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  • Renee Nicole Good uccisa dall’ICE a Minneapolis

    Renee Nicole Good uccisa dall'ICE a Minneapolis

    Esiste l’idea che, di fronte a un ordine della polizia o di agenti federali, la conformità assoluta sia l’unico modo per garantire la propria sicurezza. Ma proprio il caso di Renee Nicole Good mette in discussione questa semplice logica. Gli psicologi forensi e i legali della famiglia sostengono che Renee Good non stesse “resistendo” nel senso irregolare del termine, ma fosse in preda al panico. Gli agenti dell’ICE non sono poliziotti con la divisa, ma uomini mascherati con abbigliamento tattico-militare. I testimoni riferiscono che diversi agenti urlavano ordini diversi contemporaneamente, rendendo impossibile capire cosa fare per “mettersi in salvo”. Infatti, il SUV di Renee era messo di traverso e bloccava la strada. Quindi, un agente poteva ordinarle di spostarsi, mentre un altro le ordinava di fermarsi. Lei forse ha seguito l’ordine che le pareva più sensato: spostare l’auto per liberare il passaggio.

    Il punto legale centrale non è solo se Renee si sia fermata, ma se la sua decisione di muovere l’auto giustificasse una risposta mortale. Secondo le linee guida sull’uso della forza (spesso citate dai Democratici e dal Sindaco Frey), la forza letale è ammessa solo se c’è una minaccia immediata di morte per l’agente o altri. I video mostrano che l’auto si muoveva lentamente e che l’agente Ross aveva spazio per spostarsi lateralmente invece di sparare al parabrezza.

    Renee Good era una cittadina americana che non aveva commesso alcun reato. È accettabile che un’agenzia federale (l’ICE) utilizzi tattiche da zona di guerra in un quartiere residenziale contro civili che non sono l’obiettivo dell’operazione? Fino a che punto un cittadino deve mantenere la calma assoluta mentre uomini armati e mascherati cercano di scardinare la portiera della sua auto senza un mandato chiaro? L’ICE non è la polizia e neppure la polizia può essere “giudice, giuria ed esecutore” sul posto, specialmente quando la minaccia è minima o inesistente e la vittima è palesemente terrorizzata.

    Un video mostra un comportamento, non può mostrare uno stato d’animo. Una volta, ai confini tra la città e la campagna, mi ritrovai circondato da quattro, cinque cani randagi, che digrignavano i denti minacciosi. Avevo molta paura. Però, mi mostrai impassibile e continuai a camminare come se non ci fossero, ma ad ogni istante sentivo forte la tentazione della fuga. Arrivai a casa, sudando freddo. Un video non avrebbe potuto testimoniare la mia paura.

    Tornando al caso di Renee Nicole Good, molti psicologi del trauma intervenuti nel dibattito sostengono che la calma iniziale può essere una “reazione di dissociazione” o un tentativo fallito di allentare la tensione, seguito da un improvviso istinto di fuga quando l’agente ha cercato di rompere il finestrino.

    Invece, quello che il video ha potuto mostrare chiaramente è che la donna con la sua auto non ha rappresentato una minaccia per l’agente ICE. Come riportato nelle analisi tecniche (ad esempio dal New York Times), il fatto che l’agente sia rimasto in piedi, con un braccio teso a filmare e l’altro a sparare, dimostra che non c’é stato un impatto o comunque un impatto tale da giustificare l’uso letale della forza. L’auto si muoveva in una direzione che si allontanava dall’agente, non andava verso di lui.

    Una persona intelligente, circondata da agenti armati, si ferma, alza le mani e sta tranquilla? Forse, se gli è stato detto solo di fermarsi e non contemporaneamente di fermarsi, ma pure di andarsene. Oppure, si ferma e sta tranquilla, se ha fiducia che sarà trattata umanamente. Ma il comportamento degli agenti ICE è noto e abbiamo visto che alcuni di loro sono disposti a uccidere per nulla. Lei poteva temere di essere picchiata, violentata, trattenuta chissà dove e in quali condizioni. Ma, anche se non fosse stata intelligente o qualsiasi difetto avesse, questo non può giustificare l’improvvisazione in strada della pena di morte.