Mese: Agosto 2026

  • La laicità collaborativa

    La laicità collaborativa

    L’Italia è uno stato laico, non laicista. Ai laicisti l’etichetta di laicista non piace. Gli sembra l’attribuzione di un estremismo o di una ideologia. Giudizio di valore a parte, esistono due concezioni, che meritano due definizioni distinte. Laica è la posizione neutrale e arbitrale rispetto alle religioni. Il laico regolamenta la libertà di culto e il pluralismo religioso nello spazio pubblico, insieme con la presenza atea e agnostica. Invece, laicista è la posizione concorrente e antagonista alle religioni. Il laicista esclude i culti dallo spazio pubblico, per confinarli nella sfera privata.

    Il laico si preoccupa di contenere il potere della religione dominante, ma non teme le minoranze religiose. Anzi, le rivaluta come risorsa di contenimento e bilanciamento. Il laicista teme tutte le religioni, quella dominante e quelle minoritarie, che potrebbero diventare dominanti. In particolare l’Islam, senza distinguere la religione di potere negli stati teocratici dalla religione dei migranti nei paesi di accoglienza. Il laicista pratica la difesa preventiva contro la religione.

    Nella popolazione italiana di 58,9 milioni di residenti, i cattolici sono 35 milioni (60%). La maggioranza assoluta, ma con una pratica religiosa ridotta al 10-15%. Atei, agnostici e non religiosi sono 16 milioni di residenti (30%), il gruppo più in crescita negli ultimi vent’anni. Le minoranze religiose appartengono a 6 milioni di residenti, in larga parte stranieri, nuovi cittadini o italiani riconvertiti. 2,7 milioni di musulmani, cittadini italiani compresi: figli di immigrati nati o cresciuti in Italia, naturalizzati, un numero ristretto di convertiti, oltre ai residenti stranieri provenienti soprattutto da Marocco, Albania, Bangladesh e Pakistan. 1,6 milioni di cristiani ortodossi, soprattutto romeni, ucraini e moldavi. 700mila protestanti ed evangelici, soprattutto italiani, ghanesi e nigeriani. 400mila Testimoni di Geova a maggioranza italiana. 350mila buddhisti, italiani, cinesi e srilankesi. 200mila induisti e 100mila sikh, in gran parte indiani. 40mila ebrei, una delle presenze più antiche in Italia.

    Con queste comunità religiose, lo stato laico italiano, al centro o in periferia, trova diverse forme di accordo o accomodamento. Sul piano finanziario e nella regolazione della vita collettiva: lavoro, sanità, istruzione, alimentazione. In coerenza con la sentenza 203/1989 della Corte costituzionale: lo Stato non è ostile alla religione, ma la valorizza come fattore di sviluppo della persona e della società, purché rimanga nell’ambito del pluralismo e della libertà. Il principio di laicità “implica non indifferenza dello Stato dinanzi alle religioni ma garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di religione, in regime di pluralismo confessionale e culturale”. Non è quindi la laicità separatista rigida di stampo francese, ma una laicità collaborativa, che si traduce in accordi, intese e prassi amministrative. La dottrina successiva ha definito i principi della sentenza costituzionale: “laicità positiva”.

    L’articolo 7 della Costituzione regola i rapporti con la Chiesa cattolica attraverso i Patti Lateranensi e il successivo Accordo di revisione del 1984. L’articolo 8, invece, stabilisce che le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti e che i loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze. Finora hanno firmato un’intesa con lo Stato italiano dodici confessioni: valdesi e metodisti, ebrei, battisti, luterani, avventisti, pentecostali, ortodossi del Patriarcato di Costantinopoli, mormoni, l’Unione Buddhista Italiana, l’Unione Induista Italiana, sikh, e più di recente la Chiesa d’Inghilterra e alcune componenti evangeliche. L’intesa disciplina aspetti come il matrimonio, l’assistenza spirituale, l’insegnamento religioso, il finanziamento tramite l’otto per mille, le festività, i permessi lavorativi.

    Con l’otto per mille i contribuenti possono destinare una quota dell’IRPEF allo Stato, alla Chiesa cattolica o a una delle confessioni con intesa. È un sistema che riconosce il ruolo sociale delle confessioni e ne finanzia le attività, non solo di culto ma anche assistenziali e culturali. La Chiesa cattolica riceve la quota più ampia, ma anche le altre confessioni con intesa partecipano al riparto. Le confessioni senza intesa, come l’Islam, non hanno accesso all’otto per mille, ma possono ricevere contributi pubblici indiretti per progetti sociali o culturali.

    La laicità collaborativa dello stato italiano si manifesta in numerosi accomodamenti nella vita quotidiana, riguardo l’istruzione, il lavoro, la sanità, alimentazione, cimiteri e sepolture, luoghi di culto.

    L’insegnamento della religione cattolica è facoltativo; le scuole paritarie confessionali ricevono finanziamenti pubblici; si riconoscono esoneri e permessi per le festività religiose delle diverse comunità, gli ebrei per lo Yom Kippur, i musulmani per l’Eid. I contratti collettivi prevedono permessi per le festività delle confessioni con intesa; i datori di lavoro possono accordare riposi compensativi per il sabato ebraico o cristiano-avventista. Gli ospedali garantiscono l’assistenza spirituale da parte di ministri delle confessioni con intesa; prestano attenzione alle cure mediche, le esigenze alimentari, diete halal, kosher, vegetariane, e alle pratiche funerarie. Le mense scolastiche e ospedaliere predispongono menù alternativi per motivi religiosi; i regolamenti comunali consentono la macellazione rituale, halal, kosher, a determinate condizioni. Molti comuni riservano spazi per riti funebri non cattolici o sepolture islamiche ed ebraiche. La legislazione urbanistica regionale prevede norme per l’apertura di moschee, sinagoghe, templi; senza una legge nazionale, molti comuni stipulano convenzioni e accordi.

    I musulmani in Italia non hanno ancora un’intesa con lo Stato, perché manca una rappresentanza unitaria riconosciuta. Tuttavia, a livello locale, si sono sviluppate numerose forme di accomodamento informale: sale di preghiera, cimiteri islamici, menù halal nelle mense, permessi per le festività. Alcuni comuni hanno firmato “patti” o protocolli con le comunità islamiche locali per garantire spazi dignitosi e regole condivise.

    La mancanza di una rappresentanza unitaria dell’Islam non è un ostacolo assoluto. La Costituzione parla di intese con le “rappresentanze” delle confessioni, e in dottrina non si esclude che possano esserci più intese con soggetti islamici diversi, come è avvenuto in altri ordinamenti europei. La Spagna ha una Comisión Islámica de España che dialoga con lo Stato pur rappresentando più federazioni. Continua a mancare una legge generale sulla libertà religiosa, che dovrebbe sostituire la legge sui culti ammessi del 1929. Soprattutto a destra, parte della politica e dell’opinione pubblica percepisce l’Islam come un problema o una minaccia. In questo clima, qualsiasi accomodamento locale, una sala di preghiera, un menù halal, un’area cimiteriale, una piscina separata, invece di essere visto come ordinaria applicazione della libertà religiosa, è avvertito come una concessione politica, un privilegio o una resa. E può scatenare un conflitto nazionale. Con l’Islam la laicità collaborativa funziona solo parzialmente.

  • Patriarcato mediterraneo nostalgia del protettore

    Patriarcato mediterraneo nostalgia del protettore

    Può essere che il patriarcato mediterraneo susciti una qualche attrattiva in un certo femminismo “radicale”. La famiglia tradizionale fraintesa con “naturale”, non dovrebbe essere benvista, perché implica la legge del padre e la complementarità tra i sessi. Però farebbe fuori tutte le istanze della comunità LGBTQ+, giuste o sbagliate, percepite come una minaccia della inviolabilità dei corpi e degli spazi femminili. Dalle pratiche riproduttive al riconoscimento delle donne trans e la loro inclusione. Già ci è capitato di leggere frasi terrificanti come “Trump ha ripristinato i diritti delle donne!”. Senza contare, che il primato patriarcale dei nostri uomini terrebbe a bada la temuta avanzata del patriarcato “islamico”, che già inizia a “imporci” i suoi veli e le sue piscine separate. Quando perdi la fiducia nel tuo potere di cambiare il mondo, ti arrangi a scegliere il male minore. Questione di priorità.

    Rimane, come osserva Rosella Prezzo, che sul Mediterraneo si affacciano anche i paesi del Maghreb. Il patriarcato mediterraneo da solo non traccia la barriera necessaria. Sebbene, il patriarcato sia il padre di tutte le gerarchie: di classe e di razza. Una rivalutazione del colonialismo potrà fare ordine nella geografia del patriarcato, almeno sul fronte sud. Chi ha inventato la formula, ha in mente il confronto con le società dell’Europa del Nord, dove la violenza sulle donne e i femminicidi risulterebbero in dati e statistiche superiori a quanto si verifica nell’Europa del Sud. Ergo, per la qualità della vita e la stessa sopravvivenza delle donne, il “patriarcato mediterraneo” sarebbe migliore del “femminismo nordico”. In particolare, in Italia.

    È vero che alcuni dati FRA (l’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali) mostrano tassi di violenza dichiarata più elevati in paesi come Finlandia (57,1%) e Svezia (52,5%) rispetto all’Italia (31,7), comunque sopra la media UE (30,7). Questo fenomeno è noto come “paradosso nordico”: paesi con alti livelli di uguaglianza di genere mostrano tassi apparentemente alti di violenza. La ragione principale è che nei paesi nordici c’è meno stigma sociale, le donne denunciano di più e i sistemi di rilevazione sono più capillari. Ciò detto, sulle donne uccise da partner o ex partner, nel 2025 il confronto tra Italia e Svezia è in sostanziale pareggio: 0,21 ogni 100mila donne in entrambi i paesi.

    Una cosa può attrarre in particolare del patriarcato mediterrano: la spiegazione consolatoria del femminicidio, peraltro negato o ridefinito come “delitto passionale”. La spiegazione racconta che gli uomini sono violenti con le donne e le uccidono, dove e quando sono deboli, non più educati alla forza, alla capacità di dominare le proprie emozioni, reggere il rifiiuto, la delusione, la frustrazione. Basta educare uomini forti, capaci di domare le passioni e sopportare i fallimenti, et voilà, invece di uccidere le donne, le proteggeranno. Ma da chi, se gli uomini diventano tutti forti e protettivi?

    La protezione, però, è la giustificazione paternalistica del potere, la tutela come forma di controllo, che non assicura di essere buono. Gli sfruttatori delle prostitute si chiamano protettori. E siamo pronti a scommettere che la prostituzione sarà un sicuro istituto del patriarcato mediterrano. Tutti i patriarcati rivendicano la protezione delle donne, compreso il più estremo patriarcato islamista, quello afghano. Cosa c’è di più protettivo di un burqa?

    Ma torniamo alla spiegazione della violenza, che sembra un po’ prendere spunto dall’analisi di una parte del femminismo. Quella secondo cui la violenza maschile non sarebbe espressione del patriarcato, ma della sua crisi e caduta. Gli uomini violentano e uccidono le donne, non perché le donne sono sottomesse, ma perché sono ormai libere ed emancipate. La violenza maschile è una reazione, una rivalsa contro la libertà femminile. Qualche praticone reazionario può ben pensare: se l’esito è così sanguinoso, allora ripristiniamo il patriarcato. Che è come dire: abbiamo fatto una frittata, torniamo all’uovo. È molto difficile che le donne ormai istruite e lavoratrici tornino a sottomettersi, anche se una parte di loro può avere paura dell’uomo nero, dell’uomo “islamico” o dell’uomo che si presenta come donna, o di tutti e tre insieme, ed essere così solleticata dall’idea di scudi, muri e fortezze. Insomma, da un desiderio di protezione.

    L’analisi femminista ha senso, la conclusione nostalgica meno. Se la causa del femminicidio fosse la scarsa virilità, la debolezza d’animo degli uomini ormai “femminilizzati” saremmo in presenza di molti altri delitti con molte altre vittime. Il professore che ti boccia a scuola; il docente che non ti fa passare l’esame all’Università; il datore di lavoro che rifiuta di assumerti o ti licenzia, il padrone di casa ti rifiuta il contratto d’affitto o ti sfratta, l’arbitro che fa perdere la tua squadra del cuore. Se l’uccisione di una donna dipendesse dalla sola incapacità di un uomo di reggere emotivamente il rifiuto, tutte le circostanze avverse e fallimentari della vita, produrrebbero una strage trasversale. Senza contare questo: le donne tradizionalmente più “deboli” degli uomini, come mai sanno reggere i rifiuti?

    All’origine della violenza e del femminicidio ci dev’essere, più che la condizione psicologica del debole maschio femminicida, la sua convinzione di fondo: lei è mia, se si sottrae al mio possesso e al mio potere, io ripristino il mio potere su di lei anche fino all’estremo, il potere di vita e di morte. Se anche l’uomo “forte” ha questa convinzione in testa, prima offre la sua protezione e quando non funziona, l’alterna con la violenza, senza escludere di giungere all’estremo. La forza è un valore, ma se gli uomini la fondano sulla protezione, quindi sul dominio, delle donne, sono punto e a capo. Infatti, ripiegano sulla negazione del femminicidio.

  • Meloni e Frederiksen, il post sui migranti e l’Europa cristiana

    Meloni e Frederiksen, il post sui migranti e l'Europa cristiana

    Giorgia Meloni e Mette Frederiksen propugnano la blindatura europea contro i migranti con un post congiunto. Una è di destra e guida l’Italia, l’altra è di sinistra e guida la Danimarca. Insieme, enfatizzano le proprie differenze per rappresentarsi come due donne leader pragmatiche, che oppongono un neutro “buon senso” all’ideologia. La loro alleanza non stupisce. Mette Frederiksen adotta una politica migratoria molto restrittiva dal 2015, da quando dirige i socialdemocratici danesi.

    Nella loro narrazione, i migranti sono solo un costo che pesa sui servizi pubblici. Anche se nella realtà i migranti, giovani in età lavorativa, sostengono il Welfare europeo. A fronte di una popolazione europea che invecchia, una forza lavoro autoctona che diminuisce, uno squilibrio tra pensionati e lavoratori attivi che si aggrava, i migranti sono una risorsa indispensabile per pagare le tasse e i contributi previdenziali, colmare le carenze di manodopera nella cura degli anziani, la sanità, l’agricoltura, l’edilizia e i servizi. Spesso sono proprio i migranti irregolari a non accedere ai servizi sociali, se non in modo limitato. Lavorano in nero o in settori informali e pagano comunque le tasse indirette come l’Iva. A volte versano i contributi previdenziali senza poi beneficiare delle corrispondenti prestazioni.

    Molti immigrati irregolari sono perciò contribuenti netti: danno allo Stato più di quanto ricevono. Numerosi studi di organizzazioni internazionali, OCSE, Commissione europea, Fondo Monetario Internazionale, mostrano che nel medio-lungo periodo l’impatto fiscale netto dell’immigrazione tende a essere positivo o neutro. Soprattutto quando i migranti sono integrati nel mercato del lavoro. Nei casi in cui i costi iniziali di accoglienza e integrazione sono rilevanti, ad esempio per i richiedenti asilo, essi sono poi compensati dai contributi lavorativi e fiscali. La “pressione sui servizi pubblici” evocata dalle due leader è spesso il frutto di tagli e sottofinanziamenti, non dell’immigrazione in sé. Scaricare la colpa sui migranti è un tipico meccanismo di capro espiatorio che nasconde le responsabilità dei governi.

    Meloni e Frederiksen passano disinvolte dal concetto di “immigrazione incontrollata” a quello di “immigrazione illegale”, per poi associarla a un aumento della criminalità. I “migranti illegali commettono crimini violenti, trafficano droga o si rendono responsabili di violenze sessuali”. Il passaggio tratta l’irregolarità come un reato intrinseco al migrante che varca i confini senza permesso. Reato che diventa il preludio necessario a reati più gravi. Pazienza se marginalizzazione, povertà, assenza di alternative e politiche di esclusione c’entrano ben più di qualcosa.

    L’illegalità del migrante è una costruzione giuridica deliberata. Il processo è circolare e perverso. Prima i governi xenofobi europei restringono i canali legali di ingresso, visti per lavoro, ricongiungimenti familiari effettivi, corridoi umanitari. Così, diventa impossibile per la stragrande maggioranza delle persone entrare in Europa senza violare le norme sull’immigrazione. Il risultato è una massa di persone che, per il solo fatto di essere entrate senza autorizzazione, sono “illegali”. I governi xenofobi usano questa “illegalità” amministrativa come prova della pericolosità sociale dei migranti e per giustificare ulteriori politiche repressive.

    Le due leader presentano l’espulsione, anche in deroga alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, come la “risposta concreta” che semplifica il fenomeno migratorio e la sua gestione a mera questione di ordine pubblico. L’orgoglio per aver “modificato gli equilibri nell’applicare la Convenzione europea dei diritti dell’uomo” è un passaggio gravissimo. Significa: siamo riuscite a erodere le tutele giuridiche fondamentali per una categoria di persone, i cittadini stranieri. Ma la tutela dei diritti umani non dovrebbe essere soggetta a equilibri politici modificabili a colpi di maggioranza.

    Proporre “centri di rimpatrio in Paesi terzi” è “innovativo” solo nel linguaggio tecnocratico. È il tentativo di esternalizzare le frontiere e le proprie responsabilità legali e morali, creando zone di non-diritto dove la sorte delle persone viene affidata a regimi terzi, spesso autoritari, in cambio di denaro. Il meccanismo cerca di aggirare il principio di non respingimento, che vieta agli Stati di espellere, trasferire o rimandare una persona verso un paese dove rischierebbe la persecuzione, la tortura o altre gravi violazioni dei diritti umani.

    La coppia italo-danese compie un salto logico decisivo dall’immigrazione illegale ai “milioni di cittadini stranieri che vivono legalmente” nei nostri paesi. Affermare “Il rispetto delle nostre leggi deve andare di pari passo con il rispetto dei valori europei” è un avvertimento. Non si chiede solo di obbedire alla legge, ma di aderire a un modello valoriale definito in modo unilaterale e monolitico. Identificare i “valori europei” con il “patrimonio culturale cristiano” è una appropriazione identitaria volta a contrapporre ed escludere. L’Europa moderna, nata dall’Illuminismo, ha tra i suoi valori fondanti la laicità dello Stato, il pluralismo, la libertà di coscienza e di espressione, valori che sono stati spesso conquistati contro il connubio tra potere religioso e potere politico. Presentare il Cristianesimo come unico pilastro identitario è una scelta politica che emargina i cittadini europei di fede ebraica, musulmana, atea o agnostica o aderenti alle tradizioni laiche liberali e socialiste.

    L’intimazione, riferita a un astratto e generico cittadino immigrato, “non cerchi di imporci modelli di vita che non condividiamo” è un espediente retorico. Suggerisce un’azione attiva e aggressiva da parte di una minoranza, l’imposizione della Sharia, il velo come atto di proselitismo, senza mai definirla, in modo da sollecitare una reazione difensiva e una richiesta di assimilazione totale. L’integrazione, in questa visione, non è uno scambio, ma un atto di sottomissione a un’identità monolitica predefinita.

    Il messaggio di Meloni e Frederiksen è un manifesto politico che parla di “protezione”, “sicurezza” e “valori”, intercettando e incentivando paure diffuse. Ma, la sua costruzione è intellettualmente disonesta e socialmente pericolosa. Mescola deliberatamente piani diversi, irregolarità, criminalità, differenza culturale, per creare un unico, indistinto “problema” la cui sola soluzione è un mix di pugno duro, esternalizzazione delle responsabilità e assimilazione forzata a una presunta identità cristiana. L’obiettivo non è la soluzione di problemi complessi, ma la costruzione di un consenso politico basato sulla paura e sulla definizione di un nemico esterno e interno facilmente identificabile.

    Anche a volerlo prendere sul serio, l’appello al “patrimonio culturale cristiano” non è un richiamo a un’etica, ma solo l’uso di un brand identitario svuotato del suo contenuto. Si proclamano dei valori mentre si mettono in pratica il loro esatto contrario. Se c’è un nucleo etico innegabile nel messaggio evangelico, esso ruota attorno all’’accoglienza dello straniero. “Ero straniero e mi avete ospitato” (Mt 25,35). L’identificazione di Cristo con il bisognoso, il carcerato, l’esule. Il comandamento dell’amore per il prossimo, senza distinzioni, esteso persino al nemico. La critica radicale all’ipocrisia di chi onora Dio con le labbra mentre il suo cuore è lontano dai sofferenti. La centralità della misericordia sul giudizio e sulla legge formale.

    Le pratiche rivendicate da Meloni e Frederiksen sono il contrario di questi principi. Non una diversa interpretazione, ma un rovesciamento. Il Dio che si fa ultimo tra gli ultimi è sostituito dal feticcio di un’identità culturale blindata. Il “patrimonio culturale cristiano” evocato è un guscio vuoto, usato come arma. Invece dell’insieme di valori che ispirano l’azione, accogliere, integrare, perdonare, rieducare, abbiamo un orpello da brandire contro un nemico, il musulmano, il migrante, per demarcare un “noi” esclusivo e difensivo. Un tradimento del Cristianesimo, ridotto a religione dell’ordine e della paura. Le due leader costruiscono un falso problema, l’illegale come criminale, e lo fanno indossando la maschera di una tradizione che, se presa sul serio, ne condannerebbe radicalmente ogni proposta. Questa doppia ipocrisia, giuridica ed etica, è il vero marchio di fabbrica della visione politica di Meloni e Frederiksen.