
Un articolo di Alessandro Ferretti invita a guardare la violenza nei cortei non come frutto di infiltrazioni o idiozie individuali, ma come espressione politica di persone reali, spesso ferite, arrabbiate o spinte da una razionalità alternativa. Il richiamo è utile contro le spiegazioni stereotipate. Ma la sua analisi, nel tentativo di superare una narrazione parziale, ne propone un’altra altrettanto parziale.
Le infiltrazioni sono una pratica documentata delle polizie di molti Paesi, Italia compresa: dalle schedature preventive di Genova 2001, alle infiltrazioni No Tav, alle operazioni sotto copertura nei movimenti climatici. Che molti se ne servano in modo automatico o complottista non implica che la dinamica sia immaginaria.
L’articolo presenta chi rompe vetrine o attacca obiettivi come un soggetto lacerato da anni di rabbia repressa, oppure animato da una razionalità militante. È una possibilità, ma non l’unica. Esistono altre motivazioni: performance di mascolinità, ricerca di status all’interno del gruppo; adrenalina e identità di piazza; conflittualità pre-politica o tribale; cultura del “corpo a corpo” elevata a rito identitario; volontà deliberata di sabotare la manifestazione altrui. Ridurre tutto alla sofferenza sociale o alla “razionalità altra” rischia di romanticizzare un fenomeno che ha anche componenti narcisistiche, settarie o apertamente distruttive.
Il testo parla indistintamente di “violenza”: imbrattare una banca e colpire un manifestante, affrontare un cordone di polizia, bruciare un’auto, vandalizzare la redazione di un giornale, sono atti qualitativamente diversi, con implicazioni politiche diverse. Soprattutto è diversa la violenza spontanea dalla violenza organizzata di tipo squadristico. Trattare la violenza come un blocco uniforme non permette di comprenderne la natura e le dinamiche interne.
L’articolo presenta implicitamente la violenza come conseguenza di un conflitto verticale: dall’alto la repressione, dal basso la reazione. Ma non è sempre così. Dentro i movimenti esistono forme di violenza orizzontale, cioè usate per silenziare dissensi interni, intimidire chi contesta certe tattiche o imporre una linea minoritaria come se fosse quella del movimento. La violenza non è solo espressione della disperazione o dello scontro col potere: può essere anche uno strumento di potere interno. Il fatto che un’azione abbia motivazioni psicologiche o sociali non implica che abbia senso politico.
Molte azioni violente — perfino animate da sofferenza reale — finiscono per impedire la partecipazione di donne, anziani, famiglie, studenti; offrire ai media un pretesto per oscurare le ragioni della protesta; fornire alla polizia la legittimazione per irrigidire la repressione; fare spazio alla violenza di contro-movimenti reazionari; spaccare i movimenti in frazioni inconciliabili. Una parte della violenza nei cortei non è solo discutibile dal punto di vista etico: è controproducente dal punto di vista politico.