Mese: Novembre 2025

  • Zohran Mamdani, un socialista a New York

    Zohran Mamdani, un socialista a New York

    Dalla crisi fiscale dello Stato sociale negli anni Settanta e dal crollo dell’Urss e dei regimi dell’Europa orientale nel 1989-1991, il socialismo ha cessato di essere un’alternativa credibile al capitalismo. È diventato un’ideologia da archivio storico, appartenente all’Ottocento e al Novecento, senza più un futuro. Tanto che le sinistre europee, anche quando mantengono il nome di partito socialista, non evocano più il socialismo come orizzonte storico-politico, ma assumono un’identità liberaldemocratica e progressista.

    Eppure, dal 2016 — con la candidatura di Bernie Sanders alle primarie democratiche — e ancora di più dal 2018, con le elezioni di medio termine che portarono al Congresso circa un centinaio di rappresentanti dell’area dei Democratic Socialists of America, tra cui Alexandria Ocasio-Cortez, il socialismo è tornato a essere un’opzione della sinistra americana. Proprio nel Paese dove, anche quando il socialismo era forte altrove, era difficile perfino dirsi socialisti. Un percorso culminato nell’annunciata, eppure sorprendente, elezione di Zohran Mamdani a sindaco di New York, il 4 novembre 2025.

    Un giovane socialista musulmano

    Come se non bastasse, il neosindaco incarna altri due apparenti paradossi. È musulmano ed è stato eletto nella città delle Torri Gemelle, abbattute l’11 settembre 2001 da un attentato islamista ideato da Osama bin Laden. Una città che ospita la più grande comunità ebraica del mondo, al tempo della guerra di Gaza — del genocidio di Gaza — e che ha scelto un sindaco socialista apertamente filopalestinese: una posizione insolita per qualsiasi politico americano di rilievo, anche tra i democratici.

    Il secondo paradosso è anagrafico. Mamdani ha solo 34 anni, nessuna esperienza politico-amministrativa, e dovrà governare una delle città più grandi del pianeta, con un PIL paragonabile a quello dell’Italia. Nella competizione elettorale è riuscito a superare, fin dalle primarie democratiche, Andrew Cuomo, politico esperto e tre volte governatore dello Stato di New York.

    Nonostante — o forse proprio per — queste tre caratteristiche, la città ha scelto Zohran Mamdani. E lo ha fatto sfidando apertamente Donald Trump, che ha già inviato la Guardia nazionale in varie metropoli amministrate dai democratici e minacciato di tagliare i fondi federali a New York qualora il “comunista” Mamdani fosse stato eletto. Ma New York non ha avuto paura. Ha sancito che si può dare una possibilità a un candidato socialista — e al suo ambizioso programma sociale.


    Zohran Mamdani

    Il programma di Mamdani

    • Childcare universale e gratuito, dalle 6 settimane ai 5 anni, con “baby basket” per i nuovi genitori, per ridurre i costi proibitivi degli asili nido (fino a 26.000 dollari l’anno) e sostenere le famiglie.
    • Blocco degli affitti per circa un milione di appartamenti in regime di rent stabilization, per frenare gli aumenti e contrastare la crisi degli alloggi.
    • Autobus gratuiti e potenziamento della rete di corsie preferenziali, per ridurre il costo della vita e migliorare l’efficienza del trasporto pubblico.
    • Apertura di cinque supermercati municipali — uno per ogni distretto — per contrastare l’aumento dei prezzi del cibo e i food deserts.
    • Aumento delle tasse per i residenti più ricchi e per le grandi corporation, per finanziare i nuovi programmi sociali.

    Negli Stati Uniti, il socialismo torna a essere una possibilità reale: non come ideologia del passato, ma come risposta concreta alle diseguaglianze crescenti e al carovita che grava su milioni di cittadini.


    Un socialista a New York
    Internazionale, 24 ottobre 2025

  • La difesa non è sempre legittima

    La difesa non è sempre legittima

    A Grignano Polesine, una frazione di Rovigo, domenica 3 novembre un uomo di 68 anni ha sparato con una pistola regolarmente detenuta contro un gruppo di ladri entrati nella sua villetta, ferendone uno di striscio. L’episodio, in un Paese più evoluto, avrebbe aperto un’indagine per accertare la proporzionalità della reazione. Ma non in Italia, dove grazie alle nuove norme sulla legittima difesa — introdotte nel 2019 e rafforzate nel 2024 — il proprietario non risulta indagato.

    Oggi, Giorgia Meloni ha rivendicato la norma con un post: «La difesa è sempre legittima». Matteo Salvini ha rilanciato: «Un risultato della Lega, a tutela dei cittadini perbene». Entrambi semplificano: la legge non dice questo. Ma la loro frase sintetizza perfettamente lo spirito politico che l’ha ispirata — un messaggio di impunità preventiva per chi reagisce con le armi.

    La legittima difesa resta regolata dal Codice Penale, con i principi classici di “offesa attuale” e “proporzionalità”. Tuttavia, la riforma voluta dalla Lega nel 2019 (legge n. 36) e ampliata nel 2024 (Decreto Sicurezza Bis – D.L. n. 112/2024) ha introdotto una presunzione di legittimità per chi reagisce in casa o sul luogo di lavoro: non serve più dimostrare la proporzionalità se si agisce in “grave turbamento” o per difendere beni dalla violenza. In pratica, il principio della valutazione del giudice — previsto dall’articolo 111 della Costituzione — diventa quasi superfluo.

    È qui che la retorica della “difesa sempre legittima” mostra la sua pericolosità. Se il controllo giudiziario viene meno, anche una reazione sproporzionata rischia di essere coperta da un automatismo ideologico. Il diritto penale tende a trasformarsi in un diritto d’eccezione per chi possiede una casa e una pistola: i benestanti sono tutelati, i poveri no.

    Ma c’è di più. Se chi ruba sa che chi reagisce può sparare senza rischiare neppure di essere indagato, tenderà ad armarsi a sua volta. Il furto diventa rapina armata, la paura cresce, e la spirale della violenza si autoalimenta.

    La Convenzione europea dei diritti dell’uomo impone che l’uso della forza letale sia sempre proporzionato e necessario. La presunzione italiana, invece, rovescia l’ordine dei valori e mette la proprietà privata sopra il diritto alla vita.

    Non è giustizia: è il preludio al far west.

  • La riforma della giustizia Meloni-Nordio

    La riforma della giustizia Meloni-Nordio

    La riforma costituzionale della giustizia, approvata in via definitiva dal Senato il 30 ottobre con 112 voti favorevoli, segna uno spartiacque per la magistratura italiana. Modifica sette articoli della Costituzione (87, 102, 104, 105, 106, 107, 110) e introduce tre pilastri: la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, la nascita di due Consigli Superiori della Magistratura e la creazione di un’Alta Corte Disciplinare. Poiché non ha raggiunto la maggioranza dei due terzi, la riforma sarà sottoposta a referendum confermativo nella primavera del 2026.

    Per Giorgia Meloni è «un traguardo storico per una giustizia più efficiente e vicina ai cittadini». Per Carlo Nordio è «la fine delle correnti e dei condizionamenti politici». È, in effetti, la realizzazione di un progetto che la destra italiana insegue da trent’anni: separare nettamente chi accusa da chi giudica e limitare il potere dei suoi organi di autogoverno. Per le opposizioni, invece, la riforma non risolve i problemi strutturali della giustizia: la lentezza dei processi, otto anni di durata media, la carenza di organico nell’amministrazione giudiziaria, il sovraffollamento delle carceri.

    La separazione delle carriere

    Il primo pilastro — la separazione delle carriere — obbliga i magistrati a scegliere all’ingresso in magistratura se diventare giudici o pubblici ministeri, senza più la possibilità di passare da una funzione all’altra. Il governo la presenta come garanzia di imparzialità: un giudice che non ha mai fatto il PM sarebbe più terzo, meno condizionato da un sistema di relazioni interne. I sostenitori parlano di una riforma che allinea l’Italia ai sistemi accusatori europei e statunitensi, dove l’accusa e la difesa si fronteggiano da posizioni paritarie davanti a un giudice arbitro.

    Per i critici, al contrario, la separazione definitiva trasforma il PM da magistrato “della legalità” a “avvocato dell’accusa”. Oggi il pubblico ministero deve cercare la verità anche a favore dell’imputato (art. 358 c.p.p.); domani, dicono i contrari, sarà una parte processuale più vulnerabile ai rapporti di forza economici e politici. Il procuratore Nicola Gratteri ha sintetizzato così la preoccupazione: «Rischiamo di processare solo i ladri di polli». Ma soprattutto, gli oppositori temono che, in una magistratura separata, il PM possa essere sottoposto all’esecutivo.

    Due CSM distinti

    Il secondo pilastro introduce due CSM distinti, uno per i giudici e uno per i PM, entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica. I membri togati non saranno più eletti ma sorteggiati tra magistrati con almeno dodici anni di anzianità. Per il governo, il sorteggio interrompe le logiche di corrente e restituisce credibilità a un’istituzione screditata dagli scandali. Per l’Associazione Nazionale Magistrati è invece una “lotteria incostituzionale” che abolisce la democrazia interna e apre la strada a due caste separate.

    L’Alta Corte Disciplinare

    Il terzo pilastro è l’Alta Corte Disciplinare, organo nuovo che sostituisce la sezione disciplinare del CSM. Sarà composta da quindici membri, sette togati sorteggiati e otto laici nominati dal Parlamento. L’obiettivo dichiarato è sottrarre la disciplina alle logiche corporative, ma le opposizioni temono un controllo politico sulle carriere e sulle sanzioni: un PM che indaga un potente potrebbe essere giudicato da un organo con maggioranza parlamentare.

    Gli schieramenti

    A favore della riforma sono i partiti della maggioranza di governo – Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, più Azione di Carlo Calenda e gli avvocati penalisti. Contrari sono i partiti di opposizione: Partito Democratico, Movimento Cinque Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra più l’Associazione Nazionale Magistrati. Italia Viva di Matteo Renzi si è astenuta.

    Il referendum confermativo

    Il referendum confermativo si terrà tra aprile e giugno 2026, senza quorum. I sondaggi iniziali (YouTrend, 3 novembre) indicano un vantaggio del Sì, al 56%. Nella campagna referendaria tenderanno a sovrapporsi il giudizio sul governo e il confronto di merito sul quesito della consultazione, anche perché la riforma è promossa da un governo che ha un rapporto poco sereno con la magistratura. La riforma tocca l’equilibrio tra i poteri dello Stato, ma tocca anche qualcosa di più profondo: l’idea di giustizia che un Paese sceglie per sé. Tra una promessa suggestiva di efficienza e il valore, più silenzioso ma essenziale, dell’indipendenza della magistratura. È su questa discriminante che le italiane e gli italiani saranno chiamati a pronunciarsi.

  • Il Manifesto e Giorgia Meloni

    Il Manifesto e Giorgia Meloni

    Il Manifesto sta con Giorgia Meloni? La domanda è di Giuliana Sgrena, che si risponde di sì. Se non il giornale, sicuramente l’autore dell’editoriale di oggi, 01/11/2025: Andrea Colombo. L’autore nega, dice che era sarcastico.

    In effetti, l’articolo è scritto in modo arguto e ironico. Tuttavia, l’ironia si presta all’ambiguità. Può essere usata per accusare, difendere, criticare, comprendere.

    Considerato che a far da sfondo all’editoriale sono i cori fascisti a Parma nella sede dell’organizzazione giovanile di Fratelli d’Italia e l’imbarazzato silenzio di Giorgia Meloni, direi che in questo caso l’ironia è usata per sdrammatizzare. E questo sembra più favorevole che sfavorevole alla presidente del consiglio.

    Per valutare l’accusa di Giuliana Sgrena, possiamo leggere l’articolo di Andrea Colombo sulla base di due questioni.

    1) Nel confronto tra tutti i soggetti presi in giro nell’articolo, alla fine chi esce meglio?

    Giorgia Meloni risulta assai meglio del suo partito: il quale “di voti non ne porta: senza di lei veleggerebbe a stento intorno alla soglia di sbarramento. In compenso appena Meloni gira gli occhi, a qualcuno parte il braccio destro teso quando non si finisce addirittura con la foto ricordo in divisa nazi”.

    Inoltre, Meloni è migliore dei suoi alleati: “uno come Salvini non lo si può neppure silenziare come un fratellino qualsiasi e tocca svegliarsi ogni mattina col brivido di non sapere cosa gli uscirà di bocca”. Tajani è meno problematico, ma nell’articolo è rimosso.

    La “presidentissima” è pure meglio dell’opposizione: “inetta e parolaia com’è prega mattina e sera che dio gliela conservi”.

    Come se non bastasse, la nostra presidente del consiglio non sfigura neppure davanti alle ipocrite cancellerie europee: “dove un barcone carico di poveracci a picco te lo perdonano, ma una frase in odor di fascio o di razzismo giammai”.

    2) Alla fine, in tutto il paesaggio, Giorgia Meloni non è niente male. L’unica a salvarsi nel confronto è Arianna Meloni. E d’altra parte, seconda questione, la premier di male cosa fa?

    Alla peggio, è innocua. “Appena mette mano alla Carta, fosse pure per varare la nipotina di tutte le riforme contrabbandata per «traguardo storico», qualcuno salta su e punta l’indice. Fioccano le accuse di non sopportare lacci, lacciuoli e controlli di sorta”.

    La sua riforma è modesta (immagino sia la separazione delle carriere), lei ne esagera il valore, ma soprattutto sono esagerati e reattivi gli indici puntati contro.

    Il suo autoritarismo è un “progettino”. Non dipende dalla sua cultura reazionaria, è solo un effetto collaterale del quadro desolante e mediocre che la circonda. Se tutti intorno sono degli incompetenti, lei dovrà pure assumersi le sue responsabilità. La si può comprendere. Detto per scherzo.

    Ma quando diciamo o facciamo cose controverse, dirle o farle scherzando non è una rete di protezione?

    L’editoriale (sempre scherzando?) nota che la “bravata” dei giovani coristi di FdI capita proprio quando “la destra meloniana è impegnatissima a sfruttare la tragedia di Gaza per ripulirsi una volta per tutte il dna dall’increscioso incidente storico delle leggi razziali, rovesciando anzi l’infamante accusa di antisemitismo sugli avversari”.

    Qui, parlando sul serio, si potrebbe osservare che l’impegno della destra meloniana, al di là delle sue intenzioni, potrebbe essere valutato al contrario: il dna, invece di ripulirselo, se lo sporca di nuovo, perché per la seconda volta nella sua storia riesce a posizionarsi dalla parte di uno sterminio.

    In conclusione, l’articolo andava cestinato? Era sufficiente dargli la sua giusta collocazione nella pagina dei contributi o, al limite, come corsivo. L’editoriale esprime la linea del giornale. La linea deve essere chiara. Nei corsi di comunicazione insegnano: se volete trasmettere un messaggio chiaro, evitate di essere ironici.