
La difesa comune di Erri De Luca e Francesco De Gregori si basa sul fatto che entrambi hanno deluso un pubblico di sinistra, il quale avrebbe reagito in modo illiberale. Lo stigma alla reazione del pubblico sfrutta l’effetto ridondante dei social media. L’esposizione pubblica di personaggi famosi e caratterizzati su temi controversi provoca la reazione pubblica, che un tempo era mediata da radio, televisioni, giornali, che selezionavano all’accesso al dibattito e le sue forme. Oggi, la reazione è immediata su Internet. Milioni di persone dicono la loro, contestano la tesi altrui, tutti insieme e per giorni. L’effetto può sembrare un massacro, anche se è solo normale disapprovazione, sia pure sistematicamente amplificata dal mezzo. La disapprovazione, hate speech a parte, sarebbe liberale accettarla. Ossia, accettare che anche i mostri sacri possano essere criticati, persino in massa.
Forse i due personaggi convergono nei contenuti. Non è dato saperlo perché De Gregori rifiuta di prendere posizione. Su questo punto, le due posizioni si escludono. De Gregori dice “Non do lezioni e non le voglio nemmeno prendere da un cantante o da una persona di cinema”. Presumo neanche da uno scrittore di narrativa. De Luca ha fatto il contrario. Ci ha spiegato il sionismo, il genocidio e Gaza, senza neanche dire “secondo me”. Per quanto mi riguarda, sono entrambi legittimi e ne apprezzo la capacità di animare la discussione pubblica. Meno bene gli avvocati difensori, nel momento in cui la discussione pubblica la sanzionano.
Ritenere che l’artista si esprima già attraverso la sua arte e non abbia bisogno di aggiungere nulla, è un’idea romantica, che si sottrae al rischio della strumentalizzazione ideologica, difende il valore specifico di un linguaggio e rifiuta il ritmo moderno dell’iperstimolazione perenne. Un’idea legittima, con una sua integralità e purezza. La rispetto pienamente. Anche se, ipotizzo la possibilità di cogliere un nesso tra il non voler prendere posizione e l’esaurimento della vena creativa dichiarato dallo stesso De Gregori, che così non si esprime più, né per “proclami”, né per canzoni. Credo, infatti, l’ispirazione non cada dal cielo, ma si attivi quando siamo interessati e motivati, quando la cerchiamo e nel cercarla mettiamo in gioco la nostra purezza. Certo, a un certo punto, oltre una certa età, possiamo non averne più voglia. Va bene lo stesso, specie nel caso di De Gregori, il contributo che ha dato è già grande.
Quel che funziona meno in questa idea di artista puro è il rischio di diventare normativa. La grandezza di De Gregori, perché dovrebbe togliere qualcosa o rendere imbarazzante la grandezza di Bruce Springsteen? O di Noa, Achinoam Nini? Una persona può sentirsi artista e insieme anche altre cose, anche attivista. Oppure, può ritenere di attraversare un momento eccezionale nel quale non basta più l’opera mediata dell’arte, occorre un contributo immediato, come quello degli intellettuali, dei professori, degli scrittori che presero le armi nella Resistenza.
Donald Trump non è un normale presidente repubblicano avversario del democratici in una fisiologica alternanza di governo. È il presidente che vuole instaurare un regime negli Stati Uniti. È normale che attori e cantanti democratici si sentano mobilitati. Benjamin Netanyahu non è un normale premier del Likud. Alleandosi con l’estrema destra religioso-messianica e impegnando il suo paese in tanti fronti di guerra senza fine, rischia di essere lui la principale minaccia allo stato. Chiunque ne avverta il pericolo, anche una cantante israeliana, può mettere in guardia il paese. Non è sentirsi superiori, né dare lezioni. È contribuire a raggiungere il pubblico più largo, perché ognuno è capace di parlare a qualcuno, che altri non sono in grado di raggiungere.
Il dubbio e la complessità, evocati da Walter Veltroni, per difendere la posizione di De Gregori, possono c’entrare se non riconosci la sostanza di una situazione urgente e pericolosa. Forse, il dubbio e la complessità hanno abitato la mente di Benedetto Croce nei primi anni del fascismo. Tuttavia, succede anche che il dubbio e la complessità siano artifici retorici. Capita quando le cose vanno in un certo modo che richiede di schierarsi all’opposizione per fermarle, ma non richiede nulla per mandarle avanti, basta mettere in dubbio oppositori.
Ricordiamo, durante la pandemia, i dubbi di chi non voleva le restrizioni sanitarie e i vaccini, oppure, nel contrasto al riscaldamento climatico, i dubbi di coloro che non vogliono abbandonare i combustibili fossili. Ricordiamo anche l’evocazione della complessità di fronte all’invasione russa dell’Ucraina. Si, c’è complessità in quel conflitto, come in altri, compreso quello mediorientale. Ma cosa ne facciamo dei dubbi e della complessità? Possiamo usarli per accendere il motore del pensiero, e allora vorremmo vederne i frutti. Oppure possiamo usarli per spegnere il motore dell’impegno. E allora, il frutto sarà che la lotta contro il tempo è persa e il più forte vince.