle infrastrutture civili e dell’agricoltura, il blocco degli aiuti.
Un’obiezione più generale ricorda che la resistenza palestinese è precedente l’occupazione israeliana dei Territori. Inizia dalla costituzione dello stesso Stato d’Israele nel 1948, mentre Gaza era sotto l’Egitto e la Cisgiordania sotto la Giordania. Quindi è lecito pensare che i palestinesi resistono, non solo all’occupazione, ma all’esistenza stessa di Israele. Infatti, non hanno mai cercato di liberarsi dall’Egitto e dalla Giordania. D’altra parte, Hamas, l’organizzazione islamista che dagli anni ‘90 più di altri gruppi si distingue per la resistenza armata, non riconosce lo Stato d’Israele. Anzi ne propugna la fine nel suo statuto fondativo del 1988.
È vero che la resistenza palestinese precede la Guerra dei sei giorni (1967). I primi gruppi armati palestinesi si sono formati negli anni ‘50, per praticare attacchi contro Israele a partire soprattutto dalla Striscia di Gaza. Perché i combattenti palestinesi degli anni ‘50 lottavano contro Israele e non contro l’Egitto e la Giordania? Perché nel 1948 lo Stato di Israele aveva occupato il 78% della Palestina mandataria, espulso circa 700.000 palestinesi e distrutto centinaia di villaggi. Per i palestinesi degli anni ‘50, Israele stessa era l’occupazione e l’espropriazione delle terre palestinesi. La priorità della lotta era il Ritorno. Egitto e Giordania esercitavano una giurisdizione, anche con elementi duri, autoritari e repressivi. Però, non colonizzavano la terra dei palestinesi, non gli demolivano le case, non gli distruggevano gli uliveti, non gli chiudevano le strade, non li fermavano ai check-point, non li arrestavano e non li uccidevano quotidianamente.
Esaurite le generazioni palestinesi vittime della Nakba, la resistenza palestinese viene poi rilanciata e alimentata dall’occupazione israeliana del 1967, che perdura ancora oggi. Un’occupazione fatta di legge militare e colonizzazione. Contro la quale l’insurrezione vera e propria dei palestinesi inizia nel 1987 con la prima intifada. Ciò nonostante, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), nel 1988, riconosce tutte le risoluzioni dell’ONU, quindi anche quella del 1947, che raccomanda la ripartizione della Palestina in uno stato ebraico e in uno stato arabo. E nel 1993, l’OLP sigla gli accordi di Oslo per il riconoscimento reciproco tra Israele e Palestina e per il ritiro graduale di Israele dai Territori Occupati. Accordo disapprovato e sabotato da Hamas e dalla destra israeliana, che arriva a uccidere il primo ministro Rabin.
Quando gli Accordi di Oslo sono ormai naufragati — dopo il fallimento di Camp David (2000) e Taba (2001), il ritorno al governo del Likud con Ariel Sharon (2001) — nel giugno 2003 e nel gennaio 2004 Hamas propone la Hudna: dieci anni di tregua a Israele in cambio di un ritiro completo da tutti i territori occupati, conquistati nella Guerra dei Sei Giorni, e la creazione di uno Stato palestinese in Cisgiordania ed a Gaza. Il leader di Hamas fautore della proposta era Abd al-Aziz al-Rantissi, ucciso dall’IDF il 17 aprile 2004, in un omicidio extragiudiziario.
La Hudna viene poi recepita senza limiti temporali specificati nel nuovo Statuto di Hamas del 2017, là dove dice che «Hamas considera la creazione di uno Stato palestinese pienamente sovrano e indipendente, con Gerusalemme come capitale sulla falsariga del 4 giugno 1967, con il ritorno dei rifugiati e degli sfollati alle loro case da cui sono stati espulsi, come una formula di consenso nazionale». Il 4 giugno 1967 è il giorno precedente la Guerra dei sei giorni. Israele e molti osservatori giudicano il nuovo documento insufficiente, quindi ingannevole, per il mancato riconoscimento esplicito dello Stato d’Israele. Ma con ciò disconoscono la svolta pragmatica e la potenzialità di una evoluzione.
Dopo il nuovo Statuto del 2017, Hamas con gli altri gruppi palestinesi, nel 2018-2019, organizza la “Grande marcia del ritorno”, una manifestazione pacifica settimanale, per ricordare la Nakba e riconquistare l’attenzione internazionale sulla questione palestinese. Israele reagisce con la repressione: 200 palestinesi uccisi, 8.000 feriti.
Oggi, i palestinesi cosa vogliono? Liberare i territori occupati o tutta la Palestina dal fiume al mare? Credo vogliano innanzitutto sopravvivere, restare nel luogo in cui abitano e riguadagnare un minimo di normalità. È molto difficile che i palestinesi possano distinguere tra le due prospettive, nel momento in cui non vedono nessuna prospettiva. Perché i palestinesi della Cisgiordania devono fronteggiare gli attacchi continui dei coloni e i palestinesi di Gaza devono fronteggiare le bombe, una carestia forzata e, forse, un genocidio, come documenta la recente risoluzione dell’International Association of Genocide Scholars (IAGS).
Considerando la grande sproporzione dei rapporti di forza, è molto difficile che possa essere la volontà del più debole a sbloccare la situazione e rilanciare un processo di pace. Il punto è cosa vuole Israele. La destra al governo vuole i Territori senza i palestinesi.
Che il comportamento di una popolazione sia determinato dalle condizioni materiali di vita e dal riconoscimento dei diritti fondamentali, più che dalla religione, l’ideologia o la propaganda, è dimostrato dalla minoranza arabo-israeliana, ovvero i palestinesi con la cittadinanza israeliana. Essi non hanno mai praticato alcuna forma di resistenza armata, hanno sempre lottato per i propri diritti con mezzi legali e pacifici. È questa la prova empirica: dove si riconoscono diritti e dignità, si riduce la resistenza violenta; dove si negano, l’oppressione alimenta la reazione.
La International Association of Genocide Scholars (IAGS), la più grande associazione accademica al mondo di studiosi del genocidio fondata nel 1994, ha approvato una risoluzione il 31 agosto 2025 con l’86% dei voti favorevoli tra i membri partecipanti, affermando che le politiche e le azioni di Israele a Gaza soddisfano i criteri legali per definire il conflitto un genocidio secondo l’articolo II della Convenzione delle Nazioni Unite del 1948 sul genocidio. La risoluzione di tre pagine invita Israele a cessare immediatamente atti che costituiscono genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità contro i palestinesi di Gaza.
L’IAGS ha basato questa valutazione sulle azioni di Israele durante un conflitto protratto di 22 mesi, tra cui attacchi a infrastrutture essenziali come il settore sanitario, assistenza umanitaria, scuole e case, la morte o il ferimento di circa 50.000 bambini secondo l’UNICEF, la forzata espulsione della maggior parte dei 2,3 milioni di palestinesi di Gaza e dichiarazioni di leader israeliani che denigrano e minacciano di distruggere Gaza. Questi elementi sono considerati da molteplici esperti e organizzazioni come indicativi di un intento genocida, ossia l’intento di distruggere in tutto o in parte un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. La risoluzione ha anche rilevato il sostegno di numerosi documenti ONU e ONG a questa conclusione.
Questa ulteriore autorevole presa di posizione smentisce i sostenitori di Israele, che rifiutano di riconoscere persino la plausibilità del genocidio, fondando il loro rifiuto sul confronto diretto con la Shoah: il genocidio dovrebbe essere fine a se stesso e pianificato allo scopo di eliminare un intero popolo. Ma la Shoah non è l’unico modello di genocidio.
La definizione di genocidio
La definizione giuridica di genocidio risale al 9 dicembre 1948. Fu deliberata dall’Assemblea generale dell’ONU nella Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio, scritta con il contributo di Raphael Lemkin. L’articolo II della Convenzione definisce esplicitamente il genocidio nell’ambito del diritto internazionale:
Per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale:
(a) uccisione di membri del gruppo;
(b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo;
(c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale;
(d) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo;
(e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro.
Quale di questi atti non è compreso nell’azione militare israeliana a Gaza?
La conseguenza “obbligata”
Il genocidio rischia di apparire come la conseguenza “obbligata” di un governo israeliano dominato dall’estremismo nazionalista, se si escludono tutte le soluzioni alternative. L’ex presidente della Knesset, Avraham Burg, disse che il conflitto israelo-palestinese non si conclude, perché Israele non sa scegliere tra la questione territoriale e la questione demografica.
Una sola soluzione è conforme al diritto internazionale. Due popoli, due stati. Israele riconoscere l’autodeterminazione del popolo palestinese e gli permette di costituirsi in stato sovrano e indipendente sui Territori Palestinesi Occupati. Questo implica da parte di Israele la rinuncia a Gaza e alla Cisgiordania e il ritiro dei coloni, a meno che i coloni non accettino di sottostare alla sovranità palestinese.
Una seconda soluzione non compatibile con le attuali risoluzioni ONU, potrebbe essere comunque civile e democratica. Israele annette i Territori Palestinesi Occupati e concede la cittadinanza ai suoi abitanti, che vanno ad aggiungersi alla minoranza arabo-israeliana, la quale, seppure discriminata come gruppo, gode dei diritti individuali e di condizioni di vita dignitose, perciò coesiste pacificamente con gli ebrei israeliani. Questa soluzione implica che gli ebrei israeliani rinuncino alla garanzia del primato demografico: in futuro potrebbero perdere la maggioranza.
La terza soluzione è stata praticata fino al 7 ottobre 2023. Un regime di segregazione di fatto. Gaza assedia, Cisgiordania occupata e colonizzata, ma non annesse. Questa soluzione però è instabile, induce i palestinesi alla resistenza violenta, e dopo l’attacco di Hamas è diventata intollerabile per un governo già indisponibile alle due precedenti soluzioni.
Cosa rimane? L’espulsione dei palestinesi, una pulizia etnica contro una popolazione senza possibilità di fuga, che diventa genocidio.
A Genova, la ONG Music for Peace ha raccolto più di 300 tonnellate di cibo per Gaza. 45 tonnellate saranno caricate sulle navi della Global Sumud Flotilla, che cercheranno di rompere il blocco navale israeliano. 95-135 tonnellate saranno conservate a Genova fino a gennaio, nell’attesa e speranza che arrivi il permesso di entrare a Gaza. Altrimenti, saranno inviate in Sudan, altro paese afflitto dalla guerra e dalla carestia. 120-160 tonnellate saranno subito inviate in Sudan, dove Music for Peace lavora da sei anni. Dal 1994, la ONG ha gestito altre missioni nel Deserto del Saharawi, Bosnia Erzegovina, Kosovo, Ucraina, Kurdistan, Iraq, Afghanistan (cfr: www.ilpost.it).
La prevedibile impossibilità di raggiungere Gaza non solo spiega la scelta di dirottare e conservare parte degli aiuti. Ma fornisce anche alle fonti filoisraeliane il pretesto per bollare l’iniziativa come “messinscena mediatica”. Inutile, perché a Gaza non c’è un porto per l’attracco del tipo di navi delle ONG. Illegale, perché la spedizione umanitaria punterebbe a forzare il blocco israeliano riconosciuto dai procedimenti internazionali. Inservibile perché se anche la Flotilla raggiungesse Gaza, non avrebbe le capacità di compensare le carenze delle Nazioni Unite e della GHF (cfr: www.setteottobre.com). La GHF, in realtà è un’organizzazione di parte creata da Israele e Stati Uniti per sostituirsi proprio agli organismi internazionali di aiuto.
È vero che Gaza non dispone di un porto adeguato. Ma questo non è un dato neutro: è il frutto diretto del blocco israeliano. I pescatori non possono uscire oltre poche miglia nautiche, i progetti di ampliamento del porto sono stati bloccati da Israele, e qualunque tentativo di costruire infrastrutture marittime è stato bombardato. Dire che la flottiglia è inutile perché non può attraccare equivale a giustificare il blocco invece di metterlo in discussione. Inoltre, le imbarcazioni della Flotilla non sono grandi cargo: sono barche di dimensioni medio-piccole, pensate per dimostrare simbolicamente che rompere l’assedio è possibile. Ed è già successo, alcune navi della Flotilla sono riuscite a raggiungere Gaza nel 2008.
Il blocco navale di Israele su Gaza — formalmente giustificato come misura di sicurezza per prevenire il traffico di armi verso Hamas — non è legittimo. Anzi è stato condannato da numerosi esperti di diritto internazionale e da organismi dell’ONU come una forma di punizione collettiva, dunque illegale ai sensi della IV Convenzione di Ginevra. Nel 2011 la missione d’inchiesta delle Nazioni Unite sul raid contro la Mavi Marmara definì “illegale” proprio l’assalto israeliano in acque internazionali. È vero che una commissione Palmer delle Nazioni Unite ha giudicato “legale” il blocco navale. Ma quella valutazione fu parziale, contestata e mai adottata dall’Assemblea generale. Oggi, con la Corte internazionale di giustizia che ha riconosciuto “plausibile” il rischio di genocidio a Gaza, insistere nel definire il blocco “legale” è troppo forzato.
La Flotilla trasporta aiuti simbolici (es. formula per bambini, farina, medicinali). Ma il suo scopo principale è politico e mediatico: denunciare il blocco degli aiuti dell’ONU, la reazione timida o assente dei governi europei, la gravità dell’assedio israeliano. Nessuno tra i promotori della Freedom Flotilla sostiene che le loro barche a vela possano sostituire il lavoro delle Nazioni Unite o coprire i bisogni umanitari di Gaza. Secondo le agenzie ONU, per coprire i soli bisogni alimentari e nutrizionali di base a Gaza servono oltre 62.000 tonnellate di aiuti alimentari ogni mese. Questo equivale a circa 2.000 tonnellate di cibo al giorno.
La funzione della Global Sumud Flotilla è politica e simbolica: mostrare al mondo che civili disarmati sono disposti a sfidare un assedio che affama oltre due milioni di persone. Sostenere che la Flotilla è inutile perché non risolve il problema equivale a dire che una manifestazione di piazza è inutile perché non cambia le leggi da sola. L’efficacia sta nella rottura del silenzio e nella denuncia dell’illegittimità del blocco.
La Global Sumud Flotilla non è una “messinscena mediatica”, ma un atto di disobbedienza civile internazionale contro un blocco che alimenta una crisi umanitaria giunta al limite — se non oltre il limite — della carestia e del genocidio. Gli aiuti che porta sono modesti, ma il loro valore simbolico e politico è enorme: ricordano al mondo che a Gaza milioni di persone sono private del necessario per vivere. Invece di liquidarla come inutile, sarebbe più onesto chiedersi perché sia necessario ricorrere a un’iniziativa così estrema per rivendicare un diritto elementare: che la popolazione civile di Gaza riceva gli aiuti fondamentali.
Voler escludere Gerard Butler e Gal Gadot dalla Biennale del Cinema di Venezia è un intento molto discutibile. Un principio dovrebbe guidare: un artista va escluso solo se usa la propria immagine per fare propaganda a una causa immorale. Non per quello che rappresenta, ma per quello che fa.
Butler viene accusato di aver partecipato a una raccolta fondi per l’esercito israeliano nel 2018. Un episodio isolato, avvenuto sette anni fa, da allora non risulta abbia preso altre posizioni pubbliche.
Gadot è criticata per la sua identità israeliana e per il passato nell’Idf. Ma non ha mai sostenuto Netanyahu: nel 2019 si oppose allo stato esclusivamente ebraico, chiedendo uguaglianza tra cittadini ebrei e arabi. Dopo il 7 ottobre ha condannato Hamas e sostenuto Israele, ma soprattutto ha sostenuto i familiari degli ostaggi e il loro movimento.
Non basta per giustificare un’esclusione. La Mostra del Cinema non è un tribunale etico-politico. Alle istituzioni culturali compete favorire l’incontro, il dialogo, la riflessione. Meglio valorizzare i film palestinesi in concorso, come The Voice of Hind Rajab di Kaouther Ben Hania, che racconta la morte di una bambina a Gaza, o opere israeliane che riflettono sul trauma della guerra.
Discutere sì, contestare sì. Ma escludere d’autorità apre un precedente pericoloso, come già accaduto con gli artisti russi, e sposta l’attenzione dalle vittime alla censura, dall’ingiustizia subita a un sospetto di discriminazione.
Se, come dice il regista Massimo D’Anolfi, «il tema non sono gli inviti, ma i bambini che muoiono», la strada giusta non è silenziare i veri o presunti sostenitori di Israele, ma amplificare le voci di chi oggi è massacrato, affamato e vive tra le macerie: i palestinesi.
A Salerno, un uomo ha strangolato una donna. Ha scritto ai genitori di aver fatto una “cavolata”. In un gruppo pubblico di Facebook, trentaduemila uomini hanno scambiato tra loro le foto intime di mogli e fidanzate. Al Policlinico Umberto I di Roma, di fronte ai colleghi, un operatore sanitario ha detto alla paziente in attesa di fare la tac: “Se vuoi togliere il reggiseno ci fai felici tutti”.
Per un certo senso comune maschile, il primo caso è un delitto inaccettabile, e la lotta contro la violenza dovrebbe concentrarsi contro questi atti assassini. Il caso dei mariti guardoni è uno scandalo, quando viene scoperto, che merita un severo rimprovero, ma forse non la denuncia o la separazione, perché “in fondo è solo un gioco, una finzione”. Il caso della frase sul reggiseno, pare una battuta innocua: protestare e farlo in pubblico è una reazione esagerata e pesante.
La gerarchia della gravità è corretta. Ma separare nettamente un caso dall’altro, senza riconoscere il minimo denominatore comune, finisce per disperdere le energie invece di concentrarle su qualcosa di preciso. Quel denominatore è la violenza sessista, dall’annientamento, all’oggettivazione, allo svilimento, con i suoi ingredienti: il senso proprietario, la cultura dello stupro, l’abuso di potere. Nell’insieme, la concezione della donna come cosa: che si può distruggere, scambiare, strapazzare. Non ci sarebbero il femminicidio, nella dimensione in cui esiste, con il vasto contorno di maltrattamento, se non poggiasse su una base culturale che svaluta la vita delle donne, tanto da ridurre l’atto di ucciderla a una “cavolata”. Espressione che ricorre, non di rado, nelle parole degli autori.
Questa base culturale si esprime ogni giorno in violenze e molestie di grado diverso. Reagire a una battuta può sembrare sproporzionato se si guarda al singolo episodio. Ma ogni episodio è la goccia che cade in un vaso già colmo e traboccante. La “pesantezza” di quel vaso non è l’esagerazione delle donne: è la pervasiva e persistente esagerazione dei maschi, la realtà accumulata di una violenza quotidiana.
Molti uomini ribattono: “Ma io amo le donne”. Persino chi è violento, molesto o guardone spesso dichiara di amare. E c’è discussione e contestazione sulla verità di questo amore. Comunque sia, l’amore non garantisce il rispetto. L’amore, da solo, non obbliga a trattare con cura, la cura la si vive come un dono, una concessione, che si può revocare e persino invertire quando l’oggetto amato non soddisfa più o addirittura si ribella. Io amo la mia bicicletta e la tratto bene, ma chissà come la tratterei se si rifiutasse di trasportarmi.
Il punto decisivo non è l’amore, ma il rispetto interiorizzato. Quella barriera che ti impedisce di violare l’altra persona perché non potresti sfuggire alla tua stessa sanzione interiore. Per arrivarci servono l’educazione dei maschi al rispetto, alla parità, alla valorizzazione delle differenze. Ma soprattutto serve che cresca il potere e il prestigio sociale delle donne: proprio ciò a cui molti uomini resistono, anche con il femminicidio, la violenza e le molestie.