
La visita di MBS a Washington
Mohammed bin Salman, principe ereditario e leader di fatto dell’Arabia Saudita, è arrivato a Washington il 18 novembre 2025 per un incontro ufficiale con Donald Trump alla Casa Bianca. Era la prima visita di questo livello dopo l’omicidio di Jamal Khashoggi nel 2018, e l’accoglienza è stata sorprendentemente calorosa: Trump ha definito l’Arabia Saudita “un grande alleato”, e MBS è stato trattato con tutti gli onori riservati a un capo di stato, benché non lo sia. La delegazione saudita era imponente, con quasi tutti i ministri al seguito, e l’obiettivo era chiaro: rimettere in moto una partnership economica e di sicurezza che promette investimenti sauditi negli Stati Uniti fino a 1.000 miliardi di dollari, accordi militari (compresa la vendita degli F-35), cooperazione nell’intelligenza artificiale e nel nucleare civile.
La domanda della giornalista della ABC
Durante la parte pubblica dell’incontro, Rachel Scott, una giornalista di ABC News ha fatto la domanda che tutti si aspettavano: il ruolo di MBS nell’assassinio di Khashoggi. Citava implicitamente il rapporto della CIA del 2021, secondo cui il principe aveva “approvato” l’operazione. Prima ancora che MBS potesse rispondere, Trump lo ha difeso con vigore, negando la ricostruzione della CIA: «Il principe non ne sapeva nulla». Ha liquidato Khashoggi come “estremamente controverso” e ha aggiunto: «Sono cose che capitano». Poi ha rimproverato la giornalista per aver “messo in imbarazzo” l’ospite, definendo la domanda “insultante”.
Trump ha esibito il suo stile: protezione totale del partner saudita, attacco preventivo alla stampa, negazione dei rapporti dei propri servizi di intelligence. Con un’amministrazione democratica un trattamento simile sarebbe stato impensabile. Biden, nel 2020, aveva promesso di trasformare il regime saudita in un “paria” per il caso Khashoggi, la guerra in Yemen e le violazioni dei diritti umani. Ha poi riallacciato i contatti per motivi energetici, culminati nel saluto del “pugno” nel 2022, ma senza mai concedere a MBS la piena normalizzazione. Con Trump, invece, i rapporti sono tornati ai livelli pre-2018: miliardi sul tavolo, nessun riferimento ai diritti umani, e priorità agli interessi reciproci — difesa, energia, contenimento dell’Iran.
L’omicidio di Jamal Khashoggi
Per capire la portata di questo reset, serve ricordare perché l’omicidio di Khashoggi rimane una ferita aperta. Jamal Khashoggi non era un oppositore radicale né un islamista marginale, ma un insider del sistema saudita: ex direttore di Al-Watan, ex consigliere dell’intelligence, amico del principe Turki al-Faisal. Dal 2017 aveva rotto con MBS, criticandone l’autoritarismo crescente, gli arresti di massa al Ritz-Carlton, la guerra in Yemen, il blocco del Qatar, la repressione degli attivisti. In esilio negli Stati Uniti, scriveva sul Washington Post ed era diventato la voce più autorevole e credibile del dissenso saudita in Occidente.
Nel 2018, mentre MBS cercava di ripulire la propria immagine globale, Khashoggi stava lavorando con intellettuali arabi in esilio a un nuovo movimento, DAWN (Democracy for the Arab World Now), e a una serie di conferenze che avrebbero denunciato il regime. Secondo il rapporto ONU del 2019 e l’analisi della CIA, il principe lo considerava una minaccia politica ed esistenziale: troppo noto, troppo ascoltato, troppo vicino ai segreti del potere saudita.
L’operazione per eliminarlo
L’operazione per eliminarlo è stata pianificata con precisione chirurgica. Non potevano arrestarlo negli Stati Uniti né rapirlo senza provocare uno scandalo diplomatico. Ma Khashoggi aveva annunciato che il 2 ottobre 2018 sarebbe entrato nel consolato saudita a Istanbul per ottenere i documenti necessari al matrimonio con la fidanzata turca, Hatice Cengiz. Per la leadership saudita, era l’occasione perfetta: territorio extraterritoriale, un paese con rapporti già deteriorati, e un dissidente che si consegnava da solo.
Quindici agenti furono inviati da Riyadh: tra loro Maher Abdulaziz Mutreb, ufficiale dei servizi e guardia del corpo personale di MBS; Salah al-Tubaigy, capo della medicina forense; e un sosia incaricato di uscire dall’edificio con gli abiti della vittima. Le ricostruzioni CIA e ONU indicano che l’operazione fu organizzata dal più stretto collaboratore di MBS, Saud al-Qahtani. L’audio registrato dai servizi turchi documenta soffocamento, smembramento, e il commento di Tubaigy — «metti la musica» — mentre prepara la sega ossea. Il corpo non è mai stato ritrovato.
Le prove del coinvolgimento di MBS
Le prove del coinvolgimento diretto del principe sono schiaccianti. Mutreb, durante l’operazione, telefonò ad al-Qahtani dicendo: «Dite al vostro capo che è fatto». Undici dei quindici agenti rispondevano direttamente alla sicurezza personale di MBS. La CIA concluse: «È estremamente improbabile che un’operazione di questa portata sia stata eseguita senza l’autorizzazione di Mohammed bin Salman».
MBS voleva inviare un messaggio: nessun dissidente è fuori portata. Neanche in un consolato, neanche in un paese NATO, neanche se scrivi per il Washington Post. È questo il motivo per cui, ogni volta che il principe viaggia all’estero, il nome di Khashoggi ritorna come un’ombra. È la macchia indelebile sul suo percorso di “riformatore”.
E a Washington, davanti alle telecamere, Trump ha cercato di farla svanire in una nuvola bianca che strideva con l’evidenza. Un tentativo di coprire il sangue con il borotalco.
Wikipedia – Assassination of Jamal Khashoggi
Una panoramica completa e cronologica dell’omicidio, inclusi i rapporti della CIA, l’indagine ONU e le reazioni internazionali. en.wikipedia.org
BBC News – Jamal Khashoggi: All you need to know about Saudi journalist’s death
Un riassunto chiaro e verificato dei fatti principali, dal contesto personale di Khashoggi alle conseguenze diplomatiche. www.bbc.com
Al Jazeera – Timeline of the murder of journalist Jamal Khashoggi
Una timeline dettagliata con focus sulle indagini, i rapporti di intelligence USA e le responsabilità attribuite a Mohammed bin Salman. www.aljazeera.com