
A gennaio 2026, un’ondata di proteste nazionali investe l’Iran. La causa principale è una crisi economica senza precedenti. Crollo della valuta locale, il rial, l’inflazione al 52%, raddoppio dei prezzi dei beni alimentari. I mercanti del Gran Bazar di Teheran si rivoltano e abbassano le serrande. Il malcontento per il carovita si trasforma in contestazione della Repubblica Islamica. Slogan contro la guida suprema Alì Khamenei, ripresa dei temi del movimento Donna, vita, libertà del 2022, richiesta di libertà politiche e civili, fine del governo teocratico. Molti iraniani criticano il governo per aver speso enormi risorse in armamenti e milizie regionali mentre l’economia domestica andava in rovina.
Questa protesta, rispetto a quelle dell’Onda verde (2009) e di Donna, vita, libertà (2022), ha composizione e motivazione diverse. Oggi ci sono i mercanti del Gran Bazar di Teheran, l’ago della bilancia delle rivoluzioni iraniane (inclusa quella del 1979). Il crollo del Rial (arrivato a 1,45 milioni per 1 dollaro), ha soffocato commercianti e grossisti. Che perciò adesso si alleano con le fasce popolari più povere. Il cuore economico del paese in rivolta contro il governo. Non solo cortei, anche sit-in silenziosi in luoghi pubblici e ospedali; scioperi simultanei in settori chiave come energia e trasporti; serrate dei negozi; uso rapido e capillare dei social media, per aggirare i blackout di internet e diffondere le notizie nelle province rurali.
A differenza del 2022, il regime usa una strategia ibrida. Concessioni economiche per svuotare le piazze, indagini sulle violenze della polizia. E repressione sul campo: 45 morti, duemila arresti. Il Presidente Masoud Pezeshkian ha ordinato alle forze di sicurezza di non reprimere le proteste puramente “economiche”. Ha ammesso pubblicamente che la colpa della crisi non è solo degli USA, ma della leadership stessa, promettendo riforme economiche e sussidi diretti. Il capo della magistratura, Gholamhossein Mohseni Ejei, ha invece dichiarato che non ci sarà “alcuna clemenza”. Mentre a parole riconosce il diritto di protestare, nei fatti ha dato il via libera a una repressione violenta nelle province più agitate (come il Lorestan e l’Ilam), dove si registrano già decine di morti. Pesante l’intervento della polizia al Gran Bazar e nelle Università con uso di lacrimogeni e arresti. Raid polizieschi negli ospedali, per arrestare i manifestanti feriti, prima che possano essere curati.
Non ci sono prove di una regia israelo-americana nello scatenare le piazze. Usa e Israele hanno già avuto un ruolo con la guerra dei dodici giorni nel giugno 2025, accentuando il forte risentimento popolare verso il governo per aver dato priorità ai finanziamenti verso milizie estere (Hezbollah, Hamas) e agli armamenti, mentre il sistema sanitario e le infrastrutture civili (colpite da continui blackout) crollano. Adesso gli Usa minacciano di intervenire, se il regime uccide i manifestanti. Israele vede l’opportunità di dare il colpo di grazia agli ayatollah. Hacker occidentali aiutano i manifestanti a mantenere l’accesso a Internet nonostante i blackout imposti dal governo. Washington ha mobilitato aerei e rifornitori nelle basi regionali. Un intervento militare diretto (bombardamenti) sarebbe giustificato ufficialmente come “difesa dei diritti umani” o per prevenire la costruzione di un’arma nucleare in un momento di caos.
Gli effetti di un intervento militare esterno sono un’incognita. Potrebbe impedire l’uso di aviazione o artiglieria pesante contro le folle (una sorta di No-Fly Zone). Oppure far perdere legittimità ai manifestanti. Il regime può usare l’intervento straniero per etichettare i manifestanti come “traditori” e “spie”, giustificando una repressione ancora più feroce come “difesa della patria”. Potrebbe provocare la caduta rapida del regime. Oppure, risvegliare il nazionalismo patriottico difensivo anche di chi odia il regime. Potrebbe dare supporto logistico, accesso a comunicazioni satellitari e fondi per gli scioperanti. Oppure, precipitare il paese nella guerra civile, trasformando l’Iran in una nuova Siria o una nuova Libia.
I manifestanti chiedono al mondo supporto tecnologico: garantire la connessione a Internet. Sostituire le sanzioni che affamano la popolazione con sanzioni individuali durissime contro il regime. Pressione diplomatica per fermare le esecuzioni. Con oltre 2.000 esecuzioni nel 2025, i manifestanti vogliono che i negoziati (per il nucleare o altro) siano condizionati alla fine della pena di morte per i prigionieri politici. Ritiro degli ambasciatori europei da Teheran. No all’invasione. Un’invasione di terra o bombardamenti massicci sulle infrastrutture civili alienerebbero la popolazione. Sì allo “Scudo”. Molti chiedono che gli USA e Israele esercitino una pressione tale da impedire al regime di usare l’esercito regolare o l’aviazione contro i civili. Che l’esterno faccia da “deterrente” contro una strage di massa. I manifestanti chiedono al mondo di amplificare la protesta e frenare la repressione. Lasciando però al popolo iraniano il compito di decidere il destino dell’Iran.