
L’Italia è uno stato laico, non laicista. Ai laicisti l’etichetta di laicista non piace. Gli sembra l’attribuzione di un estremismo o di una ideologia. Giudizio di valore a parte, esistono due concezioni, che meritano due definizioni distinte. Laica è la posizione neutrale e arbitrale rispetto alle religioni. Il laico regolamenta la libertà di culto e il pluralismo religioso nello spazio pubblico, insieme con la presenza atea e agnostica. Invece, laicista è la posizione concorrente e antagonista alle religioni. Il laicista esclude i culti dallo spazio pubblico, per confinarli nella sfera privata.
Il laico si preoccupa di contenere il potere della religione dominante, ma non teme le minoranze religiose. Anzi, le rivaluta come risorsa di contenimento e bilanciamento. Il laicista teme tutte le religioni, quella dominante e quelle minoritarie, che potrebbero diventare dominanti. In particolare l’Islam, senza distinguere la religione di potere negli stati teocratici dalla religione dei migranti nei paesi di accoglienza. Il laicista pratica la difesa preventiva contro la religione.
Nella popolazione italiana di 58,9 milioni di residenti, i cattolici sono 35 milioni (60%). La maggioranza assoluta, ma con una pratica religiosa ridotta al 10-15%. Atei, agnostici e non religiosi sono 16 milioni di residenti (30%), il gruppo più in crescita negli ultimi vent’anni. Le minoranze religiose appartengono a 6 milioni di residenti, in larga parte stranieri, nuovi cittadini o italiani riconvertiti. 2,7 milioni di musulmani, cittadini italiani compresi: figli di immigrati nati o cresciuti in Italia, naturalizzati, un numero ristretto di convertiti, oltre ai residenti stranieri provenienti soprattutto da Marocco, Albania, Bangladesh e Pakistan. 1,6 milioni di cristiani ortodossi, soprattutto romeni, ucraini e moldavi. 700mila protestanti ed evangelici, soprattutto italiani, ghanesi e nigeriani. 400mila Testimoni di Geova a maggioranza italiana. 350mila buddhisti, italiani, cinesi e srilankesi. 200mila induisti e 100mila sikh, in gran parte indiani. 40mila ebrei, una delle presenze più antiche in Italia.
Con queste comunità religiose, lo stato laico italiano, al centro o in periferia, trova diverse forme di accordo o accomodamento. Sul piano finanziario e nella regolazione della vita collettiva: lavoro, sanità, istruzione, alimentazione. In coerenza con la sentenza 203/1989 della Corte costituzionale: lo Stato non è ostile alla religione, ma la valorizza come fattore di sviluppo della persona e della società, purché rimanga nell’ambito del pluralismo e della libertà. Il principio di laicità “implica non indifferenza dello Stato dinanzi alle religioni ma garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di religione, in regime di pluralismo confessionale e culturale”. Non è quindi la laicità separatista rigida di stampo francese, ma una laicità collaborativa, che si traduce in accordi, intese e prassi amministrative. La dottrina successiva ha definito i principi della sentenza costituzionale: “laicità positiva”.
L’articolo 7 della Costituzione regola i rapporti con la Chiesa cattolica attraverso i Patti Lateranensi e il successivo Accordo di revisione del 1984. L’articolo 8, invece, stabilisce che le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti e che i loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze. Finora hanno firmato un’intesa con lo Stato italiano dodici confessioni: valdesi e metodisti, ebrei, battisti, luterani, avventisti, pentecostali, ortodossi del Patriarcato di Costantinopoli, mormoni, l’Unione Buddhista Italiana, l’Unione Induista Italiana, sikh, e più di recente la Chiesa d’Inghilterra e alcune componenti evangeliche. L’intesa disciplina aspetti come il matrimonio, l’assistenza spirituale, l’insegnamento religioso, il finanziamento tramite l’otto per mille, le festività, i permessi lavorativi.
Con l’otto per mille i contribuenti possono destinare una quota dell’IRPEF allo Stato, alla Chiesa cattolica o a una delle confessioni con intesa. È un sistema che riconosce il ruolo sociale delle confessioni e ne finanzia le attività, non solo di culto ma anche assistenziali e culturali. La Chiesa cattolica riceve la quota più ampia, ma anche le altre confessioni con intesa partecipano al riparto. Le confessioni senza intesa, come l’Islam, non hanno accesso all’otto per mille, ma possono ricevere contributi pubblici indiretti per progetti sociali o culturali.
La laicità collaborativa dello stato italiano si manifesta in numerosi accomodamenti nella vita quotidiana, riguardo l’istruzione, il lavoro, la sanità, alimentazione, cimiteri e sepolture, luoghi di culto.
L’insegnamento della religione cattolica è facoltativo; le scuole paritarie confessionali ricevono finanziamenti pubblici; si riconoscono esoneri e permessi per le festività religiose delle diverse comunità, gli ebrei per lo Yom Kippur, i musulmani per l’Eid. I contratti collettivi prevedono permessi per le festività delle confessioni con intesa; i datori di lavoro possono accordare riposi compensativi per il sabato ebraico o cristiano-avventista. Gli ospedali garantiscono l’assistenza spirituale da parte di ministri delle confessioni con intesa; prestano attenzione alle cure mediche, le esigenze alimentari, diete halal, kosher, vegetariane, e alle pratiche funerarie. Le mense scolastiche e ospedaliere predispongono menù alternativi per motivi religiosi; i regolamenti comunali consentono la macellazione rituale, halal, kosher, a determinate condizioni. Molti comuni riservano spazi per riti funebri non cattolici o sepolture islamiche ed ebraiche. La legislazione urbanistica regionale prevede norme per l’apertura di moschee, sinagoghe, templi; senza una legge nazionale, molti comuni stipulano convenzioni e accordi.
I musulmani in Italia non hanno ancora un’intesa con lo Stato, perché manca una rappresentanza unitaria riconosciuta. Tuttavia, a livello locale, si sono sviluppate numerose forme di accomodamento informale: sale di preghiera, cimiteri islamici, menù halal nelle mense, permessi per le festività. Alcuni comuni hanno firmato “patti” o protocolli con le comunità islamiche locali per garantire spazi dignitosi e regole condivise.
La mancanza di una rappresentanza unitaria dell’Islam non è un ostacolo assoluto. La Costituzione parla di intese con le “rappresentanze” delle confessioni, e in dottrina non si esclude che possano esserci più intese con soggetti islamici diversi, come è avvenuto in altri ordinamenti europei. La Spagna ha una Comisión Islámica de España che dialoga con lo Stato pur rappresentando più federazioni. Continua a mancare una legge generale sulla libertà religiosa, che dovrebbe sostituire la legge sui culti ammessi del 1929. Soprattutto a destra, parte della politica e dell’opinione pubblica percepisce l’Islam come un problema o una minaccia. In questo clima, qualsiasi accomodamento locale, una sala di preghiera, un menù halal, un’area cimiteriale, una piscina separata, invece di essere visto come ordinaria applicazione della libertà religiosa, è avvertito come una concessione politica, un privilegio o una resa. E può scatenare un conflitto nazionale. Con l’Islam la laicità collaborativa funziona solo parzialmente.

