
Possiamo essere contenti della sconfitta di Viktor Orban in Ungheria. Anche se i fascisti e qualche rossobruno ci dicono il contrario, perché il vincitore è di destra. C’è la controprova: entrambi sono delusi, perché il loro candidato preferito ha perso. Loro, come noi, sanno riconoscere che esistono destre diverse: sovranisti-populisti e liberal-conservatori; il partito dei patrioti e il partito popolare.
La sconfitta di Orban è la sconfitta di tutti coloro che hanno fatto campagna elettorale per lui. Con un video, un intervento, una presenza attiva, da Trump e Vance a Netanyahu, passando per Meloni, Salvini, Le Pen, Abascal, Weidel. Insieme all’autocrate ungherese ha perso l’internazionale nera. Questo indica che altri risultati simili sono oggi più probabili. La sconfitta di Netanyahu nelle elezioni israeliane dell’ottobre 2026, quella di Trump nelle elezioni di midterm a novembre 2026 negli Stati Uniti, e quella di Meloni nel 2027 in Italia.
Ciò che distingue la destra sovranista-populista non è l’estremismo dentro una continuità, che può scolorire fino ai più moderati. È il non riconoscersi nella democrazia liberale, la democrazia costituzionale. Questa destra quasi si stupisce quando viene accusata di essere antidemocratica. Perché pensa di sostenere la democrazia: non mette in discussione le elezioni, i parlamenti, il pluralismo dei partiti. Cioè, il principio democratico del potere della maggioranza. Anzi, gli attribuisce un valore assoluto.
E proprio qui cominciano i guai, perché in una società democratica non esiste solo la maggioranza. Esistono le minoranze, le future generazioni, il rapporto con gli altri paesi. Nelle democrazie liberali, perciò, il potere della maggioranza è temperato dai principi costituzionali, dai diritti delle minoranze, dai trattati internazionali, dallo stato di diritto, nel quale anche chi esprime la volontà della maggioranza è sottoposto al primato della legge. I sovranisti-populisti al potere credono invece di essere essi stessi la legge. Questa non è un’accusa avversaria: lo stesso Orban, nel 2012, ha definito il suo sistema di governo “democrazia illiberale”.
Sotto questo aspetto, la sconfitta di Orban non costituisce una fisiologica alternanza di governo, ma una transizione di regime. Non cambiano solo i ministri. Dovranno cambiare anche le principali figure istituzionali di garanzia e i principali dirigenti dello stato e della televisione pubblica, perché il Fidesz ha occupato tutti i gangli del potere, fondendo partito, governo e istituzioni.
Per realizzare una transizione di regime pacifica, una figura di destra, un ex membro del regime, è più adatta di una chiara alternativa progressista, come potrebbero essere democratici, socialisti e verdi. Perché è più rassicurante per quell’elettorato che ha sostenuto Orban, ma oggi ne è deluso, persone anche tradizionaliste, che vogliono cambiare, ma senza saltare nel buio. Per loro, occorre non un rivoluzionario, ma un traghettatore. È lo stesso schema che ha funzionato nella transizione spagnola dopo Franco, e più di recente in Polonia con il ritorno di Tusk. In entrambi i casi, figure interne al sistema hanno reso possibile un passaggio che forze apertamente alternative avrebbero reso più traumatico.
Peter Magyar ha proposto il limite dei due mandati per le cariche di governo. Non è un limite giusto in assoluto, ma nel contesto di certi paesi e in certi momenti storici può essere opportuno. L’eccessiva longevità di un governo, mentre dimostra il suo consenso popolare, diventa spesso causa di corruzione e degenerazione. E favorisce quella fusione tra partito e istituzioni che ha caratterizzato il regime di Orban. Il ricambio di personale politico e istituzionale è di per sé una cosa buona.
Non sappiamo come si comporterà il vincitore: se presterà fede alle sue promesse di rendere di nuovo autonome le istituzioni, la magistratura, la stampa, di reintegrare l’Ungheria nell’Unione Europea, o se col tempo si trasformerà in un nuovo Orban, considerando il punto di partenza popolare e liberal-conservatore, che fu del Fidesz. Ma per ora l’Ungheria ha scelto l’Europa e lo stato di diritto. E questa scelta, compiuta con un’affluenza record di quasi l’ottanta per cento, è il fatto politico di maggior rilievo, per il quale possiamo essere molto contenti.
