Tag: Venezuela

  • Alberto Trentini, il Venezuela e il diritto internazionale

    Alberto Trentini, il Venezuela e il diritto internazionale

    Per gioire davvero della liberazione di Alberto Trentini occorre ammettere che la violazione della legalità internazionale è servita. Quindi, riconoscere il merito di Donald Trump e Giorgia Meloni. Infine, considerare che, sempre violando il diritto internazionale, si potrebbe far cadere il regime degli Ayatollah. Così, il Foglio 13/01/2026 a firma del suo vicedirettore Maurizio Crippa. In effetti, è molto probabile che l’assalto americano al Venezuela e il rapimento di Nicolas Maduro abbiano favorito la liberazione di molti prigionieri politici, tra cui il nostro cooperante. Una cosa negativa può dare effetti positivi. Allora, grazie Trump (e Meloni).

    Tuttavia, la liberazione di Alberto Trentini non è stata automatica. Ci è voluta ancora una trattativa condotta dagli Usa. Poi un passo del governo italiano nel riconoscere di fatto l’attuale governo venezuelano di Delcy Rodriguez. La trattativa e il passo successivo sarebbero stati possibili anche prima del rapimento del presidente venezuelano. Nicolas Maduro voleva la stessa cosa richiesta da Delcy Rodriguez: un riconoscimento diplomatico, dopo le contestate elezioni del 2024. L’Italia non l’ha concesso, pena entrare in conflitto con gli Usa che volevano rimuovere quel presidente. Oggi l’Italia lo concede, perché agli Usa va a genio questa vicepresidente. Perciò, ai meriti di oggi di Trump e Meloni, per la liberazione di Trentini, vanno aggiunti i demeriti dei 423 giorni di prolungamento della prigionia del cooperante.

    Inoltre, la contestazione della violazione del diritto internazionale riguarda qualcosa di più di un singolo episodio. Non siamo in presenza di un presidente americano che ritiene da fare uno strappo alla regola, per ottenere importanti vantaggi immediati. Tra cui l’acquisizione del petrolio venezuelano, prima ancora della liberazione dei prigionieri politici, e la fine di un regime dispotico, che per adesso rimane al suo posto. Assistiamo all’azione violenta di un presidente che teorizza l’irrilevanza del diritto internazionale a fronte della legge del più forte. Nel caso del Venezuela pare andare bene. Ma se e quando si tratterà della Colombia, di Cuba, del Messico o della Groenlandia? Qui, prima di meriti e demeriti dobbiamo guardare al sistema di relazioni internazionali che stiamo alimentando.

    Qual è il senso di esaltare l’utilità della violazione del diritto internazionale se non quello di aderire a una visione del mondo senza regole, senza sovranità condivisa? Una visione che va insieme con la violazione del diritto interno. Infatti, per aggredire il Venezuela, Trump non ha violato solo la Carta dell’ONU, ma anche le prerogative del Congresso. E mentre fa questo, Trump trasforma un’agenzia federale, l’ICE, concepita in origine per contrastare l’affiliazione terroristica tra gli immigrati, in una milizia che attacca gli immigrati stessi. E, attraverso loro, lo stato di diritto, fino a esercitare violenza diretta contro gli stessi cittadini americani, compresi quelli con i capelli biondi e la pelle bianca. Come ha mostrato l’omicidio di Renee Nicole Good a Minneapolis.

    La demolizione (o la costruzione) del diritto sul piano internazionale e sul piano interno vanno insieme. Perciò, il diritto internazionale è una condizione favorevole e non sfavorevole al contrasto di regimi come quello degli Ayatollah. Nel 2011, quando il regime di Gheddafi si apprestava a reprimere con l’aviazione la popolazione di Misurata, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU approvò la risoluzione 1973 che autorizzava l’azione militare per la protezione della popolazione civile libica. Nonostante la Libia fosse alleata della Russia, la Russia non mise il veto e si astenne come la Cina.

    Poi, però, gli Usa andarono oltre il mandato della risoluzione, per spingersi fino al cambio di regime, senza avere un piano di stabilizzazione, rompendo così la fiducia tra le potenze del Consiglio di Sicurezza. Quello strappo nell’immediato ebbe un effetto positivo: la caduta di Gheddafi. Sul medio-lungo periodo ebbe, invece, solo effetti negativi: l’instabilità permanente della Libia e la rottura della concertazione in seno al Consiglio di Sicurezza. Di conseguenza, oggi, di fronte a una crisi come quella dell’Iran, siamo di fronte all’alternativa tra assistere impotenti a un massacro o sperare in un’azione di forza unilaterale al di fuori del diritto, per un possibile vantaggio immediato e una totale incertezza sul futuro.

  • Da Saddam a Maduro: la formula del “mondo un posto migliore senza il dittatore”

    Da Saddam a Maduro: la formula del mondo un posto migliore senza il dittatore

    Il Venezuela, o persino il mondo, è un posto migliore senza Maduro. Lo comunica Trump, lo dice Renzi, lo ripetono diversi commentatori. Una formula retorica usata per giustificare interventi militari controversi. Di fronte al Rapporto Chilcot, la usò Tony Blair: “Il mondo è un posto migliore senza Saddam Hussein.” Bush e Cheney lo ripeterono ogni volta che dovevano difendere l’invasione dell’Iraq. Obama ammise di non aver avuto un piano per la Libia, ma sostenne che “Il mondo è un posto migliore senza Gheddafi”. Concetto sintetizzato nel crudo “We came, we saw, he died” di Hillary Clinton. La stessa frase Obama la dedicò al capo di Al Qaeda ucciso in un blitz: “Il mondo è un posto più sicuro e migliore grazie alla morte di Osama bin Laden.”

    La formula ricorre spesso perché sposta l’attenzione dai mezzi illegali ai fini liberatori. Semplifica e chiude il dibattito. Perché nessuno può difendere un dittatore o un terrorista. Eppure, l’Iraq senza Saddam è sprofondato in una guerra settaria che ha generato terrorismo e centinaia di migliaia di morti. Oggi è una democrazia fragile e corrotta sotto l’influenza iraniana. La Libia di Gheddafi si è frantumata in due governi paralleli, milizie in guerra, infiltrazioni straniere, traffico di esseri umani, mercati di schiavi. Una fonte di instabilità permanente per l’Europa. L’Afghanistan senza i talebani è costato 241 mila morti e 8 mila miliardi di dollari. Nel 2021, i talebani sono tornati al potere. Il mondo senza bin Laden ha prodotto Al-Nusra e lo Stato Islamico.

    Il Venezuela corre gli stessi rischi. Se agli Stati Uniti interessano solo le risorse venezuelane, qualunque situazione gliele garantisca andrà bene. Il Venezuela diventerà un posto migliore per le compagnie petrolifere americane che possono tornare a estrarre nell’Orinoco. Migliore per Washington che elimina un alleato di Russia, Cina e Iran. Ma per il cittadino di Caracas questo non garantisce sicurezza, servizi o libertà. Un blitz illegale non produce istituzioni solide. Se il nuovo leader è percepito come un fantoccio americano, metà della popolazione lo vedrà come un usurpatore. Se il diritto internazionale crolla, il mondo diventa un luogo governato dai rapporti di forza. Senza legittimazione interna e rispetto della legalità internazionale, cambia solo il colore della tragedia venezuelana. Accettarlo come normale, significa rimanere in attesa del prossimo paese sulla lista. Questo è il mondo migliore che ci viene offerto.

  • Attacco Usa al Venezuela. Italia a tappetino

    Attacco Usa al Venezuela. Italia a tappetino

    Sull’attacco militare Usa al Venezuela, Giorgia Meloni ha scritto che l’Italia non ha riconosciuto la vittoria elettorale di Maduro; pur ritenendo che ‘l’azione militare esterna non sia la strada per mettere fine ai regimi totalitari’, considera legittimo ‘un intervento difensivo contro attacchi ibridi’ da ‘entità statuali che alimentano il narcotraffico’. ‘Non è la strada’ significa non è opportuno; ‘legittimo’ significa è legale. Meloni copre Trump nel suo punto debole, la violazione del diritto internazionale, riqualificando l’attacco come autodifesa. Il Venezuela non è più uno stato sovrano aggredito, ma un’entità che minaccia la sicurezza americana. Così, il governo italiano ribadisce, oltre l’alleanza con gli Stati Uniti, anche il modo acritico e incondizionato d’interpretarla. In particolare con Donald Trump. Presidente Usa e leader mondiale delle destre di ogni paese. Sicuramente dell’Italia. La sovranista Giorgia Meloni dispone l’Italia, non come un ponte, ma come un tappetino del grande alleato.

    Rispetto a quella del governo italiano, qualsiasi altra posizione europea sembra migliore, ma non di molto. La UE, con Ursula Von Der Leyen e Kaja Kallas, esprime “profonda preoccupazione”. Chiede la de-escalation, il rispetto del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite. Ribadisce che Maduro non è il presidente legittimo del Venezuela, ma che qualsiasi transizione deve essere pacifica e democratica. La priorità dichiarata è la sicurezza dei cittadini europei in Venezuela. Una posizione critica, ma molto laterale. Come se il diritto internazionale non fosse già stato violato con i bombardamenti su Caracas e il rapimento di Maduro e di sua moglie, Cilia Flores. Perché Trump dovrebbe trattenersi se nessuno osa condannarlo? Più esplicite le condanne di Cina e Russia, ma anche molto di circostanza. Infatti, come se non bastasse, in conferenza stampa, Trump ha apertamente rivendicato di voler gestire il Venezuela e le sue risorse petrolifere.

    Da quando Donald Trump è tornato alla Casa bianca, gli Usa hanno sganciato bombe su tre paesi: l’Iran, la Nigeria, il Venezuela. Tutti e tre grandi produttori di petrolio. Per qualcuno, ciò nonostante, bisogna apprezzare l’effetto collaterale sperato: la conquista della libertà e della democrazia. Entrambe sotto attacco in America, per iniziativa dello stesso Trump. Come se libertà e democrazia potessero diffondersi e consolidarsi nel mondo, attraverso un sistema di relazioni non regolato dal diritto internazionale (e interno), ma dal rapporto crudo tra prede e predatori. In un mondo del genere, l’Italia è una preda che cerca di essere l’amica protetta di un predatore. Mentre l’Europa non sa bene cosa vuole essere, avendo la stazza del predatore, ma essendo frammentata in tante prede. Mentre azzanna il Venezuela, Trump già minaccia Colombia e Cuba. La sorte dei paesi latino-americani scrive anche quella dei vicini della Russia e della Cina.

  • Venezuela: Trump attacca per il petrolio, non per il narcotraffico

    Venezuela: Trump rovesciare Maduro per il petrolio, non per il narcotraffico

    L’escalation militare contro Maduro

    Donald Trump vuole rovesciare Nicolas Maduro? Molti indizi lo lasciano pensare. Da settembre, gli USA attaccano le imbarcazioni venezuelane. Attacchi che hanno ucciso 83 persone. Il 2 settembre gli USA hanno commesso un crimine di guerra con il doppio attacco a un naviglio, prima per affondarlo, poi per uccidere i sopravvissuti. Il ministro della guerra Hegseth avrebbe ordinato di ucciderli tutti (CNN). Ora, l’amministrazione americana annuncia la chiusura dello spazio aereo venezuelano e di voler dare il via ad attacchi sul territorio del Venezuela.

    Il 21 novembre, al telefono, Trump avrebbe imposto un ultimatum a Maduro: dimissioni in cambio di un salvacondotto per lui e la sua famiglia. Maduro ha rifiutato. La leader dell’opposizione Maria Corina Machado, premio Nobel per la pace, sollecita l’intervento americano per rovesciare il regime. Ma una invasione di terra al momento è improbabile, perché rischierebbe di risolversi in un pantano. Però, una forte pressione militare via mare, cielo, e terra, con atti di sabotaggio e di terrorismo, per destabilizzare il regime sono molto probabili, anzi già in atto.

    La violazione del diritto internazionale

    Questa linea di condotta americana è in aperta violazione del diritto internazionale, perché per quanto sia contestabile il regime di Nicolas Maduro, il Venezuela rimane uno stato sovrano e nessun paese straniero, tanto meno gli USA, possono determinarne il sistema politico. La giustificazione americana di avere messo in atto una legittima difesa contro il narcotraffico non è valida, perché la legittima difesa si oppone a un attacco militare, non a fenomeni che si trattano con i metodi repressivi dedicati alla criminalità organizzata. Inoltre, proprio Trump ha graziato l’ex presidente dell’Honduras Juan Orlando Hernández, che stava scontando una condanna a 45 anni in un carcere statunitense per aver aiutato i narcotrafficanti a trasferire cocaina negli USA.

    L’azione USA contro il Venezuela è unilaterale, si muove al di fuori degli organismi internazionali. Un’America che procede armata in America Latina, mette in una luce diversa la Russia che vuole reimporre con la forza la sua sfera d’influenza in Ucraina e nel cosiddetto mondo russo e pure la Cina, qualora invadesse Taiwan. Se però, il diritto internazionale è violato e marginalizzato, ciò non vuol dire che non si possa resistere, che non si possa criticare o condannare la violenza USA in nome del diritto. Possono farlo gli organismi delle Nazioni Unite, può farlo l’Unione Europea. Dovrebbe farlo il nostro governo. Magari, anche considerando di risolvere la lunga detenzione del nostro concittadino Alberto Trentini in un carcere venezuelano.

    La vera motivazione della guerra al Venezuela

    Rimane da capire una questione. Se il narcotraffico è un pretesto, perché Trump è interessato a rovesciare Maduro? Il presidente colombiano Gustavo Petro ha dichiarato alla CNN che “il petrolio è al centro della questione”, sottolineando che si tratta di “un affare di petrolio” e che “questa è la logica di Trump” (The Washington Post). Il Venezuela possiede 303 miliardi di barili di riserve accertate di petrolio, le più grandi del pianeta, superiori ai 267 miliardi dell’Arabia Saudita e pari a circa il 17% delle riserve mondiali. Una fetta consistente del mercato globale del petrolio non fa più riferimento al dollaro per gli scambi, ma allo yuan cinese, situazione che compromette molto il potere della moneta statunitense. L’obiettivo a lungo termine degli USA è riportare sotto il potere del dollaro l’intero mercato petrolifero, come la rete del petrodollaro era riuscita a fare dagli anni Settanta. (Aljazeera)

    La coerenza della strategia di Trump

    Il Venezuela rappresenta per gli USA un nodo strategico dove si intrecciano le alleanze tra Maduro, la Cina, la Russia e l’Iran. La Cina è oggi il principale creditore del Venezuela, che ripaga i debiti con migliaia di barili di petrolio al giorno, mentre la Russia ha investito ingenti somme diventando uno dei principali esportatori di armi. Si tratta di riaffermare il controllo sul “cortile di casa” americano in America Latina, impedendo che potenze rivali stabiliscano basi di influenza nell’emisfero occidentale. Si può allora capire come e perché Trump si mostri molto concessivo nei confronti di Russia e Cina riguardo Ucraina e Taiwan.

  • Alberto Trentini e Camilo Castro

    Alberto Trentini e Camilo Castro

    Alberto Trentini, un cooperante italiano di 46 anni originario di Venezia, è detenuto dal 15 novembre 2024 nel carcere El Rodeo I di Caracas, in Venezuela, senza accuse formali precise. Il governo italiano non è ancora riuscito a ottenere la sua liberazione. Al contrario, la Francia ha ottenuto la liberazione di Camilo Castro, un cittadino francese di 41 anni detenuto nello stesso carcere per quattro mesi (dal 26 giugno al 16 novembre 2025), anch’egli senza accuse chiare. Qual è la differenza?

    Né l’Italia, né la Francia riconoscono Nicolas Maduro come legittimo presidente del Venezuela dalle elezioni del 2019, in linea con la posizione dell’Unione Europea. L’Italia, tra i principali paesi europei, fu l’unica a non riconoscere Juan Guaidó come vincitore delle elezioni, scelta che teoricamente avrebbe potuto metterla in una posizione relativamente più agibile di fronte al regime venezuelano. Eppure, il nostro governo è quello che non ottiene nessun risultato nel fronteggiare la politica degli ostaggi praticata da Maduro.

    Parigi ha avviato presto contatti con Caracas, mediati da Brasile e Messico. Il ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot, ha espresso in più occasioni preoccupazione per iniziative militari statunitensi nella regione, un segnale politico probabilmente ben accolto a Caracas.

    Il governo italiano, invece, ha temporeggiato per mesi, sottovalutando l’urgenza della situazione. Non ha attivato canali efficaci con il regime venezuelano, né individuato mediatori terzi credibili. Solo recentemente è stato nominato un inviato speciale per i detenuti italiani in Venezuela, Luigi Vignali. L’Italia non ha compiuto nessun gesto diplomatico che potesse fungere da incentivo per Caracas. La strategia del silenzio, presentata come riservatezza, ha prodotto solo immobilismo.

    La liberazione di Camilo Castro dimostra che una diplomazia pragmatica funziona. La Francia, pur non riconoscendo Maduro, ha dialogato con Caracas tramite mediatori affidabili, ha agito con tempestività e ha mosso segnali politici percepibili dal regime. L’Italia, invece, si è trincerata dietro il disconoscimento formale di Maduro — una scelta che appare più politica che diplomatica — rinunciando a qualsiasi iniziativa pragmatica.

    A pagare il prezzo di queste inerzie c’è una persona: Alberto Trentini. Cooperante impegnato negli aiuti umanitari, è detenuto da oltre un anno nel carcere El Rodeo I.

    Il governo Meloni e il ministro Tajani, finora, hanno fallito. Non hanno attivato canali efficaci, non hanno cercato mediatori, non hanno costruito nessun incentivo diplomatico. Hanno lasciato passare i mesi, mentre la Francia otteneva risultati concreti. La nomina tardiva di un inviato speciale non cancella un anno di inerzia.

    Quanto dovranno ancora aspettare Alberto Trentini e la sua famiglia? E cosa impedisce all’Italia di adottare la stessa determinazione dimostrata dalla Francia? Se Parigi ha liberato Castro in quattro mesi, perché Roma non riesce a fare altrettanto dopo oltre un anno? La risposta non sta nelle condizioni di partenza – paradossalmente favorevoli all’Italia – ma nelle scelte politiche del governo italiano.

  • Alberto Trentini un ostaggio politico dimenticato

    Alberto Trentini un ostaggio politico dimenticato

    Un anno fa, il 14 novembre 2024, Alberto Trentini – cooperante veneziano di 46 anni, in missione per Humanity & Inclusion – veniva arrestato a un posto di blocco mentre si spostava da Caracas a Guasdualito. Era arrivato in Venezuela da poche settimane. Da allora è detenuto senza accuse formali nel carcere di massima sicurezza di El Rodeo I, alla periferia della capitale.

    Per mesi è rimasto in isolamento totale nei reparti del controspionaggio militare (DGCIM). Nessun contatto con la famiglia, con un avvocato, con l’ambasciata italiana. Solo a settembre l’ambasciatore è riuscito a incontrarlo e a consegnargli lettere e medicinali per l’ipertensione. Da allora Trentini ha potuto fare tre brevi telefonate alla madre, Armanda Colusso. «Sto bene, ma sono stremato», le ha detto. È dimagrito e affaticato, anche se le autorità italiane lo descrivono in “buone condizioni fisiche”. El Rodeo I resta però un luogo segnato da sovraffollamento, scarsa igiene e violenze: la Commissione interamericana per i diritti umani definisce la sua detenzione un «rischio grave e irreparabile».

    Il regime di Nicolás Maduro non ha mai chiarito i capi d’accusa. Circolano ipotesi di «cospirazione» e «terrorismo» basate su presunti messaggi WhatsApp in cui Trentini avrebbe espresso l’intenzione di lasciare l’ONG: una ricostruzione smentita dalla famiglia e dall’organizzazione. La verità è che Alberto è un ostaggio politico, trattenuto in una stagione di arresti strumentali dopo le contestate elezioni del luglio 2024. Decine di stranieri sono stati fermati per aumentare il margine negoziale del governo venezuelano. L’Italia, che non riconosce Maduro, è un bersaglio utile.

    Cosa vuole Caracas? Tre cose: un riconoscimento politico; l’estradizione di Rafael Ramírez, ex ministro del petrolio e oppositore rifugiato in Italia; e possibili aperture economiche, dalle sanzioni ai crediti energetici.

    Cosa è disposta a offrire Roma? Al momento, nulla di tutto questo. Il governo Meloni – con Antonio Tajani e l’inviato speciale Luigi Vignali – ha convocato i diplomatici venezuelani, attivato UE, G7 e CIDH, e garantito assistenza consolare. Ma non riconoscerà Maduro, né consegnerà Ramírez, né offrirà scambi politici o finanziari.

    Si lavora invece su canali discreti: la Comunità di Sant’Egidio, che in passato ha facilitato il rilascio di altri italiani; contatti multilaterali; pressione umanitaria. Intanto la famiglia, l’avvocata Alessandra Ballerini e oltre 110.000 firme chiedono maggiore determinazione. «Non basta dire che ci stiamo lavorando. Bisogna riportarlo a casa», insiste la madre.

    Oggi, a un anno dall’arresto, Alberto Trentini è ancora lì. L’Italia lo considera ufficialmente un prigioniero politico. Le trattative continuano nel silenzio forzato di ogni dossier sensibile. La pagina Facebook “Alberto Trentini Libero” resta il luogo dove il suo nome non viene lasciato cadere.