
L’elezione di Zohran Mamdani a sindaco di New York ha allarmato moderati e conservatori. Qui in Italia, qualcuno già si domanda: adesso la sinistra vorrà fare come Mamdani? È vivamente sconsigliato, dicono. Sarebbe l’ennesima imitazione italiana di un modello straniero. La sinistra ha già voluto fare come Jospin, Tsipras, Zapatero, Corbyn — e non è andata bene.
A dire il vero, il principale partito della sinistra italiana, prima il PDS/DS, poi il Partito Democratico, ha voluto fare soprattutto come Tony Blair, ancora mitizzato — anche dopo la sua caduta — dal Matteo Renzi presidente del Consiglio.
D’altra parte, se un Paese fatica a esprimere modelli propri, è normale che s’ispiri a quelli stranieri. La destra italiana, del resto, non pensa forse di essere e di fare come Trump?
I consiglieri moderati e conservatori che oggi sconsigliano di “fare come Mamdani”, magari in modo provocatorio e paradossale, hanno sempre dato lo questo consiglio alla sinistra italiana: smettila di combattere battaglie simboliche e crociate culturali; lascia perdere i diritti dei migranti e delle comunità LGBTQ+; non confinarti nelle enclave urbane benestanti (le ZTL); non gridare sempre al pericolo del fascismo; concentrati invece sui lavoratori, sul popolo delle periferie.
Ebbene, Mamdani cos’altro ha fatto?
Il programma con cui un democratico socialista di 34 anni, figlio di immigrati ugandesi, ha conquistato la guida della Grande Mela con il 51,2% dei voti è un distillato di pragmatismo classista. Ha messo in secondo piano le battaglie identitarie per focalizzarsi su ciò che brucia ai newyorchesi: l’affordability, il costo della vita che strangola lavoratori e poveri. Tra le priorità immediate spiccano il congelamento degli affitti per quasi un milione di appartamenti stabilizzati, la costruzione di 200.000 unità abitative accessibili in dieci anni, e un asilo universale gratuito da 6 settimane a 5 anni (costo stimato: 6 miliardi annui, finanziati con tasse sui ricchi e sulle corporation). Sui trasporti pubblici, ha promesso investimenti per renderli gratuiti o low-cost, legandoli a una rete più efficiente e sostenibile.
Allora, perché non fare come Mamdani? Non significa copiare il suo programma in ogni dettaglio, ma tornare a essere — o diventare — il partito della giustizia sociale e dell’uguaglianza.
L’elezione di Mamdani infastidisce anche una parte della sinistra più radicale, che lo giudica “non abbastanza socialista”, un “riformista” parte del sistema. È un riflesso ideologico che in Italia suona familiare, complice l’alone negativo che per decenni ha circondato parole come “socialismo” o “socialdemocrazia”, dopo le loro degenerazioni negli anni Ottanta. O la vecchia contrapposizione fra riformisti e rivoluzionari, quando i socialdemocratici si distinguevano dai comunisti per tattica, strategia e — poi — per schieramento geopolitico.
Questa visione rigida non coglie la traiettoria politica di Mamdani e dei suoi compagni di generazione. Negli Stati Uniti, “socialista democratico” non è un tradimento del socialismo, ma un colpo di frusta a sinistra dentro un sistema che per decenni ha avuto il suo centro-sinistra nei democratici e il suo centro-destra nei repubblicani moderati. Quando Mamdani, Ocasio-Cortez o Sanders si definiscono socialisti, non stanno moderando i comunisti: stanno radicalizzando i liberali. Stanno spingendo il Partito Democratico — che per quarant’anni ha accettato il neoliberismo come dogma — verso politiche che in Europa sarebbero considerate socialdemocrazia di base: sanità pubblica, università gratuita, tassazione progressiva, diritto alla casa.
Considerando la deriva liberaldemocratica dei grandi partiti della sinistra europea, il ritorno — o meglio, l’emergere — di un nuovo socialismo potrebbe fare molto bene anche all’Europa e all’Italia.

