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  • Futuro Nazionale e il centrodestra: la regola del ciclo elettorale

    Futuro Nazionale e il centrodestra: la regola del ciclo elettorale

    Futuro Nazionale (FN), Fratelli d’Italia (FdI) e Lega sono tre partiti di estrema destra, sovranisti e populisti, con una memoria molto benevola nei confronti del fascismo. Sono alleati naturali. Potrebbero essere lo stesso partito. Ma le alleanze politiche non dipendono solo dalla convergenza di valori, contenuti, programmi. Richiedono anche un accordo sui rispettivi ruoli, a partire dal più importante: chi comanda?

    Se dipendesse dagli elettori dei tre partiti, l’accordo sarebbe fatto, perché la divisione è incomprensibile. Invece, dipende anche dai rapporti di forza, che non sono stabili, perché l’ultimo partito creato, Futuro Nazionale, è in crescita, mentre la Lega è in declino e FdI perde qualcosa. Al momento non si sa, se FN si stabilizzerà come forza minoritaria o intermedia o se addirittura potrà diventare il partito più forte della destra. Il dubbio è dato dai precedenti che hanno visto la Lega superare Forza Italia nel 2018 e Fratelli d’Italia surclassare la Lega nel 2022.

    L’opinione pubblica di sinistra è scettica: pensa che le destre alla fine si metteranno d’accordo, perché sono simili e ciniche. Senza allearsi tra tutte loro rischiano di perdere il potere. A leggere i sondaggi, il partito di Roberto Vannacci è determinante per la vittoria del centrodestra, a meno che non faccia scappare i “moderati” di Forza Italia. I quali, però, hanno già dimostrato di saper digerire l’egemonia di Fratelli d’Italia.

    C’è però, un problema: l’ex generale e i suoi parlamentari erano già all’interno del centrodestra e ne sono usciti. Quando un leader promuove una scissione, in genere racconta due tipi di narrazione. Una revisionista: qualcosa di molto importante è cambiato nella situazione, dobbiamo cambiare anche noi, non possiamo aspettare chi resta fermo su posizioni inadeguate, dobbiamo andare avanti anche da soli. L’altra ortodossa: il partito ha sconfessato i suoi valori originari, non possiamo rimanere con chi ha tradito o con chi si è smarrito, torniamo sulla retta via e forse gli altri ci seguiranno. Nella prima narrazione lo scissionista è bollato come traditore dai vecchi compagni. Nella seconda anche, ma qui l’insulto è facilmente ricambiato. La narrazione revisionista provoca uno scontro su chi è più adatto al presente, la narrazione ortodossa provoca uno scontro molto più duro su chi è il vero depositario dell’ideologia.

    La narrazione di Futuro Nazionale è quella ortodossa. Vannacci dichiara: “Io non sono un traditore, semmai è Salvini che ha tradito valori e ideali del partito”. E ancora: “Non rimango in un contenitore che tradisce la mia identità”. Vannacci contesta a Salvini di aver tradito le premesse programmatiche della Lega su tre fronti: la politica estera, il decreto sulle armi all’Ucraina dopo una campagna elettorale contro l’invio di armi;, la politica sociale, la mancata abolizione della legge Fornero dopo aver promesso di demolirla; e la coerenza identitaria, l’oscillazione tra posizioni identitarie e sovraniste “nei giorni pari” e posizioni liberali e progressiste “nei giorni dispari”. Le accuse di Vannacci a Salvini si possono estendere a Giorgia Meloni.

    Nella narrazione di Futuro Nazionale c’è, però, una complicazione. Il suo leader, Roberto Vannacci, non ha il curriculum dell’ortodosso, non appartiene alla genealogia della destra. Il generale è comparso nel 2023 con l’auto-pubblicazione di un libro su Amazon “Il mondo al contrario”, che faceva parlare di sé, per contenuti espliciti in senso razzista, sessista, omofobo. Poi, nel 2024 è entrato nella Lega, per essere eletto con 500 mila preferenze al parlamento europeo, per poi diventare vice-segretario del partito.

    Dal punto di vista dei dirigenti del centrodestra può essere forte un sospetto. Se Vannacci pensa nel 2026, anno della sua rottura, che la Lega, Fratelli d’Italia, il centrodestra, abbiano tradito il loro programma originario, questo lo pensava già nel 2024, quando è entrato nella Lega. Tu non sei entrato illuso e sei rimasto deluso, sei entrato già sapendo che avresti rotto, sei entrato per conquistarti la posizione di europarlamentare, arruolare altri parlamentari, e poi uscire. Tu non vuoi ripristinare i valori originari, tu vuoi diventare il capo o uno dei capi più importanti. Così concepito, il generale diventa agli occhi dei suoi potenziali alleati una persona particolarmente inaffidabile.

    Qui è sufficiente ricordare che Vannacci è entrato nel 2024 nella Lega, ossia in un partito che dal febbraio 2021 al luglio 2022 aveva sostenuto il governo di Mario Draghi e che in ben tre occasioni aveva votato i decreti per le forniture di armi all’Ucraina: 25 febbraio 2022, primo decreto Draghi; 2 dicembre 2022, prima proroga Meloni; 19 dicembre 2023, seconda proroga Meloni.

    Stiamo discutendo se è probabile oppure no, che Futuro Nazionale rientri nel centrodestra entro le prossime elezioni. Finora, abbiamo trovato due argomenti che dicono di si: la somiglianza politico-ideologica delle estreme destre e la matematica elettorale. E due argomenti che dicono di no: la competizione per la leadership e l’inaffidabilità di Vannacci. Un terzo argomento che dice di no, sono le precedenti scissioni. Considerando quelle avvenute nella cosiddetta seconda repubblica, vediamo che nessun gruppo scissionista è stato accettato subito come alleato di coalizione. Se rompi un partito o una coalizione, puoi riuscire a ritornare nell’alleanza solo dopo un intero ciclo elettorale.

    Nel dicembre 1994 la Lega di Bossi fece cadere il primo governo Berlusconi. Alle elezioni del 1996 la Lega corse da sola. Solo alle elezioni del 2001, la Lega rientrò nella Casa delle Libertà. Nell’ottobre 1998 Rifondazione Comunista fece cadere il primo governo Prodi. Alle elezioni del 2001 Rifondazione corse da sola. Rientrò nel centrosinistra solo nel 2006. Nel 2010, Fini ruppe con Berlusconi, uscì dal Partito della Libertà e dalla maggioranza di governo. Alle elezioni del 2013, si alleò con Monti, ottenne lo 0,5%, poi sparì. Nel 2013, il Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano si separò da Forza Italia, per sostenere il governo Letta. Nel 2018 neppure si candidò, i resti del suo gruppo finiranno assorbiti dal centrosinistra.

    Sotto il governo Renzi (2014-2016), le scissioni alla sinistra del Partito Democratico, confluiranno nella formazione Liberi e Uguali alle elezioni del 2018, senza essere alleati del PD. Nell’agosto 2019, Carlo Calenda rompe con il PD e fonda Azione tre mesi dopo. Nel settembre 2019, Renzi rompe con il Partito Democratico e fonda Italia Viva. Alle elezioni del 2022 Renzi e Calenda formano una lista unica, fuori dal centrosinistra. Il caso più recente e forse il più importante è quello del M5S che nel luglio 2022 toglie la fiducia al governo Draghi, insieme con Lega e Forza Italia, rompendo con il PD. Nonostante, l’alleanza tra PD e M5S sia decisiva affinché i due partiti abbiano una possibilità di vincere alle elezioni dell’ottobre 2022, si presentano divisi; vince il centrodestra di Giorgia Meloni.

    Il centrodestra nel 2027 avrà bisogno di Futuro Nazionale per vincere, ma questo non basta a garantire che lo riaccoglierà. Se la regola del ciclo elettorale si conferma, Futuro Nazionale potrà allearsi con il centrodestra solo alle elezioni successive a quelle del 2027.

  • Il governo rinvia la stretta sulle pensioni

    Il ministro dell'economia Giancarlo Giorgetti ha litigato con il suo partito, la Lega di Matteo Salvini, intorno alla stretta sulle pensioni.

    Il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti ha litigato con il suo partito, la Lega di Matteo Salvini, intorno alla stretta sulle pensioni. Giorgetti voleva ridurre i canali di uscita anticipata. Via quota 103 e opzione donna dal 2026. Allungare l’attesa tra maturazione dei requisiti e incasso dell’assegno. Penalizzare il riscatto degli anni di laurea per anticipare la pensione.

    Quasi una crisi di governo

    Il Ministro, custode dei conti pubblici, ha difeso il rigore finanziario per rispettare i parametri europei di rientro dal deficit entro il 2027, considerando le misure di anticipo pensionistico troppo costose, in combinazione con l’aumento delle spese militari.

    I vertici leghisti hanno accusato il “loro” ministro di aver ceduto troppo alla linea tecnocratica e hanno temuto che una stretta così netta sulle pensioni potesse alienare l’elettorato storico del Carroccio, da sempre paladino dell’abolizione della Legge Fornero.

    Si è arrivati a un punto di rottura tale che la Lega ha minacciato di non votare il provvedimento in Commissione Bilancio, uno strappo senza precedenti tra un partito e un proprio ministro di peso.

    Il rinvio della stretta sulle pensioni

    Il ritiro di una parte delle norme contestate ha evitato la crisi di governo. La stretta è stata congelata e rinviata. Confermata l’Ape sociale, uno dei pochi canali di uscita flessibile, ma sono abolite, quota 103, l’opzione donna e il cumulo tra previdenza privata e previdenza pubblica per anticipare la pensione.. Giorgetti è rimasto al suo posto. Ma il governo ha dovuto trovare coperture alternative: rimodulazioni del PNRR e nuove norme sull’iperammortamento.

    Salvini ha vinto parzialmente su Giorgetti. La Lega ha salvaguardato la bandiera sulle pensioni al costo di una manovra più fragile sulla tenuta dei conti pubblici a lungo termine. Tuttavia, in prospettiva il compromesso ha sacrificato il lavoro più duro con il taglio di 40 milioni di euro annui dal 2033 al fondo per le pensioni usuranti e il lavoro precoce, restringendo le finestre di uscita a chi ha versato almeno 12 mesi di contributi prima dei 19 anni.

    Due timer per una bomba a orologeria

    Giorgetti voleva disinnescare una bomba a orologeria che ha due timer diversi. Il conflitto tra spese militari e spesa sociale. L’inverno demografico e la sostenibilità dell’INPS.

    La spesa militare per il 2025 sarà di 32 miliardi di euro. Più 0,15% di PIL nel 2026, fino allo 0,50% nel 2028. Poiché, il Patto di stabilità europeo vieta nuovo debito, ogni euro destinato alla Difesa è un euro sottratto a sanità e pensioni.

    L’inverno demografico è il problema strutturale più grave. I contributi di chi lavora pagano le pensioni di chi è a riposo. Entro il 2030 la spesa pensionistica salirà al 17% del PIL. Se il numero di lavoratori diminuisce (perché nascono meno giovani) e quello dei pensionati aumenta (perché si vive più a lungo), il sistema crolla a meno che si vada in pensione più tardi (alzando l’età pensionabile); le pensioni siano più basse (ricalcolo contributivo); aumenti la produttività e tornino ad aumentare le nascite, ma sono processi lenti, comunque non alle viste in prospettiva.

    Rinviare è opportuno, perché le pensioni non sono solo pura ragioneria, riguardano le persone in carne e ossa: non si possono trattenere in fabbrica e in miniera ancora più a lungo gli ultrasessantenni. Ma rinviare moltiplica la pressione.

    Spostare la stretta sulle pensioni all’ultimo anno utile (il 2026-27) significa che il governo dovrà scrivere la manovra più difficile proprio mentre i partiti saranno impegnati a tappezzare le città di manifesti elettorali.

    Tre pilastri per una riforma

    Tre pilastri potrebbero stabilizzare il sistema. Ma ciascuno di essi si scontra con l’identità politica della destra al potere.

    Spese Militari vs Previdenza. Il governo ha scelto di dare priorità agli impegni internazionali (NATO). Per un governo che fa del “sovranismo” e della “difesa dei confini” una bandiera, aumentare la spesa militare è una scelta identitaria, pure corrispondente al desiderio dell’amministrazione Trump. Tuttavia, questo sottrae miliardi (si parla di un aumento di circa 2-3 miliardi l’anno per arrivare al target del 2%) che avrebbero potuto finanziare la flessibilità in uscita o aumentare le pensioni minime.

    Immigrazione come risorsa contributiva. Questo è il “tabù” per eccellenza. Il Governatore della Banca d’Italia e il Presidente dell’INPS lo dicono chiaro: senza un aumento della forza lavoro straniera, il sistema a ripartizione (dove chi lavora paga per chi è in pensione) crollerà. Nonostante il governo abbia approvato un “Decreto Flussi” che prevede circa 450.000 ingressi legali nel triennio 2023-2025 (e che continuerà nel 2026), i flussi in entrata sono insufficienti e la narrazione politica resta ostile. La Lega non può ammettere che il sistema pensionistico italiano “si regge sugli immigrati” senza perdere il consenso della sua base elettorale più xenofoba.

    Spostamento sulla fiscalità generale. Separare la previdenza (pagata con i contributi e legata al lavoro) dall’assistenza (pagata dalle tasse di tutti, per chi è in difficoltà). Se l’assistenza (invalidità, integrazioni al minimo, assegni sociali) uscisse dal bilancio INPS e finisse nel bilancio dello Stato, i conti della previdenza sarebbero molto più sani e “sostenibili”. Spostare tutto sulla fiscalità generale significa che per pagare le pensioni bisognerebbe recuperare l’evasione fiscale altissima e praticare una forma di tassazione progressiva, come prevede la Costituzione, per far contribuire ciascuno in forza delle sue disponibilità.


    Com’è cambiata alla fine la legge di bilancio
    Il Post, 21 dicembre 2025

    Alla fine il governo fa cassa sui lavori precoci e usuranti
    Roberto Ciccarelli, il manifesto 21 dicembre 2025