
Il 12 novembre 2025, in Commissione Giustizia alla Camera, un emendamento bipartisan ha introdotto per la prima volta nel codice penale italiano il consenso libero e attuale come elemento decisivo per configurare il reato di violenza sessuale.
Non serve più dimostrare violenza fisica, minaccia o abuso di autorità: basta che manchi un “sì” esplicito, volontario e revocabile in ogni momento. Chi compie atti sessuali senza questo consenso rischia da sei a dodici anni di reclusione.
Rispetto alla norma del 1996, il cambiamento è radicale. Prima, la vittima doveva provare di aver resistito — un onere che portava a processi umilianti e a un tasso di condanna sotto il 7%. Oggi, il silenzio, la paralisi da terrore o la pressione psicologica valgono come assenza di consenso. Il centro si sposta dall’aggressione alla libertà della persona offesa.
L’accordo è nato da un confronto diretto tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein, che hanno messo da parte le divisioni politiche per un obiettivo comune: allineare l’Italia alla Convenzione di Istanbul, evitare una procedura d’infrazione europea e rispondere a una realtà in cui una donna su tre subisce violenza sessuale nella vita, ma solo una denuncia su dieci arriva in tribunale.
L’emendamento è passato all’unanimità. Nessun voto contrario, né dalla maggioranza né dall’opposizione. Le relatrici Michela Di Biase (PD) e Carolina Varchi (FdI) lo hanno definito un cambiamento culturale: non più “perché non ti sei difesa?”, ma “hai chiesto e ottenuto un sì?”.
Il testo approderà in Aula il 17 novembre e poi al Senato. Se confermato, entrerà in vigore entro il 2026. E segnerà la fine di una giustizia che, per troppi anni, ha chiesto alle vittime di difendersi invece di proteggerle.