Tag: Terrorismo

  • Le vere colpe del mondo nel disastro palestinese

    Mohammad Hannoun

    “Le colpe del mondo nel disastro palestinese” è il titolo scelto da Mattia Feltri per commentare l’inchiesta su Mohammad Hannoun e, più in generale, il sistema degli aiuti a Gaza. È un titolo che compie un’operazione di spostamento della responsabilità radicale. Se il “mondo” (attraverso gli aiuti e la cecità politica) è il colpevole, allora i soggetti attivi del conflitto — chi occupa, chi bombarda, chi lancia razzi, chi nega i diritti fondamentali — passano in secondo piano o diventano semplici comparse di un disastro alimentato dall’esterno.

    Chiamando in causa “il mondo”, Feltri relativizza le responsabilità dirette. Se il disastro è causato dalla beneficenza occidentale che foraggia Hamas, allora le politiche di Israele (occupazione, espansione degli insediamenti, blocchi) non sono più la causa della “sventura di un popolo”, ma solo una reazione a un problema foraggiato da noi. Hamas non è un attore politico nato da un contesto specifico, ma un parassita che sopravvive solo grazie all’ossigeno delle ONG.

    La falsa equidistanza tra destra e sinistra

    L’articolo si apre con un falso esercizio di equidistanza tra destra e sinistra, per sembrare super partes. Tuttavia, è una simmetria solo apparente. Alla destra rimprovera un peccato di “stile” (usare la vicenda per fare propaganda sui social). Alla sinistra rimprovera un peccato di “sostanza” (aver favorito, per cecità o stupidità, un presunto finanziatore del terrorismo). In questo modo, sposta l’asticella: la destra è “poco elegante”, ma la sinistra è pericolosamente ingenua. L’articolo colpisce quindi duramente i politici di sinistra che hanno ospitato Hannoun.

    Ma, se da un lato la prudenza è d’obbligo, dall’altro la politica ha il compito di dialogare con i rappresentanti delle comunità. Se un soggetto non ha condanne definitive e presiede associazioni legalmente riconosciute in Italia, l’accusa di “zona grigia” rischia di diventare un processo alle intenzioni retroattivo, basato su sviluppi giudiziari emersi solo successivamente.

    Le liste nere come verità

    Si sostiene che bisognava prendere sul serio l’iscrizione di Hannoun e della sua associazione nelle liste nere di Stati Uniti e Israele, perché si tratta di due democrazie. Allo stesso modo, si invita a rivalutare le prese di posizione della destra italiana ostili ai progetti di Hannoun. Qui Feltri presenta le intelligence di USA e Israele come fonti neutrali in quanto “democratiche”. Ignora che le liste nere sono strumenti di politica estera. Un’organizzazione può essere inserita in una lista non solo per atti terroristici accertati, ma per affiliazione politica o per pressione diplomatica. Chiede poi alla sinistra italiana di abdicare alla propria autonomia di giudizio e di “prendere sul serio la destra”, che in questo schema diventa l’unica depositaria della verità solo perché allineata a una delle parti in causa.

    La generalizzazione: gli aiuti aiutano il terrorismo

    Il passaggio successivo è la generalizzazione: gli aiuti ai palestinesi finiscono a Hamas; gli aiuti che finiscono a Hamas sono aiuti al terrorismo armato. Da qui, la conclusione non dichiarata ma chiarissima: continuare ad aiutare è inutile, se non addirittura dannoso. Non viene proposta alcuna alternativa – né canali diversi, né controlli migliori, né forme di distribuzione autonome – ma solo una delegittimazione complessiva della solidarietà. Questa catena logica è fragile.

    È possibile, che una parte degli aiuti venga intercettata o strumentalizzata. Ma cosa significa, esattamente, “finire a Hamas”? Israele adotta una definizione estremamente estesa di terrorismo e complicità con il terrorismo. Considera terrorismo anche l’assistenza alle famiglie dei sospetti terroristi, e demolisce sistematicamente le loro case come forma di punizione collettiva, colpendo nuclei familiari che non sono affatto “famiglie terroriste”. Queste persone hanno bisogno di un tetto, di cibo, di assistenza. Finanziare quell’assistenza è terrorismo? Dal punto di vista israeliano, spesso sì. È dunque possibile che le segnalazioni israeliane contengano elementi di verità, ma all’interno di una cornice politica che trasforma l’aiuto umanitario in sospetto permanente. Assumerla senza mediazioni, come fa Feltri, non significa essere realistici. Significa adottare integralmente lo sguardo di una delle parti in conflitto e usarlo per colpire non Hamas, ma la solidarietà stessa.

    Gli aiuti rubati: il dato manipolato

    Nell’articolo di Feltri, va messa a fuoco in particolare un’affermazione. “L’Onu ha ammesso che l’80/90 per cento degli aiuti indirizzati a Gaza sono sequestrati da Hamas, o da altre bande di tagliagole, per alimentare il mercato nero, arricchirsi, armarsi, tenere la popolazione sotto dominio”. Questa affermazione è fuorviante: si fonda su una verità parziale per costruire una bugia. Secondo dati UN2720, l’85% degli aiuti entrati nella Striscia tra maggio e luglio 2025 sarebbe stato dirottato da bande armate e poi rivenduto sul mercato nero. Il risultato? Dei circa 2.000 camion passati in quei due mesi, solo 200 avrebbero raggiunto effettivamente la popolazione affamata.

    Ma la sola enfatizzazione di questi dati omette un altro dato fondamentale. Per evitare la carestia, secondo OCHA (Ufficio ONU per gli Affari Umanitari), a Gaza dovrebbero entrare almeno 500 camion di aiuti al giorno. Invece, sempre i dati UN2720 rivelano che ne sono entrati in media solo 33 al giorno – meno del 7% del fabbisogno minimo. Dunque, quell’85% di aiuti “rubati” non si riferisce alla totalità degli aiuti necessari, ma a una minuscola frazione di ciò che Israele ha permesso di far passare.

    Quindi, è proprio il blocco israeliano a creare le condizioni affinché avvengano i saccheggi. È la legge del mercato nero. Se il mondo invia 500 camion e ne entrano 500, il mercato nero non ha spazio per esistere perché i beni sono abbondanti o almeno sufficienti. Se ne entrano solo 33 (il 7% del fabbisogno), il bene diventa oro. In un contesto di carestia indotta, il controllo dei pochi viveri diventa l’unico vero potere. Israele, limitando l’afflusso, non “protegge” gli aiuti da Hamas, ma crea il terreno fertile perché bande armate e clan (non necessariamente Hamas, spesso semplici gang nate dal vuoto di potere) se ne impossessino.

    Causa ed effetto: la vera colpa del mondo

    Se si vogliono davvero cercare “le colpe del mondo nel disastro palestinese”, la prima non è l’eccesso di aiuti né la cattiva coscienza occidentale. È l’impunità strutturale di Israele, garantita per decenni da Stati Uniti ed Europa. Un’impunità che ha permesso l’occupazione permanente, l’assedio, il controllo totale su confini, risorse e sopravvivenza, la sistematica violazione del diritto internazionale, il massacro di decine di migliaia di persone senza conseguenze reali. Attribuire il disastro palestinese al modo in cui il mondo aiuta significa rovesciare causa ed effetto. Gli aiuti non sono la causa della dipendenza, ma il risultato di un sistema che impedisce ai palestinesi di vivere senza aiuti. Se il mondo è colpevole, lo è prima di tutto per ciò che tollera, non per ciò che finanzia.

  • L’attacco contro la festa ebraica di Hannukkah a Sidney

    L'attacco contro la festa ebraica di Hannukkah a Sidney

    Oggi, 14 dicembre 2025, un attacco terroristico a Bondi Beach, a Sydney, durante la celebrazione di Hanukkah, ha ucciso almeno 16 persone e ferito 40. Due uomini armati, forse tre, hanno aperto il fuoco dalla passerella pedonale che conduce alla spiaggia. Tra le vittime ci sono una bambina di 12 anni, il rabbino Eli Schlanger, e un sopravvissuto all’Olocausto di nome Alex Kleytman. Protagonista di un momento eroico, un uomo di 43 anni, Ahmed al Ahmed, che ha disarmato uno degli aggressori affrontandolo da dietro durante la sparatoria, nonostante sia stato colpito due volte. Il suo intervento ha scongiurato una strage ancora peggiore. È il secondo più grave attentato con armi da fuoco nella storia australiana, dopo il massacro di Port Arthur del 1996.

    Gli aggressori

    Uno degli attaccanti è stato ucciso dalla polizia. L’altro è stato identificato in via provvisoria come Naveed Akram, secondo funzionari delle forze dell’ordine statunitensi e australiani. Una patente di guida condivisa online mostra che Naveed Akram sarebbe nato nel 2001 il che lo renderebbe 24enne al momento dell’attacco. L’ASIO (Australian Security Intelligence Organisation) ha dichiarato che uno degli aggressori era noto alle autorità. Burgess dell’ASIO ha aggiunto che l’individuo era conosciuto, “ma non in una prospettiva di minaccia immediata”.

    La polizia crede che possa essere stato coinvolto un terzo sospetto, ma invitano alla cautela mentre le indagini continuano. L’eroe Ahmed al Ahmed, il padre di 43 anni che ha disarmato uno degli attaccanti, è stato identificato come un proprietario di un’attività di frutta di Sutherland Shire, Sydney. Ha riportato ferite da arma da fuoco al braccio e alla mano ed è stato ricoverato in ospedale. Le indagini sono ancora in corso per determinare l’identità completa di tutti gli aggressori e i loro moventi.

    Il momento dell’attacco

    L’attacco è iniziato intorno alle 18:37 ora locale. I servizi di emergenza sono stati chiamati per la prima volta sulla scena alle 18:47. L’evento di Hanukkah era iniziato alle 17:00 ora locale. Testimoni hanno riferito che la sparatoria è durata circa 10 minuti. Un testimone cileno di 25 anni, Camilo Diaz, ha raccontato: “È stato scioccante. Sembrava 10 minuti di solo bang, bang, bang”. La BBC ha successivamente verificato un video di quasi 11 minuti ininterrotti, filmato da circa 50 metri di distanza, che inizia poco dopo l’incidente. La sparatoria è stata dichiarata attentato terroristico dalla polizia alle 21:36 ora locale, circa tre ore dopo l’inizio dell’attacco.

    L’evento e il luogo dell’attentato

    L’evento si è svolto al Bondi Park Playground, a Bondi Beach, NSW 2026, Australia. Bondi Beach è una delle spiagge più famose e frequentate di Sydney, una destinazione turistica molto popolare. Gli attaccanti hanno sparato da un ponte pedonale sopra l’evento, con una posizione sopraelevata che dominava l’area. Il nome dell’evento era “Chanukah by the Sea” (Hanukkah al Mare), organizzato dalla comunità Chabad of Bondi , insieme al Waverley Council (l’amministrazione locale). Era l’apertura della festa, iniziata alle 17, la prima serata di Hanukkah, la festa ebraica delle luci, con circa mille persone partecipanti.

    L’evento includeva l’accensione di una menorah gigante, ciambelle gratuite, cibo kosher, presentazione video speciale, cinema 9D, fattoria didattica con animali, pittura del viso, laboratori di Hanukkah, kit menorah da portare a casa. Era un evento pubblico e gratuito, aperto alla comunità generale, non solo agli ebrei. Si trattava di un evento comunitario festoso e familiare, con video che mostravano una folla mista e festosa, con membri ortodossi visibilmente presenti che distribuivano cibo ai visitatori della spiaggia, inclusi ebrei e non ebrei. Chabad è noto per i suoi sforzi di divulgazione globale, e il festival di Hanukkah è una tradizione annuale per il movimento.

    Il movente degli aggressori

    Le autorità, incluso il Primo Ministro Anthony Albanese, hanno descritto l’attacco come deliberatamente mirato contro gli ebrei durante Hanukkah. Il commissario di polizia del New South Wales ha designato la sparatoria come attacco terroristico. Dopo il 7 ottobre 2023 (attacchi di Hamas a Israele) e durante la guerra di Gaza, i tassi di antisemitismo sono aumentati drasticamente in Australia. Gli attacchi antisemiti, inclusi aggressioni, vandalismo, minacce e intimidazioni, sono triplicati nel paese nell’anno successivo al 7 ottobre 2023. Nel 2024, sinagoghe e auto sono state incendiate, attività commerciali e case vandalizzate con graffiti, e ebrei attaccati a Sydney e Melbourne, dove vive l’85% della popolazione ebraica australiana. Un pastore di Bondi ha dichiarato che l’antisemitismo stava “fermentando” nei sobborghi orientali di Sydney e che era “costantemente circondato da graffiti antisemiti”.

    Le polemiche sulla gestione dell’antisemitismo

    Ci sono forti polemiche politiche riguardo la gestione dell’antisemitismo. Netanyahu ha affermato di aver avvertito il Primo Ministro australiano tre mesi prima che le sue politiche stavano “gettando olio sul fuoco dell’antisemitismo”, riferendosi all’annuncio dell’Australia di riconoscere lo stato palestinese. Netanyahu ha accusato il governo australiano di non aver fatto nulla per fermare la diffusione dell’antisemitismo. I leader ebrei avevano avvertito dell’odio diretto verso la comunità espresso attraverso graffiti e attacchi incendiari. L’Australian Jewish Association ha dichiarato che l’attacco tragico era “completamente prevedibile”.

    Le misure di contrasto del governo

    Nonostante critiche e accuse, negli ultimi due anni il governo di Anthony Albanese ha preso diverse iniziative per contrastare l’antisemitismo. La nomina di Jillian Segal come primo inviato speciale australiano per combattere l’antisemitismo. La creazione dell’operazione speciale AFP “Avalite” per reprimere antisemitismo, minacce, violenza e odio. Da quando è stata istituita, l’AFP ha ricevuto 124 segnalazioni, con 102 sotto indagine attiva. Il finanziamento di misure per la sicurezza fisica nelle scuole ebraiche, sinagoghe e centri comunitari. Lo stanziamento di 30 milioni di dollari australiani per la ricostruzione della sinagoga Adass Israel di Melbourne distrutta a dicembre 2024, oltre a 250.000 dollari per sostituire i rotoli della Torah danneggiati. L’introduzione di un sistema di “pagella universitaria” che potrebbe portare a tagli dei finanziamenti governativi alle università che non agiscono contro l’antisemitismo.

    Motivazioni non ancora accertate

    Tuttavia, la motivazione specifica degli attaccanti non è ancora accertata. Le autorità hanno classificato l’attacco come terrorismo antisemita basandosi sul target specifico (evento ebraico durante Hanukkah); Il momento scelto (prima sera di Hanukkah); le armi e dispositivi esplosivi utilizzati; il contesto di crescente antisemitismo. Ma, la motivazione ideologica precisa degli attaccanti (se religiosa, politica, legata al conflitto israelo-palestinese, al conflitto con l’Iran, o altro) non è stata ancora rivelata pubblicamente dalle autorità. Le indagini sono ancora in corso e l’aggressore fermato è in condizioni critiche in ospedale. Secondo la polizia, i due attentatori sarebbero padre e figlio. Sajid Akram, 50 anni, e Naveed Akram, 24 anni.