
Il 13 ottobre 2025, durante una conferenza stampa sulla situazione in Medio Oriente, Gabriele Nunziati ha rivolto alla portavoce della Commissione europea – rappresentante della vice-commissaria per gli Affari Esteri – una domanda precisa: «Avete ripetuto varie volte che la Russia deve pagare i danni di guerra in Ucraina. Perché i soldi per ricostruire Gaza non li mette Israele?».
La portavoce Paula Pinho ha definito la domanda «molto interessante», ma ha dichiarato di non avere una risposta sul momento.
Circa dieci giorni dopo, il 23 ottobre, l’Agenzia Nova ha comunicato a Gabriele Nunziati l’interruzione della collaborazione, motivandola con il fatto che la domanda fosse «tecnicamente sbagliata» e «assolutamente fuori luogo», poiché equiparava due conflitti diversi: la Russia, aggressore «non provocato» di uno Stato sovrano, e Israele, che avrebbe agito per «autodifesa» dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Secondo l’agenzia, le differenze «formali e sostanziali» tra i due casi rendevano la domanda impropria, e la mancata risposta di Pinho ne sarebbe stata la prova.
Gabriele Nunziati ha respinto questa motivazione: se la domanda fosse stata davvero errata, ha osservato, la portavoce – esperta e abituata al contraddittorio – non l’avrebbe definita interessante, ma l’avrebbe corretta subito.
Il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti (CNOG) ha espresso piena solidarietà al collega, affermando che «un giornalista non può essere licenziato per aver posto una domanda», e definendo l’episodio «un grave attacco alla libertà di informazione». Analoga la posizione della Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI), che ha parlato di una «domanda scomoda» ma pienamente legittima.
L’Agenzia Nova ha difeso la decisione, richiamandosi agli «standard professionali» dei collaboratori e alla necessità di distinguere correttamente tra conflitti diversi. La Commissione UE, da parte sua, ha evitato di commentare il licenziamento, ribadendo solo la distinzione giuridica: per l’Ucraina si invoca il principio di riparazione previsto dal diritto internazionale, mentre per Gaza non esiste un quadro simile contro Israele.
In effetti, l’UE ha promosso un tribunale speciale per i danni causati dalla Russia (stimati in centinaia di miliardi di euro), ma non ha adottato misure analoghe contro Israele, benché l’ONU stimi in oltre 50 miliardi di dollari il costo della ricostruzione di Gaza. I critici vedono qui una chiara parzialità geopolitica, mentre i sostenitori della linea europea richiamano le differenze legali fra aggressione e autodifesa.
Ma nel definire i due conflitti tutto dipende dal punto di vista che si assume. Se si guarda con gli occhi dell’Ucraina, la guerra inizia il 24 febbraio 2022, con l’invasione russa. Se invece si adotta la prospettiva russa, il conflitto comincia con l’espansione della NATO a est, il «colpo di Stato» di Euromaidan, la discriminazione delle minoranze russofone del Donbass: l’invasione sarebbe allora una reazione difensiva. Tutti gli aggressori, del resto, si dicono in difesa.
Lo stesso schema si ripete a Gaza. Israele rivendica il diritto alla difesa dopo il 7 ottobre 2023; i palestinesi vedono in quell’attacco la risposta a un assedio ventennale, all’occupazione, alla detenzione di migliaia di prigionieri e a una guerra a bassa intensità che, dal 2008 al 2023, ha ucciso 308 israeliani e 6.407 palestinesi.
Si può anche tentare un terzo punto di vista, quello dell’osservatore esterno, che non si arruola né con gli uni né con gli altri ma cerca una coerenza di principi.
E quei principi, nel diritto internazionale umanitario, sono inderogabili. Non si uccidono civili, non si bombardano scuole, ospedali, abitazioni. Non si affama una popolazione, non si distruggono le infrastrutture vitali, non si infligge una punizione collettiva. Chi lo fa, commette crimini di guerra e ne deve rispondere. Infatti, il primo ministro israeliano, proprio come il presidente russo, è sottoposto a mandato di cattura internazionale da parte della CPI.
Da questo punto di vista, la domanda di Gabriele Nunziati era corretta anche tecnicamente: non chiedeva un’equiparazione politica o morale, ma una coerenza giuridica. Se vale il principio chi distrugge paga per la Russia, perché non per Israele quando viola le stesse norme? La portavoce Pinho l’ha definita «molto interessante» perché non poteva negare la logica del ragionamento – solo rinviare la risposta.
Agenzia Nova non ha confutato il merito giuridico, ma ha scelto un terreno politico-editoriale: ha adottato un frame pro-UE e pro-Israele, punendo chi lo metteva in discussione. La domanda di Nunziati non era sbagliata: era insidiosa. Costringeva a scegliere tra coerenza e geopolitica. E l’agenzia ha scelto la seconda.
Questo episodio interroga la qualità dell’informazione in Italia. È accaduto a un freelance di un’agenzia minore, ma domande come la sua non si sentono da giornalisti dell’Ansa, dei telegiornali, del Corriere della Sera, di Repubblica o La Stampa. Forse perché sono tutti così ben formati da evitare “errori tecnici”. O forse perché appartengono a un sistema in cui i principi geopolitici contano più di quelli del diritto internazionale umanitario — e spesso formazione e allineamento coincidono.