
Il 3 dicembre 2025, la Camera dei Deputati ha approvato la legge sul consenso informato per l’educazione sessuale nelle scuole, con i voti favorevoli dei partiti di centrodestra e il voto contrario delle opposizioni. La legge stabilisce il divieto dell’educazione sessuale nelle scuole dell’infanzia e nelle scuole elementari. Mentre prevede che le scuole medie e superiori debbano ottenere il consenso informato preventivo dei genitori, o degli studenti se maggiorenni, prima di svolgere qualsiasi attività che tratti temi legati alla sessualità.
L’educazione sessuo-affettiva nelle scuole può dare benefici concreti. Aiuta i giovani a conoscere il proprio corpo e i cambiamenti della pubertà; fornisce informazioni corrette su contraccezione e malattie sessualmente trasmissibili; insegna il valore del consenso e del rispetto nelle relazioni. Può contribuire a contrastare stereotipi e discriminazioni, educare alle emozioni e proteggere dall’abuso. In un’epoca in cui i ragazzi accedono facilmente a contenuti online fuorvianti, la scuola può offrire un riferimento educativo affidabile.
Nei paesi dove si è introdotta l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, come Germania, Olanda, Svezia, tra gli adolescenti si sono ridotte le gravidanze indesiderate, la malattie sessuo-trasmissibili, sono aumentate le denunce di abusi e violenze, finalmente riconosciute come tali, si è ritardato l’esordio sessuale medio di alcuni mesi, è maturato un approccio più responsabile al sesso.
Eppure questo tema polarizza il dibattito politico. La sinistra la rivendica, la destra la ostacola o cerca di contenerla. Le ragioni sono diverse. I conservatori ritengono che certi argomenti debbano rimanere competenza esclusiva della famiglia, perché temono che la scuola possa trasmettere valori in contrasto con quelli familiari. Alcune posizioni conservatrici si legano a valori religiosi tradizionali sulla sessualità e i ruoli di genere. Particolarmente controversa è l’educazione sulle identità di genere e gli orientamenti sessuali: i conservatori temono possa confondere i giovani, i progressisti, invece, la considerano essenziale per l’inclusione. C’è disaccordo su cosa sia appropriato insegnare e a quale età.
Tuttavia, quando la sinistra afferma che contro la violenza non basta la repressione, serve anche la prevenzione, rischia di caricare l’educazione sessuo-affettiva di aspettative eccessive. La violenza non è solo mancanza di educazione. È un rapporto di potere radicato in strutture storiche e di sistema. Qualche ora di lezione a scuola difficilmente può smantellare dinamiche così profonde.
Una prevenzione efficace richiede qualcosa di molto più impegnativo: una lotta per riequilibrare i rapporti di potere tra i sessi. Significa politiche del lavoro che garantiscano autonomia economica alle donne, contrasto alle disparità salariali, redistribuzione del carico di cura, rappresentanza paritaria nei luoghi decisionali, decostruzione dei modelli culturali patriarcali. È un lavoro generazionale che attraversa l’economia, la politica, la cultura.
Investire con forza sulla prevenzione educativa può anche diventare, paradossalmente, un modo per evitare interventi più difficili, che implicano un conflitto più duro. Non contro la destra o contro l’integralismo cattolico, ma contro il privilegio maschile. È più facile dire “educhiamo i ragazzi” che affrontare e correggere i rapporti di potere tra i sessi nella società, nella sfera pubblica e nelle relazioni interpersonali. L’educazione è utile e può essere un tassello importante, specie se affronta esplicitamente le dinamiche di potere. Ma presentarla come la soluzione rischia di essere illusorio e deresponsabilizzante rispetto agli interventi strutturali necessari.

