Tag: Intifada Globale

  • L’appello degli innominati

    Intifada globale - palestinismo

    Israele ha abbordato la Flotilla in acque internazionali al largo della Grecia e di Cipro. Sequestrato e deportato l’equipaggio, recluso e maltrattato gli attivisti. L’IDF ha violato più volte il cessate il fuoco a Gaza e in Libano. Anzi intensifica le sue offensive a danno delle popolazioni civili.

    Due testi diffusi su Facebook, poi pubblicati sul Riformista. “Non in mio nome”. Gli autori si presentano come persone “di sinistra”, persino ortodosse, che si dissociano dalla sinistra radicale dell’intifada globale, giudicata antisemita e nazista, perché colpevolizza tutti gli ebrei e gli israeliani. 1200 firme raccolte. “Palestinismo, malattia senile del radicalismo”, in omaggio a Lenin, gli stessi “ortodossi” descrivono una degenerazione genealogica, con effetto paradossale, trattandosi di persone anziane che scomunicano un movimento di giovani. In soldoni: il marxismo faceva l’analisi e la lotta di classe, il terzomondismo ne fu una deviazione, perché sostituì la lotta di classe con la lotta dei popoli nazione, ma almeno sosteneva movimenti laici di sinistra. Il “palestinismo” è un terzomondismo degenerato, perché sostiene il fondamentalismo islamico.

    L’accusa di nazismo contro gli avversari è ricorrente nei conflitti politici. Perciò, non mi convince la definizione di antisemitismo dell’IHRA, che include: “Fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti”. Allo stesso modo, il documento citato paragona al Nazismo l’intero movimento di protesta globale contro la politica israeliana, mettendoci dentro il lecito e il criminale, dal boicottaggio dei prodotti israeliani all’attentato di Bondi Beach.

    La protesta contro un governo, può essere generalizzante, anche solo nel linguaggio. Diciamo gli americani, i russi, i tedeschi, gli israeliani, i palestinesi. Gli “islamici”! Le azioni concrete possono avere effetti generalizzati. Le sanzioni contro uno stato, quando non sono mirate, colpiscono l’intero popolo. È successo con il Sudafrica dell’apartheid. Proteste e sanzioni hanno investito tutti i boeri. Non abbiamo pensato fosse da nazisti. Israele, per combattere i suoi nemici, pratica spesso la punizione violenta e collettiva della popolazione civile. Lo sta facendo a Gaza, lo fa nel Libano meridionale. È nazista? l’IHRA citata sopra, elevata a legge in molti stati, sanziona un simile giudizio.

    Del movimento di solidarietà con i palestinesi e di protesta contro Israele fanno parte molti ebrei e molti israeliani. Non solo sono accettati nel movimento propal, spesso sono elevati a leader politici e riferimenti morali. Amos Oz, Abraham B. Yehoshua, David Grossman sono stati la coscienza critica di Israele. I propal più radicali non li apprezzano, perché considerano la discriminante antisionista. Io non sono d’accordo nel fare una distinzione così netta. Tuttavia, non mancano gli ebrei e gli israeliani antisionisti: Ilan Pappé, Norman Finkelstein, Gabor Maté, Judith Butler, Noam Chomsky e Moni Ovadia. Pensiamo poi agli storici della shoah, che argomentano sul genocidio di Gaza: Omer Bartov, Amos Goldberg, Raz Segal. E tanti gruppi ebraici organizzati in Israele e nella diaspora.

    Il nazismo avrebbe mai potuto valorizzare, integrare nel suo movimento, ai suoi vertici ebrei nazisti? In principio, ci fu l’Associazione degli ebrei nazionali tedeschi. Fu sciolta dalle leggi razziali del 1935. I nazisti infierivano indiscriminatamente contro una minoranza etnica e religiosa innocua e indifesa, sacrificata come capro espiatorio, senza un contenzioso reale. L’intifada globale protesta contro uno stato potente e impunito, che opprime un popolo. Vuole collegare questa lotta a tutte le lotte globali. Sovrapporre le due cose può avere senso nella retorica propagandistica, quella che simula la guerra, o nella paranoia. Se l’intifada globale fosse nazista, avrebbe la simpatia dei partiti che derivano dal nazifascismo. Invece, questi sono tutti filoisraeliani. Non conta l’etnia o la religione. Conta il ruolo: se sei un oppresso o un oppressore.

    Liberare un soggetto oppresso libera l’intera umanità? Questo è quello che hanno pensato i marxisti della classe operaia, i terzomondisti dei popoli colonizzati, oggi i propal dei palestinesi, una parte del femminismo delle donne. È un’idea che ricorre spesso nei movimenti di liberazione, specie nelle loro componenti solidali. Corre il rischio del romanticismo e di fare del soggetto un simbolo idealizzato, senza differenze e contraddizioni. Se questo fosse un male, sarebbe un male minore rispetto al cinismo e all’indifferenza. Nel tollerare che decine di migliaia di persone siano massacrate, affamate, il loro territorio distrutto, non c’è di nuovo una riduzione simbolica? Gli estensori dei due documenti non propongono alcun tipo di solidarietà, nessuna forma di lotta. Come se dicessero: la condizione dei palestinesi è affar loro, la loro lotta non ha nessun valore universale, è solo terrorismo islamista, facciamoci gli affari nostri, anzi sosteniamo Israele.

    Un altro simbolo idealizzato. L’unica democrazia del Medio Oriente, l’avamposto dell’Occidente, la prima linea della guerra di civiltà contro l’islamismo. Non ha valore universale Israele? E l’Ucraina? Difendendo se stessa, non difende tutta l’Europa, l’Occidente, la democrazia, la libertà, il diritto internazionale? Ma a nessuno viene in mente di parlare di Israelismo o di Ucrainesimo. Anche perché prendere un nome nazionale e deformarlo in una etichetta ideologica di fazione, per costruirsi un argomento fantoccio, una caricatura, è una mancanza di rispetto nei confronti del popolo che porta quel nome, tanto meno sopportabile quanto più quel popolo soffre.

    Ogni popolo ha il diritto di scegliere tra resistenza e sopravvivenza, e spesso quella scelta non è disponibile perché per sopravvivere bisogna resistere. Quando gli consigliamo la resa per il suo bene, è perché stiamo con la sua controparte. Quello che gli estensori dei due documenti rimproverano ai propal occidentali, i filorussi lo rimproverano al fronte di sostegno all’Ucraina. “Meglio vivere sotto una dittatura, che morire sotto le bombe”. “Voi volete farli resistere, farli combattere: fino all’ultimo ucraino”.

    Si dirà che il punto non è quel popolo, ma la sua guida. E la solidarietà, magari involontariamente, finisce per sostenere gli Ayatollah, Hezbollah, Hamas. Il fondamentalismo islamico è un fenomeno moderno, recente. Non sta all’origine del conflitto mediorientale. È un suo effetto, anche desiderato da Israele per indebolire le leadership laiche e dividere i palestinesi. Se guardiamo alle condizioni materiali di vita di un popolo e al suo desiderio di una vita normale, vediamo che il successo dei movimenti islamisti dipende più dalle loro pratiche di assistenzialismo sociale che dall’indottrinamento. La sconfitta di questi movimenti non passa dalla via militare, ma da una soluzione politica, che rimuova le cause del loro consenso. Cause che consistono nell’assedio, nell’occupazione, nella colonizzazione, nella devastazione, nell’assenza di prospettive politiche.

    Il valore universale della solidarietà non è sempre tangibile, ma non per questo è meno reale. Lo stesso principio vale per il suo opposto. Quando definiamo il massacro del 7 ottobre o il genocidio di Gaza “crimini contro l’umanità”, non intendiamo dire che l’intera popolazione mondiale è stata uccisa. Allo stesso modo, medici, soccorritori, volontari e attivisti che si mobilitano per aiutare un popolo compiono un’azione a beneficio di tutta l’umanità.