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  • Patriarcato mediterraneo nostalgia del protettore

    Patriarcato mediterraneo nostalgia del protettore

    Può essere che il patriarcato mediterraneo susciti una qualche attrattiva in un certo femminismo “radicale”. La famiglia tradizionale fraintesa con “naturale”, non dovrebbe essere benvista, perché implica la legge del padre e la complementarità tra i sessi. Però farebbe fuori tutte le istanze della comunità LGBTQ+, giuste o sbagliate, percepite come una minaccia della inviolabilità dei corpi e degli spazi femminili. Dalle pratiche riproduttive al riconoscimento delle donne trans e la loro inclusione. Già ci è capitato di leggere frasi terrificanti come “Trump ha ripristinato i diritti delle donne!”. Senza contare, che il primato patriarcale dei nostri uomini terrebbe a bada la temuta avanzata del patriarcato “islamico”, che già inizia a “imporci” i suoi veli e le sue piscine separate. Quando perdi la fiducia nel tuo potere di cambiare il mondo, ti arrangi a scegliere il male minore. Questione di priorità.

    Rimane, come osserva Rosella Prezzo, che sul Mediterraneo si affacciano anche i paesi del Maghreb. Il patriarcato mediterraneo da solo non traccia la barriera necessaria. Sebbene, il patriarcato sia il padre di tutte le gerarchie: di classe e di razza. Una rivalutazione del colonialismo potrà fare ordine nella geografia del patriarcato, almeno sul fronte sud. Chi ha inventato la formula, ha in mente il confronto con le società dell’Europa del Nord, dove la violenza sulle donne e i femminicidi risulterebbero in dati e statistiche superiori a quanto si verifica nell’Europa del Sud. Ergo, per la qualità della vita e la stessa sopravvivenza delle donne, il “patriarcato mediterraneo” sarebbe migliore del “femminismo nordico”. In particolare, in Italia.

    È vero che alcuni dati FRA (l’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali) mostrano tassi di violenza dichiarata più elevati in paesi come Finlandia (57,1%) e Svezia (52,5%) rispetto all’Italia (31,7), comunque sopra la media UE (30,7). Questo fenomeno è noto come “paradosso nordico”: paesi con alti livelli di uguaglianza di genere mostrano tassi apparentemente alti di violenza. La ragione principale è che nei paesi nordici c’è meno stigma sociale, le donne denunciano di più e i sistemi di rilevazione sono più capillari. Ciò detto, sulle donne uccise da partner o ex partner, nel 2025 il confronto tra Italia e Svezia è in sostanziale pareggio: 0,21 ogni 100mila donne in entrambi i paesi.

    Una cosa può attrarre in particolare del patriarcato mediterrano: la spiegazione consolatoria del femminicidio, peraltro negato o ridefinito come “delitto passionale”. La spiegazione racconta che gli uomini sono violenti con le donne e le uccidono, dove e quando sono deboli, non più educati alla forza, alla capacità di dominare le proprie emozioni, reggere il rifiiuto, la delusione, la frustrazione. Basta educare uomini forti, capaci di domare le passioni e sopportare i fallimenti, et voilà, invece di uccidere le donne, le proteggeranno. Ma da chi, se gli uomini diventano tutti forti e protettivi?

    La protezione, però, è la giustificazione paternalistica del potere, la tutela come forma di controllo, che non assicura di essere buono. Gli sfruttatori delle prostitute si chiamano protettori. E siamo pronti a scommettere che la prostituzione sarà un sicuro istituto del patriarcato mediterrano. Tutti i patriarcati rivendicano la protezione delle donne, compreso il più estremo patriarcato islamista, quello afghano. Cosa c’è di più protettivo di un burqa?

    Ma torniamo alla spiegazione della violenza, che sembra un po’ prendere spunto dall’analisi di una parte del femminismo. Quella secondo cui la violenza maschile non sarebbe espressione del patriarcato, ma della sua crisi e caduta. Gli uomini violentano e uccidono le donne, non perché le donne sono sottomesse, ma perché sono ormai libere ed emancipate. La violenza maschile è una reazione, una rivalsa contro la libertà femminile. Qualche praticone reazionario può ben pensare: se l’esito è così sanguinoso, allora ripristiniamo il patriarcato. Che è come dire: abbiamo fatto una frittata, torniamo all’uovo. È molto difficile che le donne ormai istruite e lavoratrici tornino a sottomettersi, anche se una parte di loro può avere paura dell’uomo nero, dell’uomo “islamico” o dell’uomo che si presenta come donna, o di tutti e tre insieme, ed essere così solleticata dall’idea di scudi, muri e fortezze. Insomma, da un desiderio di protezione.

    L’analisi femminista ha senso, la conclusione nostalgica meno. Se la causa del femminicidio fosse la scarsa virilità, la debolezza d’animo degli uomini ormai “femminilizzati” saremmo in presenza di molti altri delitti con molte altre vittime. Il professore che ti boccia a scuola; il docente che non ti fa passare l’esame all’Università; il datore di lavoro che rifiuta di assumerti o ti licenzia, il padrone di casa ti rifiuta il contratto d’affitto o ti sfratta, l’arbitro che fa perdere la tua squadra del cuore. Se l’uccisione di una donna dipendesse dalla sola incapacità di un uomo di reggere emotivamente il rifiuto, tutte le circostanze avverse e fallimentari della vita, produrrebbero una strage trasversale. Senza contare questo: le donne tradizionalmente più “deboli” degli uomini, come mai sanno reggere i rifiuti?

    All’origine della violenza e del femminicidio ci dev’essere, più che la condizione psicologica del debole maschio femminicida, la sua convinzione di fondo: lei è mia, se si sottrae al mio possesso e al mio potere, io ripristino il mio potere su di lei anche fino all’estremo, il potere di vita e di morte. Se anche l’uomo “forte” ha questa convinzione in testa, prima offre la sua protezione e quando non funziona, l’alterna con la violenza, senza escludere di giungere all’estremo. La forza è un valore, ma se gli uomini la fondano sulla protezione, quindi sul dominio, delle donne, sono punto e a capo. Infatti, ripiegano sulla negazione del femminicidio.