
Il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti ha litigato con il suo partito, la Lega di Matteo Salvini, intorno alla stretta sulle pensioni. Giorgetti voleva ridurre i canali di uscita anticipata. Via quota 103 e opzione donna dal 2026. Allungare l’attesa tra maturazione dei requisiti e incasso dell’assegno. Penalizzare il riscatto degli anni di laurea per anticipare la pensione.
Quasi una crisi di governo
Il Ministro, custode dei conti pubblici, ha difeso il rigore finanziario per rispettare i parametri europei di rientro dal deficit entro il 2027, considerando le misure di anticipo pensionistico troppo costose, in combinazione con l’aumento delle spese militari.
I vertici leghisti hanno accusato il “loro” ministro di aver ceduto troppo alla linea tecnocratica e hanno temuto che una stretta così netta sulle pensioni potesse alienare l’elettorato storico del Carroccio, da sempre paladino dell’abolizione della Legge Fornero.
Si è arrivati a un punto di rottura tale che la Lega ha minacciato di non votare il provvedimento in Commissione Bilancio, uno strappo senza precedenti tra un partito e un proprio ministro di peso.
Il rinvio della stretta sulle pensioni
Il ritiro di una parte delle norme contestate ha evitato la crisi di governo. La stretta è stata congelata e rinviata. Confermata l’Ape sociale, uno dei pochi canali di uscita flessibile, ma sono abolite, quota 103, l’opzione donna e il cumulo tra previdenza privata e previdenza pubblica per anticipare la pensione.. Giorgetti è rimasto al suo posto. Ma il governo ha dovuto trovare coperture alternative: rimodulazioni del PNRR e nuove norme sull’iperammortamento.
Salvini ha vinto parzialmente su Giorgetti. La Lega ha salvaguardato la bandiera sulle pensioni al costo di una manovra più fragile sulla tenuta dei conti pubblici a lungo termine. Tuttavia, in prospettiva il compromesso ha sacrificato il lavoro più duro con il taglio di 40 milioni di euro annui dal 2033 al fondo per le pensioni usuranti e il lavoro precoce, restringendo le finestre di uscita a chi ha versato almeno 12 mesi di contributi prima dei 19 anni.
Due timer per una bomba a orologeria
Giorgetti voleva disinnescare una bomba a orologeria che ha due timer diversi. Il conflitto tra spese militari e spesa sociale. L’inverno demografico e la sostenibilità dell’INPS.
La spesa militare per il 2025 sarà di 32 miliardi di euro. Più 0,15% di PIL nel 2026, fino allo 0,50% nel 2028. Poiché, il Patto di stabilità europeo vieta nuovo debito, ogni euro destinato alla Difesa è un euro sottratto a sanità e pensioni.
L’inverno demografico è il problema strutturale più grave. I contributi di chi lavora pagano le pensioni di chi è a riposo. Entro il 2030 la spesa pensionistica salirà al 17% del PIL. Se il numero di lavoratori diminuisce (perché nascono meno giovani) e quello dei pensionati aumenta (perché si vive più a lungo), il sistema crolla a meno che si vada in pensione più tardi (alzando l’età pensionabile); le pensioni siano più basse (ricalcolo contributivo); aumenti la produttività e tornino ad aumentare le nascite, ma sono processi lenti, comunque non alle viste in prospettiva.
Rinviare è opportuno, perché le pensioni non sono solo pura ragioneria, riguardano le persone in carne e ossa: non si possono trattenere in fabbrica e in miniera ancora più a lungo gli ultrasessantenni. Ma rinviare moltiplica la pressione.
Spostare la stretta sulle pensioni all’ultimo anno utile (il 2026-27) significa che il governo dovrà scrivere la manovra più difficile proprio mentre i partiti saranno impegnati a tappezzare le città di manifesti elettorali.
Tre pilastri per una riforma
Tre pilastri potrebbero stabilizzare il sistema. Ma ciascuno di essi si scontra con l’identità politica della destra al potere.
Spese Militari vs Previdenza. Il governo ha scelto di dare priorità agli impegni internazionali (NATO). Per un governo che fa del “sovranismo” e della “difesa dei confini” una bandiera, aumentare la spesa militare è una scelta identitaria, pure corrispondente al desiderio dell’amministrazione Trump. Tuttavia, questo sottrae miliardi (si parla di un aumento di circa 2-3 miliardi l’anno per arrivare al target del 2%) che avrebbero potuto finanziare la flessibilità in uscita o aumentare le pensioni minime.
Immigrazione come risorsa contributiva. Questo è il “tabù” per eccellenza. Il Governatore della Banca d’Italia e il Presidente dell’INPS lo dicono chiaro: senza un aumento della forza lavoro straniera, il sistema a ripartizione (dove chi lavora paga per chi è in pensione) crollerà. Nonostante il governo abbia approvato un “Decreto Flussi” che prevede circa 450.000 ingressi legali nel triennio 2023-2025 (e che continuerà nel 2026), i flussi in entrata sono insufficienti e la narrazione politica resta ostile. La Lega non può ammettere che il sistema pensionistico italiano “si regge sugli immigrati” senza perdere il consenso della sua base elettorale più xenofoba.
Spostamento sulla fiscalità generale. Separare la previdenza (pagata con i contributi e legata al lavoro) dall’assistenza (pagata dalle tasse di tutti, per chi è in difficoltà). Se l’assistenza (invalidità, integrazioni al minimo, assegni sociali) uscisse dal bilancio INPS e finisse nel bilancio dello Stato, i conti della previdenza sarebbero molto più sani e “sostenibili”. Spostare tutto sulla fiscalità generale significa che per pagare le pensioni bisognerebbe recuperare l’evasione fiscale altissima e praticare una forma di tassazione progressiva, come prevede la Costituzione, per far contribuire ciascuno in forza delle sue disponibilità.
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