La giornalista ucraina Viktoriia Roshchyna è morta a 27 anni dopo un anno di detenzione in Russia. Il suo corpo, restituito durante uno scambio di prigionieri nel febbraio 2025, presentava segni evidenti di tortura: bruciature da elettroshock sui piedi, abrasioni sui fianchi e la testa, una costola fratturata, capelli rasati. L’osso ioide nel collo era spezzato, una lesione compatibile con lo strangolamento. Cervello, occhi e laringe erano stati rimossi, impedendo di accertare la causa esatta della morte.
Roshchyna era stata catturata nell’estate 2023 vicino alla centrale nucleare di Zaporizhzhia, durante la sua quarta missione nei territori occupati. Era l’unica giornalista ucraina disposta a oltrepassare la linea del fronte per documentare le condizioni sotto l’occupazione russa. Stava cercando i “black sites” dove i russi detenevano e torturavano civili ucraini.
Il sistema di detenzione
La Russia detiene circa 16.000 civili ucraini in 180 strutture diverse, secondo il Commissario per i diritti umani del parlamento ucraino. La maggioranza è detenuta senza accuse, senza accesso legale, senza diritto a lettere o visite. Le famiglie ricevono al massimo conferme laconiche che i loro cari sono detenuti “per essersi opposti all’operazione militare speciale”.
Un’inchiesta del Guardian e partner internazionali ha identificato torture sistematiche in 29 di queste strutture: 18 in Russia, 11 nei territori occupati. I metodi includono elettroshock, waterboarding, esecuzioni simulate, pestaggi ripetuti, umiliazioni. I detenuti riferiscono di razioni alimentari minime, assenza di cure mediche, divieto di parlare ucraino.
Taganrog: il centro più brutale
Il carcere Sizo-2 di Taganrog, sulla costa del Mar d’Azov, è emerso come il più famigerato della rete. Costruito per 400 detenuti russi, ha ospitato migliaia di prigionieri ucraini, militari e civili, sottoposti a torture organizzate.
La violenza iniziava già all’arrivo con il rituale della “reception”: prigionieri bendati e legati venivano picchiati da ogni guardia presente. Seguivano perquisizioni quotidiane violente e interrogatori negli edifici della tortura, dove ex detenuti hanno localizzato sale con sedia elettrica, vasche per il waterboarding, sbarre per appendere i prigionieri a testa in giù in posizione fetale.
Le razioni alimentari consistevano in quattro cucchiaiate e mezzo per pasto. I detenuti perdevano fino a 25 chili. L’intelligence ucraina ha registrato almeno 15 morti a Taganrog: uno durante un interrogatorio, quattro durante la “reception”, altri per mancanza di cure mediche.
Le guardie, membri delle unità speciali del servizio carcerario russo FSIN, operavano a rotazione mensile, indossavano passamontagna e usavano soprannomi: “lupo”, “sciamano”, “morte”. Gli interrogatori erano condotti dall’FSB, il servizio di sicurezza russo.
Fonti interne al sistema carcerario hanno riferito che nella primavera 2022 furono date direttive esplicite per usare violenza contro gli ucraini, senza documentazione o telecamere. Il messaggio era: “Fate quello che volete”.
Il caso Roshchyna
Dopo la cattura, Roshchyna fu portata ai “garage” di Melitopol, un black site dove subì elettroshock e accoltellamenti. Testimoni riferiscono che arrivò a Taganrog “piena di droghe sconosciute” e “iniziò a impazzire”. Smise di mangiare. Il suo peso scese a 30 chili. Restava raggomitolata in posizione fetale dietro la tenda del bagno.
A giugno fu portata in ospedale su una barella, sorvegliata da sei guardie mascherate. A luglio tornò al carcere con flebo al braccio, continuando a rifiutare cibo. Le autorità le preparavano pasti separati, le offrivano banane e dolci.
Ad agosto i suoi genitori ricevettero una telefonata: “Mi hanno promesso che sarò a casa a settembre. Vi amo”. L’8 settembre fu portata via dalla cella per lo scambio di prigionieri, ma non arrivò mai al punto di consegna. Un testimone riporta che un ufficiale disse: “La giornalista non è arrivata allo scambio. È colpa sua”.
Testimonianze indicano che Roshchyna fu trasferita al carcere Sizo-3 di Kizel, vicino agli Urali. Un soldato ucraino la vide sul treno: “Era magrissima, si reggeva a stento in piedi. Pelle gialla, capelli senza vita”. A Kizel i prigionieri dovevano chiedere permesso per bere, andare in bagno, sedersi. Roshchyna continuò lo sciopero della fame. Sopravvisse altri otto giorni.
Il 19 settembre 2024 morì. Il direttore del carcere di Taganrog, Aleksandr Shtoda, ha negato due volte che Roshchyna sia mai stata detenuta lì, dichiarando che “non è e non è mai stata nei database”.
L’appello per i negoziati di pace
Gruppi per i diritti umani, incluso il Centro per le Libertà Civili di Kiev (Nobel per la Pace 2022), chiedono che il rilascio dei civili ucraini detenuti sia condizione centrale per qualsiasi accordo di pace. Il dibattito sui negoziati promossi dall’amministrazione Trump si concentra su territori e garanzie di sicurezza, ignorando la dimensione umana.
Gli scambi di prigionieri, che nei primi mesi di guerra includevano civili, ora riguardano quasi esclusivamente militari. I familiari di 380 detenuti civili non vedono liberazioni da oltre un anno.
Oleksandra Matviichuk, direttrice del Centro per le Libertà Civili, avverte: “Quando vieni a conoscenza delle condizioni di detenzione e delle torture, è chiaro che alcune di queste persone non hanno alcuna possibilità di essere ancora vive quando il processo politico sarà terminato”.
Fonti
Russia’s ‘Ghost Detainees’: The Investigation That Cost Viktoriia Roshchyna Her Life Ukrainian journalist Viktoriia Roshchyna was pronounced dead in Russian captivity in October 2024, after being secretly held for months in Russian-occupied Ukraine and a Russian prison. In February 2025, her body was repatriated. Forbidden Stories investigated her detention and death, which came on the heels of a reporting trip to Zaporizhzhia aimed at telling the stories of Ukrainian civilians unlawfully held by Russia. By Phineas Rueckert with Tetiana Pryimachuk Forbidden Stories, April 29th, 2025
A person holds a framed photo of Viktoriia Roshchyna ‘Numerous signs of torture’: a Ukrainian journalist’s detention and death in Russian prison The Guardian, working with media partners, has tracked down first-hand accounts to reconstruct Viktoriia Roshchyna’s final months By Juliette Garside, Shaun Walker, Manisha Ganguly, Pjotr Sauer, Tetyana Nikolayenko, Anton Naumliuk and Artem Mazhulin The Guardian 29 Apr 2025
Russia Prison illustration Inside Taganrog: beatings, electrocution and starvation at prison where Ukrainians were tortured Russia is holding an estimated 16,000 civilians in arbitrary detention at 180 separate facilities. Taganrog was the most notorious. By Manisha Ganguly, Shaun Walker, Pjotr Sauer, Tetyana Nikolayenko, Anton Naumliuk, Artem Mazhulin and Lucy Swan The Guardian 30 Apr 2025
Outside of Taganrog prison. Release of Ukrainian prisoners in Russia key to any peace deal, rights groups say Kyiv-based Centre for Civil Liberties says tortured inmates bypassed amid focus on territory and security guarantees Shaun Walker in Kyiv The Guardian 1 May 2025
A framed photo of Viktoriia Roshchyna Vika: The journalist who exposed Russian “black sites”, then ended up in one Viktoriia Roshchyna was investigating Russia’s torture sites, then found herself inside one. Juliette Garside and Manisha Ganguly report Podcast 37:02 The Guardian 22 May 2025
Two hands hold up a black and white photograph of a woman ‘She was very, very thin’: witness tells of Ukrainian journalist’s final days in Russian prison Soldier’s account corroborates reports Viktoriia Roshchyna was taken to prison deep inside Russia, where it is believed she died Stas Kozliuk, Poline Tchoubar, Guillaume Vénétitay and Juliette Garside The Guardian 11 Dec 2025
La guerra ucraina è composta da tre conflitti sovrapposti: la guerra tra gli indipendenti del Donbass e Kiev; la guerra tra Kiev e Mosca; la guerra tra Russia e Occidente. Le prime due sono combattute direttamente; la terza è combattuta indirettamente. Tutte si combattono sul territorio dell’Ucraina. Ma un accordo sulla sola Ucraina non risolve la guerra.
Mosca non accetta un congelamento della linea del fronte, perché sta avanzando e perché il suo obiettivo iniziale era la conquista di tutta l’Ucraina per insediare a Kiev un governo filorusso. Kiev non accetta di cedere territori del Donbass che non ha ancora perso sul terreno, anzi rivendica il ripristino della piena sovranità su tutto il territorio ucraino nei confini del 1991 (compresa la Crimea).
Gli Usa di Trump, a differenza degli Usa di Biden, si propongono come mediatori e non come alleati di Kiev. Ma la mediazione di Trump si limita a fare proposte sull’assetto dell’Ucraina, su quanta Ucraina concedere alla Russia. In questo modo, rischia di penalizzare l’Ucraina e il diritto internazionale, due argomenti sui quali Trump è poco sensibile, senza riuscire mai a ottenere non solo la pace, ma neppure la tregua. Se concede troppo, Kiev e gli europei non ci stanno; se concede troppo poco non ci sta Mosca.
Una mediazione seria da parte americana dovrebbe affrontare il terzo livello del conflitto: quello tra la Russia e l’Occidente. Quindi, andare alle origini della guerra ucraina. Perché la Russia ha deciso l’invasione? Non solo per riappropriarsi dell’Ucraina, condizione che le consente di tornare a essere una grande potenza, ma anche per mettere in discussione l’ordine internazionale a guida americana, sorto dopo la caduta dell’Urss nel 1991 e messo in crisi dai fallimenti delle guerre americane in Medio Oriente, in ultimo dal ritiro americano dall’Afghanistan.
Trump dovrebbe proporre a Putin (e al suo alleato cinese in procinto di attaccare Taiwan), non un assetto dell’Ucraina, ma un assetto del mondo. Non essendo Trump un democratico, la sua proposta si risolverebbe in un patto di spartizione delle aree d’influenza. Questo come europei potrebbe non piacerci, perché implicherebbe la spartizione della stessa Europa. Però, la via per la pace, potrebbe comunque passare per questa strada.
Quale potrebbe essere la proposta di un presidente USA democratico? La Russia si ritira dall’Ucraina, da tutti i territori conquistati e con ciò si ripristina la sovranità nazionale ucraina e il diritto internazionale. L’Occidente allenta le sanzioni nella misura in cui la Russia partecipa alla ricostruzione e al risarcimento dei danni di guerra. L’Ucraina rimane neutrale o, al limite, aderisce all’Unione Europea. Le repubbliche del Donbass liberate dalla presenza russa possono avere uno statuto speciale di autonomia, come il nostro Trentino Alto Adige. Oppure, svolgere un referendum con veri osservatori internazionali, per decidere se rimanere in Ucraina o annettersi alla Federazione russa.
La Nato si ritira gradualmente dall’Europa orientale e dai paesi scandinavi. A questo punto, tali paesi si sentirebbero esposti e indifesi. Ma la UE potrebbe rafforzare la sua integrazione militare e dotarsi di un dispositivo di mutua sicurezza simile all’articolo 5 della Nato. Ucraina farebbe parte integrante dell’alleanza europea.
Se il ritiro della Nato dall’Europa orientale fosse ritenuto politicamente impraticabile, la Nato potrebbe almeno impegnarsi in modo formale a non espandersi ulteriormente. Putin ha criticato Gorbaciov per non aver preteso nel 1991 un impegno scritto da parte degli Usa a non espandere la Nato a Est, di essersi accontentato di una promessa verbale. Oggi, gli Usa potrebbero concedere a Putin una promessa formalizzata e firmata a non espandere la Nato in Ucraina e in Georgia.
Un tale assetto internazionale, potrebbe salvaguardare gli interessi di tutte le parti in causa: la Russia, l’Ucraina, le autonomie del Donbass, l’Europa, gli Stati Uniti e ripristinare il diritto internazionale.
A proposito di diritto internazionale, la CPI ha emesso un mandato di arresto per Putin nel marzo 2023, per il trasferimento forzato di bambini ucraini. La restituzione di questi bambini ai loro legittimi genitori deve essere parte di qualsiasi accordo di pace.
Una domanda ricorrente al mondo pacifista, umanitario, democratico, di sinistra, chiede perché la mobilitazione in solidarietà con i palestinesi vittime della guerra israeliana a Gaza non veda lo stesso coinvolgimento emotivo nella solidarietà con gli ucraini vittime della guerra russa in Ucraina. Possiamo riconoscere che questo scarto è vero e che, in fondo, riguarda anche quelle aree politiche che, al contrario, sono solidali con l’Ucraina, ma non con i palestinesi, o addirittura sono solidali con Israele. Tuttavia, mentre la contraddizione morale altrui, dipende soprattutto da ragioni ideologico-geopolitiche, la nostra è più complicata. Provo a citare alcuni motivi che non valgono come giustificazioni, ma come spiegazioni plausibili.
I palestinesi ci sembrano molto più disperati degli ucraini. La guerra in Ucraina è vista come un conflitto tra due stati sovrani. Per quanto la Russia sia lo stato più forte e aggressore, l’Ucraina dispone di uno stato, un governo autonomo, un esercito funzionante, frontiere aperte verso l’Europa. Le ostilità infliggono perdite a entrambe le parti. La guerra di Gaza, invece, è vista come un genocidio o come uno sterminio unilaterale. Un potente apparato militare, quello israeliano, che schiaccia una popolazione civile indifesa, quella palestinese, che non ha mezzi per reagire, né un luogo dove scappare. La situazione degli ucraini è molto dura, la situazione dei palestinesi è una catastrofe umanitaria.
Gaza è un territorio minuscolo e densamente popolato: ogni bombardamento produce immagini strazianti di civili sepolti sotto le macerie, di case, scuole, ospedali distrutti. La guerra in Ucraina è spalmata su un fronte di migliaia di chilometri. Spesso è una guerra di trincea, di artiglieria a lungo raggio. Le immagini dei civili ucraini uccisi ci sono (Bucha, Mariupol), ma la quotidianità del fronte ucraino appare spesso come una guerra di soldati contro soldati, mentre quella di Gaza appare come una guerra di aviazione e carri armati contro donne e bambini, persone inermi.
L’oppressione russa sull’Ucraina ci sembra un fatto recente, anche se ha i suoi precedenti storici, come la collettivizzazione forzata delle terre durante gli anni Trenta del Novecento. L’oppressione israeliana della Palestina è un fatto secolare. Io mi sono affacciato all’età adulta vedendo le immagini del massacro di Sabra e Chatila e oggi invecchio vedendo le immagini del genocidio di Gaza. In mezzo ho visto le immagini dell’occupazione, della colonizzazione, della repressione delle intifade e tante campagne militari che facevano un “uso sproporzionato della forza”.
Negli ultimi anni, il paradigma per leggere il conflitto israelo-palestinese è passato dal “conflitto territoriale” al “colonialismo di insediamento”. Questa cornice equipara la lotta palestinese a quella dei nativi americani o alla lotta contro l’apartheid in Sudafrica. La guerra russo-ucraina, invece, è vista come una guerra territoriale classica di stampo novecentesco (invasione di confini). La lotta al colonialismo e all’apartheid ha un richiamo morale ed emotivo molto più potente rispetto alla difesa della sovranità nazionale classica.
Per gli ucraini, i nostri governi (italiano, europei, americano) hanno fatto tutto quello che potevano: accolto profughi, organizzata l’assistenza umanitaria, dato sostegno diplomatico, fornito armi, superato linee rosse, sanzionato Mosca, persino paventato la possibilità di entrare in guerra contro la Russia. Invece, per i palestinesi i nostri governi non hanno fatto nulla, anzi, hanno sostenuto Israele. Nella geopolitica occidentale il sostegno a Ucraina e Israele vanno insieme.
I movimenti pacifisti compensano l’incoerenza dei loro governi, ma rischiano di riprodurla rovescio dando valore politico alla resistenza dei palestinesi, che avrebbe significato per tutti i popoli oppressi, senza darne alla resistenza ucraina, che avrebbe valore solo per se stessa, o nemmeno per se stessa, ma solo per la Nato e l’Occidente. L’Ucraina lotterebbe per cambiare la sua collocazione coloniale, non per liberarsi davvero.
Lottare dalla parte dei palestinesi contro lo stato militarista di Israele e il sostegno militare dell’Occidente a Israele significa lottare per la pace in prospettiva e per il cessate il fuoco adesso. Lottare dalla parte dell’Ucraina contro l’invasore russo, con i governi occidentali proiettati contro la Russia, rischia di dare un aiuto involontario all’escalation, di autorizzare dal basso una guerra contro la Russia.
Israele siamo noi, è il nostro avamposto in Medio Oriente, è l’unica democrazia circondata da dittature e monarchie arabe, è un paese occidentale. I crimini commessi da Israele sono i nostri crimini. Sono atti che ci chiamano in causa e ci fanno sentire in colpa. Storicamente, Israele è la soluzione che abbiamo trovato alla risoluzione della questione ebraica in Europa, è il modo in cui abbiamo scaricato sugli arabi le conseguenze del millenario antisemitismo europeo. La Russia, invece, non siamo noi, anzi il Cremlino è potenzialmente un nostro nemico, se commette crimini, ci dispiace, ma non ci turba.
Queste ragioni, tuttavia, non significano che sia giusto avere a cuore solo un popolo e non l’altro. Entrambi vanno sostenuti nella loro lotta per la sopravvivenza, la dignità e l’indipendenza. Sapendo che, se gli interessi geopolitici e le letture ideologiche li mettono in opposizione, invece il diritto internazionale e umanitario li mette dalla stessa parte. E questa dovrebbe essere la bussola che, se non può decidere l’intensità dei nostri sentimenti, può comunque orientarci per farci stare dalla parte giusta.
Abbiamo più paura dei russi o degli jihadisti? C’è una guerra che sembra metterci di fronte a questa alternativa, la guerra in Mali. Una delle crisi più gravi dell’Africa contemporanea.
Le radici del conflitto
Il conflitto ha le sue radici nelle contraddizioni irrisolte dall’indipendenza dalla Francia nel 1960. Il paese è uno stato artificiale che racchiude realtà diverse: a sud, lungo le fertili valli del fiume Niger, vivono popolazioni sedentarie come i Bambara e i Dogon che hanno sempre controllato il potere politico ed economico. A nord si estende l’Azawad, un immenso deserto popolato dai Tuareg, pastori nomadi berberi che per decenni si sono sentiti cittadini di serie B nel proprio paese.
Questa marginalizzazione sistematica del nord – mancanza di scuole, ospedali, strade, rappresentanza politica – ha generato quattro ribellioni tuareg. Ogni volta, accordi di pace venivano firmati e poi violati per corruzione e indifferenza del governo centrale. Nel 2011, quando il regime di Gheddafi in Libia è crollato, migliaia di combattenti tuareg che militavano nella sua guardia pretoriana sono tornati in Mali portando con sé arsenali di armi pesanti. Avevano accumulato abbastanza frustrazioni e competenze militari per tentare ancora una volta di strappare l’autonomia per l’Azawad.
Il 17 gennaio 2012 il Mouvement National pour la Libération de l’Azawad (MNLA) ha attaccato una base militare a Ménaka, dando inizio all’attuale guerra civile. In pochi mesi i ribelli tuareg, alleati con gruppi jihadisti come Ansar Dine e al-Qaeda nel Maghreb Islamico, hanno conquistato le città storiche del nord: Kidal, Gao, Timbuctù. L’8 aprile 2012 hanno persino proclamato l’indipendenza dell’Azawad, uno stato che nessuno ha riconosciuto.
La crisi si è aggravata quando l’esercito maliano, umiliato dalle sconfitte, ha rovesciato il presidente con un golpe il 22 marzo 2012. Il capitano Amadou Sanogo accusava il governo di incapacità nel fronteggiare i ribelli. Questo colpo di stato ha gettato il paese nel caos proprio mentre i jihadisti consolidavano il controllo del nord, imponendo una versione brutale della sharia e trasformando una ribellione etnica in una minaccia terroristica regionale.
L’esplosione jihadista e l’intervento straniero
Quello che i Tuareg non avevano previsto era che i loro alleati jihadisti li avrebbero traditi. Entro la fine del 2012, gruppi come Ansar Dine, guidata dal tuareg Iyad Ag Ghali convertito all’islamismo radicale, e la galassia di al-Qaeda avevano espulso il MNLA secolare e instaurato un regime teocratico nel nord. Quando nel gennaio 2013 le colonne jihadiste hanno iniziato a marciare verso sud minacciando Bamako, la Francia è intervenuta con l’Operazione Serval, dispiegando 4.500 soldati che in poche settimane hanno riconquistato le città del nord.
Da quel momento, per quasi un decennio, la presenza internazionale – 5.000 soldati francesi dell’Operazione Barkhane, 15.000 caschi blu della missione ONU MINUSMA, forze del G5 Sahel – ha tenuto in piedi un fragile equilibrio. Nel 2015, è stato firmato ad Algeri l’accordo per la pace e la riconciliazione del Mali tra governo e ribelli tuareg, che prometteva autonomia e sviluppo per il nord, ma come i precedenti non è mai stato attuato.
Intanto i gruppi jihadisti si sono evoluti e rafforzati. Nel 2017 è nato JNIM (Jama’at Nusrat al-Islam wa al-Muslimin), una coalizione che unisce diverse katibe affiliate ad al-Qaeda sotto la leadership di Iyad Ag Ghali. JNIM ha cambiato strategia: invece di controllare le città, si è infiltrato nelle campagne, sfruttando conflitti locali tra pastori Fulani e agricoltori Dogon, offrendo “giustizia” islamica dove lo stato era assente o predatorio. In parallelo, lo Stato Islamico ha imposto la sua provincia saheliana, IS-Sahel, nel modo più brutale e indiscriminato negli attacchi ai civili.
La svolta è arrivata tra il 2020 e il 2021 con due nuovi golpe militari che hanno portato al potere il colonnello Assimi Goïta. La giunta ha accusato Francia e partner internazionali di fallimento nella lotta al terrorismo e di interferenza negli affari interni. Nel 2022 ha espulso l’ambasciatore francese, costretto al ritiro le forze di Barkhane e poi nel 2023 cacciato anche i caschi blu ONU. Al posto dei francesi sono arrivati mercenari russi: prima il gruppo Wagner, poi ribattezzato Africa Corps dopo la morte di Prigozhin, con circa 1.000-2.000 uomini che hanno portato elicotteri d’attacco e istruttori militari.
Il regime militare e l’alleanza con i russi
Il governo di Goïta si è autoproclamato garante della sovranità nazionale contro il “neo-colonialismo” occidentale. Ha sospeso la costituzione, posticipato ripetutamente le elezioni e nel luglio 2025 si è nominato presidente per un mandato a tempo indefinito. Insieme a Burkina Faso e Niger, anch’essi guidati da giunte militari nate da golpe, ha formato l’Alleanza degli Stati del Sahel (AES) e nel gennaio 2025 ha abbandonato la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS), isolandosi ulteriormente dalla regione.
L’alleanza con la Russia ha portato armi e supporto politico, ma anche un pesante costo umanitario. I mercenari russi e l’esercito maliano sono stati accusati di massacri indiscriminati di civili e sospettati di collaborare con i jihadisti. Il caso più emblematico è il massacro di Moura nel marzo 2022, dove operazioni congiunte hanno causato circa 500 morti tra civili, molti giustiziati in modo sommario. Human Rights Watch ha documentato altri episodi nel 2025: 31 civili uccisi in due villaggi della regione di Segou in ottobre, tra cui donne e bambini, con case bruciate. A novembre un drone militare ha colpito una tenda nel nord sterminando un’intera famiglia, in quello che potrebbe configurarsi come crimine di guerra.
Questi abusi non solo violano i diritti umani, ma alimentano proprio quel ciclo di risentimento che i gruppi jihadisti sfruttano per reclutare miliziani. Comunità intere, soprattutto Fulani nel centro del paese, si trovano strette tra la brutalità dell’esercito e delle milizie etniche che li accusano di sostenere i terroristi, e la presenza dei jihadisti che promettono protezione e vendetta.
L’assedio di Bamako: Il 2025 come anno cruciale
Se gli anni precedenti avevano visto una lenta erosione del controllo governativo nelle aree rurali, il 2025 ha segnato la svolta. A settembre, JNIM ha lanciato un’offensiva strategica senza precedenti: non un attacco frontale sulla capitale, ma un assedio economico. Il gruppo ha imposto blocchi sulle principali rotte di approvvigionamento del carburante che dal Senegal e dalla Costa d’Avorio riforniscono Bamako, trasformando le autostrade in “trappole mortali” per gli autotrasportatori.
L’effetto è stato devastante. Code chilometriche si sono formate davanti alle stazioni di servizio, i prezzi del carburante sono schizzati alle stelle, i generatori diesel sono diventati introvabili. La capitale ha vissuto blackout energetici prolungati. Le scuole sono state chiuse fino al 9 novembre perché studenti e insegnanti non potevano muoversi. La vita quotidiana si è paralizzata. Mentre JNIM stringeva la morsa con imboscate e attacchi coordinati che hanno ucciso centinaia di soldati, la popolazione di Bamako ha cominciato a sentire concretamente la guerra che per anni era sembrata lontana, confinata nel deserto del nord.
Il gruppo jihadista ha dimostrato capacità militari e di intelligence impressionanti, sfruttando la conoscenza del territorio e la complicità di comunità rurali dove lo stato è visto come oppressore. Analisti internazionali hanno iniziato a parlare apertamente del rischio di collasso del governo. Governi occidentali – Stati Uniti, Australia, Germania, Italia – hanno ordinato ai propri cittadini di lasciare immediatamente il Mali. Il ministro degli Esteri maliano Abdoulaye Diop ha cercato di minimizzare, definendo “implausibile” una conquista di Bamako.
A rendere tutto più sinistro sono arrivate le esecuzioni pubbliche. L’11 novembre, JNIM ha rapito e giustiziato Mariam Cissé, una ragazza di vent’anni che su TikTok aveva 100.000 follower. Il suo “crimine”? Aver pubblicato video a sostegno delle forze armate maliane. L’hanno uccisa a Tonka, una città dove l’esercito non ha nemmeno presenza. Il messaggio era chiaro: nessuno è al sicuro, nemmeno lontano dalle zone di combattimento. Il controllo di JNIM non è solo militare ma anche psicologico e sociale, attraverso una governance ombra che punisce i “collaborazionisti” e premia chi si sottomette.
Gli attori del conflitto: un mosaico di violenza
La guerra in Mali è diventata così complessa che è difficile distinguere chi combatte chi e perché. Da una parte c’è il governo militare di Goïta e le Forze Armate Maliane (FAMA), supportate dai mercenari russi dell’Africa Corps. Questi ultimi, guidati da Ivan Aleksandrovich Maslov, operano non solo come forza militare ma anche per garantire interessi economici russi nelle miniere d’oro del paese, che rappresentano una risorsa fondamentale in un’economia devastata.
Contro di loro si muovono due galassie jihadiste. JNIM è la più potente e radicata: una coalizione che include la katiba Macina guidata da Amadou Kouffa, che ha trasformato conflitti locali tra Fulani e Dogon nel centro del paese in una guerra santa. JNIM pratica una forma di governance nelle aree sotto il suo controllo, applicando una versione della sharia che, per quanto dura, è spesso percepita come più prevedibile e meno corrotta della giustizia statale. Lo Stato Islamico nel Sahel è invece più frammentato e brutale, focalizzato su massacri indiscriminati e controllo delle rotte di traffico di armi, droga e oro nella regione del “Triangolo di Ferro” al confine tra Mali, Niger e Burkina Faso. Nel 2025 IS-Sahel ha condotto 326 attacchi contro civili, seminando terrore ma ottenendo meno sostegno popolare di JNIM.
A complicare il quadro ci sono i gruppi separatisti tuareg. Il Front de Libération de l’Azawad (FLA), formato nel 2023, combatte per l’autonomia del nord e ha inflitto perdite significative a forze governative e russe, specialmente in zone vicine al confine algerino. La Coordination des Mouvements de l’Azawad (CMA), che aveva firmato l’Accordo di Algeri, è frammentata e oscilla tra collaborazione con il governo e alleanze tattiche con JNIM contro un nemico comune. Alcuni ex membri della CMA hanno persino raggiunto i ranghi jihadisti, delusi dai promessi mancati di autonomia.
Poi ci sono le milizie etniche: gruppi di autodifesa come Dan Na Ambassagou (Dogon) e i cacciatori tradizionali Dozo (Bambara), spesso usati dall’esercito come proxy contro comunità Fulani accusate in blocco di sostegno ai jihadisti. Queste milizie hanno contribuito a centinaia di morti civili in massacri intercomunitari, alimentando ancora più odio e divisioni.
Sul piano internazionale, la Russia è diventata l’attore dominante, fornendo armi e addestratori ma anche perseguendo interessi geopolitici – contrastare l’influenza occidentale – ed economici nelle miniere. La Francia, ritiratasi malvolentieri, mantiene interessi nell’uranio e nell’influenza regionale ma ha perso ogni capacità di azione diretta. Stati Uniti ed Unione Europea forniscono intelligence limitata ma hanno preso le distanze dalla giunta. L’Algeria cerca di mediare con i Tuareg per la stabilità alle sue frontiere meridionali. L’African Union e organizzazioni umanitarie come Human Rights Watch monitorano e denunciano abusi, ma con accesso limitato e scarsa capacità di influire sugli eventi.
Il prezzo insostenibile della guerra
I numeri della catastrofe maliana sono elevati. Dal 2012 il conflitto ha causato oltre 35.000 morti, di cui almeno 6.000 solo nel 2025. Ma le vittime dirette sono solo la punta dell’iceberg. Circa 600.000 persone sono sfollate interne, costrette a fuggire dalle proprie case per cercare sicurezza altrove nel paese. Altri 13.000 maliani sono rifugiati nei paesi vicini. In totale, tra sfollati interni e rifugiati, si parla di oltre 400.000 persone nel solo Mali, parte di una crisi regionale che nel Sahel conta 4 milioni di rifugiati, l’80% dei quali sono donne e bambini.
La crisi umanitaria è devastante: 6,4 milioni di maliani – quasi un terzo della popolazione – necessitano di aiuti umanitari. Un milione e mezzo di persone si trovano in condizione di insicurezza alimentare acuta, con sacche di fame nel nord e nel centro dove i blocchi impediscono l’arrivo di cibo. Quasi tre milioni necessitano assistenza nutrizionale e un milione di bambini è a rischio malnutrizione acuta. Nel nord, nella regione di Ménaka, 80.000 bambini rischiano contemporaneamente fame e malattie trasmesse dall’acqua contaminata.
Il sistema educativo è crollato: quasi 2.000 scuole sono chiuse per l’insicurezza, negando istruzione a centinaia di migliaia di bambini e creando una generazione perduta facilmente preda di reclutamento da parte di gruppi armati. Il sistema sanitario è al collasso, con epidemie di colera e malaria in aumento. L’economia formale è devastata: il blocco del carburante ha paralizzato commerci e trasporti, mentre il PIL pro capite rimane sotto i 900 dollari annui, con il 40% della popolazione sotto la soglia di povertà assoluta.
Le risorse naturali, invece di essere benedizione, sono maledizione. L’80% dell’oro estratto proviene dalla regione di Kayes, ma le miniere sono spesso controllate da gruppi armati che le usano per finanziarsi. A novembre 2025 la compagnia canadese Barrick Gold ha dovuto negoziare col governo per liberare quattro dipendenti sequestrati e recuperare tre tonnellate di oro confiscate, ottenendo in cambio un’estensione decennale delle licenze estrattive. Le rotte di traffico di cocaina dal Sud America verso l’Europa attraversano il Sahel, e gruppi come IS-Sahel controllano questo commercio insieme ad armi e esseri umani.
Sul piano ambientale, il Mali soffre gli effetti dei cambiamenti climatici. Siccità ricorrenti riducono pascoli e risorse idriche, scatenando conflitti tra pastori nomadi Fulani e agricoltori sedentari per terre e acqua. Questi scontri locali vengono poi strumentalizzati dai jihadisti che si presentano come protettori delle comunità emarginate. Nel 2025 paradossalmente anche inondazioni nel nord hanno aggravato la crisi, distruggendo raccolti e infrastrutture precarie.
Perché nessuna soluzione funziona
La guerra in Mali persiste perché le sue cause non sono mai state affrontate. La marginalizzazione storica del nord non è cambiata: gli accordi di pace vengono firmati sotto pressione internazionale ma mai implementati per mancanza di volontà politica e risorse. La corruzione pervade ogni livello dello stato, e i Tuareg continuano a non vedere riconosciute le loro aspirazioni. né lo sviluppo nelle loro regioni.
I jihadisti prosperano proprio dove lo stato è assente, corrotto o brutale. JNIM offre una narrativa alternativa: giustizia islamica, protezione per i più deboli, vendetta contro oppressori. Recluta tra giovani Fulani che hanno visto le loro famiglie massacrate da milizie Dogon o soldati maliani. Finché l’esercito e i suoi alleati russi continueranno a compiere abusi indiscriminati, il bacino di reclutamento jihadista non si prosciugherà mai.
I colpi di stato hanno peggiorato tutto. La giunta di Goïta ha centralizzato il potere, sospeso libertà democratiche, posticipato elezioni e si è isolata internazionalmente. L’abbandono dell’ECOWAS e la formazione dell’AES con Burkina Faso e Niger ha creato un blocco di stati fragili governati da militari, incapaci di cooperazione efficace contro nemici transnazionali. Le relazioni con l’Algeria sono tese dopo l’abbattimento di un drone maliano ad aprile, con chiusura reciproca degli spazi aerei.
L’influenza russa, poi, è un’arma a doppio taglio. Mosca fornisce armi e supporto politico in chiave anti-occidentale, ma i mercenari dell’Africa Corps hanno mostrato limiti operativi contro la guerriglia jihadista e sono accusati di crimini di guerra. Nel 2025 sono stati documentati 434 morti civili attribuibili a operazioni russe. La Russia guadagna accesso all’oro e all’uranio, consolida la sua influenza geopolitica, ma questo non si traduce in stabilità per il Mali.
Sul piano regionale, il Sahel è diventato l’epicentro del terrorismo globale: secondo dati del 2024, il 51% delle morti per terrorismo nel mondo avviene in questa regione. Gli attacchi sono transfrontalieri, con JNIM e IS-Sahel che operano indifferentemente tra Mali, Burkina Faso e Niger. La risposta frammentata degli stati dell’AES non basta, e l’assenza di forze internazionali lascia un vuoto che i jihadisti riempiono.
Prospettive cupe
Mentre il 2025 volge al termine, le prospettive per il Mali sono fosche. JNIM controlla ormai tra il 60% e il 70% del territorio rurale e ha dimostrato di poter paralizzare la capitale senza nemmeno attaccarla direttamente. Se l’assedio economico continuerà, Bamako potrebbe diventare una città isolata in un paese che non controlla più. Il rischio di collasso completo dello stato maliano non è più uno scenario remoto ma una possibilità concreta.
Le soluzioni esistono sulla carta ma sembrano politicamente impossibili. Servirebbe un dialogo inclusivo che coinvolga tutte le parti – governo, Tuareg, forse persino rappresentanti di comunità che vivono sotto JNIM – per affrontare le radici del conflitto: autonomia reale per il nord, sviluppo economico equo, fine degli abusi contro civili. Sarebbe necessario smantellare le milizie etniche, riformare un esercito accusato di crimini di guerra, costruire istituzioni credibili che offrano giustizia e servizi. Occorrerebbe cooperazione regionale effettiva, non retorica, per affrontare minacce transnazionali.
Ma la giunta di Goïta rifiuta compromessi, considerandoli debolezza. La guerra è presentata come battaglia esistenziale per la sovranità, non come crisi da risolvere politicamente. I Tuareg sono stanchi di promesse non mantenute. I jihadisti non hanno incentivo a negoziare quando stanno vincendo sul terreno. La comunità internazionale è divisa, con la Russia che sostiene il regime e l’Occidente che lo ha abbandonato, mentre nessuno sembra avere né la volontà né la capacità di investire davvero nella stabilizzazione del Sahel.
Nel frattempo, il costo umano continua ad accumularsi. Ogni giorno porta notizie di imboscate, villaggi bruciati, bambini malnutriti, scuole chiuse. Mariam Cissé, la giovane influencer giustiziata da JNIM, è solo uno dei tanti nomi e volti di questa tragedia. La sua morte ricorda che in questa guerra non esistono zone sicure né neutralità possibile: si è con il governo, con i jihadisti, o si è bersagli di entrambi.
La guerra del Mali è diventata uno di quei conflitti “silenziosi” che i media internazionali citano raramente, fagocitati da crisi più visibili altrove. Eppure il Mali rappresenta una delle sfide più complesse e pericolose del nostro tempo: un intreccio di estremismo religioso, tensioni etniche secolari, fallimento statale, interferenze geopolitiche e crisi climatica. È un monito su come conflitti irrisolti possano degenerare, e su come la comunità internazionale spesso preferisca guardare altrove finché non è troppo tardi.
Dopo quasi quattordici anni di guerra, una cosa appare tristemente chiara: senza un cambiamento radicale di approccio, il Mali è destinato a rimanere intrappolato in questa spirale di violenza, con conseguenze devastanti non solo per i suoi cittadini ma per l’intera regione del Sahel e oltre. Perciò, dobbiamo chiederci fino a che punto il paese e i suoi abitanti potranno ancora resistere prima che il tessuto sociale ed economico si dissolva completamente.
Mali War – Wikipedia Una panoramica completa e cronologica del conflitto, con aggiornamenti fino al 2025, inclusi eventi recenti come l’escalation jihadista e gli airstrikes. en.wikipedia.org
Timeline of the Mali War – Wikipedia Una sequenza dettagliata degli eventi chiave dal 2012, con focus su ribellioni tuareg, colpi di stato e operazioni militari fino al settembre 2025. en.wikipedia.org
Mali – Tuareg Rebellion, Islamist Insurgency, Sahel Conflict | Britannica Analisi storica del contesto pre-2012, inclusi il golpe e l’ascesa degli insurgenti, con enfasi sulle dinamiche etniche e regionali. www.britannica.com
The roots of Mali’s conflict | Clingendael Institute Un report approfondito sulle cause (marginalizzazione nord-sud, ribellioni storiche) che precedono il 2012, con implicazioni per la crisi attuale. www.clingendael.org
Mali | International Crisis Group Una serie di rapporti aggiornati sul conflitto dal 2012, con analisi su jihadisti, accordi di pace falliti e instabilità regionale nel 2025. www.crisisgroup.org
Il 13 ottobre 2025, durante una conferenza stampa sulla situazione in Medio Oriente, Gabriele Nunziati ha rivolto alla portavoce della Commissione europea – rappresentante della vice-commissaria per gli Affari Esteri – una domanda precisa: «Avete ripetuto varie volte che la Russia deve pagare i danni di guerra in Ucraina. Perché i soldi per ricostruire Gaza non li mette Israele?».
La portavoce Paula Pinho ha definito la domanda «molto interessante», ma ha dichiarato di non avere una risposta sul momento.
Circa dieci giorni dopo, il 23 ottobre, l’Agenzia Nova ha comunicato a Gabriele Nunziati l’interruzione della collaborazione, motivandola con il fatto che la domanda fosse «tecnicamente sbagliata» e «assolutamente fuori luogo», poiché equiparava due conflitti diversi: la Russia, aggressore «non provocato» di uno Stato sovrano, e Israele, che avrebbe agito per «autodifesa» dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Secondo l’agenzia, le differenze «formali e sostanziali» tra i due casi rendevano la domanda impropria, e la mancata risposta di Pinho ne sarebbe stata la prova.
Gabriele Nunziati ha respinto questa motivazione: se la domanda fosse stata davvero errata, ha osservato, la portavoce – esperta e abituata al contraddittorio – non l’avrebbe definita interessante, ma l’avrebbe corretta subito.
Il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti (CNOG) ha espresso piena solidarietà al collega, affermando che «un giornalista non può essere licenziato per aver posto una domanda», e definendo l’episodio «un grave attacco alla libertà di informazione». Analoga la posizione della Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI), che ha parlato di una «domanda scomoda» ma pienamente legittima.
L’Agenzia Nova ha difeso la decisione, richiamandosi agli «standard professionali» dei collaboratori e alla necessità di distinguere correttamente tra conflitti diversi. La Commissione UE, da parte sua, ha evitato di commentare il licenziamento, ribadendo solo la distinzione giuridica: per l’Ucraina si invoca il principio di riparazione previsto dal diritto internazionale, mentre per Gaza non esiste un quadro simile contro Israele.
In effetti, l’UE ha promosso un tribunale speciale per i danni causati dalla Russia (stimati in centinaia di miliardi di euro), ma non ha adottato misure analoghe contro Israele, benché l’ONU stimi in oltre 50 miliardi di dollari il costo della ricostruzione di Gaza. I critici vedono qui una chiara parzialità geopolitica, mentre i sostenitori della linea europea richiamano le differenze legali fra aggressione e autodifesa.
Ma nel definire i due conflitti tutto dipende dal punto di vista che si assume. Se si guarda con gli occhi dell’Ucraina, la guerra inizia il 24 febbraio 2022, con l’invasione russa. Se invece si adotta la prospettiva russa, il conflitto comincia con l’espansione della NATO a est, il «colpo di Stato» di Euromaidan, la discriminazione delle minoranze russofone del Donbass: l’invasione sarebbe allora una reazione difensiva. Tutti gli aggressori, del resto, si dicono in difesa.
Lo stesso schema si ripete a Gaza. Israele rivendica il diritto alla difesa dopo il 7 ottobre 2023; i palestinesi vedono in quell’attacco la risposta a un assedio ventennale, all’occupazione, alla detenzione di migliaia di prigionieri e a una guerra a bassa intensità che, dal 2008 al 2023, ha ucciso 308 israeliani e 6.407 palestinesi.
Si può anche tentare un terzo punto di vista, quello dell’osservatore esterno, che non si arruola né con gli uni né con gli altri ma cerca una coerenza di principi.
E quei principi, nel diritto internazionale umanitario, sono inderogabili. Non si uccidono civili, non si bombardano scuole, ospedali, abitazioni. Non si affama una popolazione, non si distruggono le infrastrutture vitali, non si infligge una punizione collettiva. Chi lo fa, commette crimini di guerra e ne deve rispondere. Infatti, il primo ministro israeliano, proprio come il presidente russo, è sottoposto a mandato di cattura internazionale da parte della CPI.
Da questo punto di vista, la domanda di Gabriele Nunziati era corretta anche tecnicamente: non chiedeva un’equiparazione politica o morale, ma una coerenza giuridica. Se vale il principio chi distrugge paga per la Russia, perché non per Israele quando viola le stesse norme? La portavoce Pinho l’ha definita «molto interessante» perché non poteva negare la logica del ragionamento – solo rinviare la risposta.
Agenzia Nova non ha confutato il merito giuridico, ma ha scelto un terreno politico-editoriale: ha adottato un frame pro-UE e pro-Israele, punendo chi lo metteva in discussione. La domanda di Nunziati non era sbagliata: era insidiosa. Costringeva a scegliere tra coerenza e geopolitica. E l’agenzia ha scelto la seconda.
Questo episodio interroga la qualità dell’informazione in Italia. È accaduto a un freelance di un’agenzia minore, ma domande come la sua non si sentono da giornalisti dell’Ansa, dei telegiornali, del Corriere della Sera, di Repubblica o La Stampa. Forse perché sono tutti così ben formati da evitare “errori tecnici”. O forse perché appartengono a un sistema in cui i principi geopolitici contano più di quelli del diritto internazionale umanitario — e spesso formazione e allineamento coincidono.
A Torino, una conferenza dello storico Angelo D’Orsi, intitolata “Russofobia, russofilia, verità” e prevista per il 12 novembre 2025 al Polo del ’900, è stata annullata dopo un intervento della vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno (PD).
L’incontro, organizzato dalla sezione torinese dell’ANPPIA (Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti), avrebbe dovuto ospitare D’Orsi come relatore principale, con un collegamento dal Donbass del giornalista Vincenzo Lorusso, autore di De russophobia (libro prefato da Maria Zakharova, portavoce del Ministero degli Esteri russo). Tra gli invitati, anche Paolo Ferrero, ex ministro e dirigente di Rifondazione comunista.
L’evento non aveva patrocini istituzionali ma si svolgeva in uno spazio pubblico, il Polo del ’900, finanziato in gran parte dal Comune di Torino. Un luogo simbolico della memoria antifascista, dove il pluralismo dovrebbe essere garantito.
Le pressioni politiche
La cancellazione è arrivata dopo un post su X del 7 novembre, in cui Picierno ha definito la conferenza “propaganda putiniana” e ha invitato il sindaco Stefano Lo Russo (anch’egli PD) a intervenire per impedirla. Poche ore dopo, l’evento è stato annullato. D’Orsi ha appreso la notizia non dagli organizzatori, ma proprio dal post della vicepresidente del Parlamento europeo, che ha poi esultato ringraziando “chi si è mobilitato a livello locale e nazionale”.
Nessun atto formale del Comune è stato emesso, ma la tempistica suggerisce un’influenza informale: il Polo del ’900 ha ceduto alle pressioni politiche. La sezione torinese dell’ANPPIA è stata poi sconfessata dall’associazione nazionale, che ha preso le distanze dall’iniziativa.
Picierno, in un nuovo post del 9 novembre, ha difeso la propria azione come una “tutela della democrazia dalle minacce ibride russe”, ricordando che il libro di Vincenzo Lorusso è legato a un’agenzia “finanziata dal Cremlino” e che D’Orsi “parla spesso in contesti russi”. Ha sottolineato inoltre che lo storico terrà un’altra conferenza al Polo pochi giorni dopo, “quindi non è censurato”.
La replica di D’Orsi
In un lungo comunicato dell’8 novembre, D’Orsi — professore emerito di Storia del pensiero politico, allievo di Norberto Bobbio e autore di oltre 50 libri su Gramsci, Gobetti e Ginzburg — ha denunciato il caso come “censura preventiva” e “atto indegno di una democrazia matura”. Ha ricordato i suoi 43 anni di docenza e il suo profilo di sinistra indipendente, respingendo ogni accusa di filoputinismo: «Si è deciso di impedire un dibattito, non di confutarlo».
D’Orsi ha chiesto di scusarsi al Polo del ’900, al PD, al sindaco e alla direzione nazionale dell’ANPPIA, che — invece di difendere la libertà di parola — ha preferito isolare la sezione locale. Ha anche invocato un intervento del Ministero dell’Università, ricordando che “quando Emanuele Fiano è stato contestato per le sue posizioni su Israele, il governo si è espresso contro l’intolleranza, non contro la libertà di parola”.
Le reazioni nel dibattito pubblico
La vicenda ha diviso il mondo politico e culturale. Testate come Contropiano, Il Fatto Quotidiano, La Città Futura e Kulturjam parlano di “maccartismo in salsa liberal” o di “cannibalismo a sinistra”: un precedente pericoloso in cui la difesa della democrazia si trasforma in censura. Persino Pier Franco Quaglieni, liberale del Centro Pannunzio, ha offerto a D’Orsi una sede alternativa per tenere la conferenza “nel nome del pluralismo”.
La giornalista Federica D’Alessio (Kritica) ha paragonato il caso D’Orsi a quello di Fiano: “Nel primo, si è reagito con censura preventiva; nel secondo, con dialogo e condanna delle contestazioni. La democrazia funziona solo nella seconda direzione.”
Dal fronte opposto, Picierno ha replicato accusando chi difende l’evento (incluso Marco Travaglio) di “ribaltare la realtà e amplificare disinformazione russa”.
Un caso che tocca nervi scoperti
L’episodio arriva in un clima politico molto polarizzato sul conflitto ucraino. All’interno del PD, l’atlantismo di governo convive con una sinistra ancora critica verso la NATO e verso il ruolo dell’Europa nella guerra. In questo contesto, annullare un evento che prometteva un confronto sul concetto stesso di russofobia appare come un gesto di intolleranza ideologica più che di prudenza istituzionale.
È vero che la presenza di Vincenzo Lorusso — autore legato a circuiti filorussi — poteva sollevare interrogativi legittimi; ma questo non giustifica un divieto preventivo, che finisce per trasformare il dibattito sulla Russia in un tabù.
Come ha scritto Travaglio, “se chi critica la NATO non può parlare in un luogo pubblico, allora siamo già in Russia”.
La linea sottile tra vigilanza e intolleranza
Il caso D’Orsi mostra quanto fragile sia oggi la distinzione tra lotta alla disinformazione e controllo dell’opinione. Picierno invoca la “difesa della democrazia” da manipolazioni russe, ma nel farlo utilizza una logica simile a quella dei regimi che vogliono “proteggere la nazione” dal dissenso.
Cancellare un evento senza contraddittorio non è proteggere la democrazia: è negarne il principio fondamentale, quello del libero confronto. Se l’obiettivo era contrastare eventuali falsità, la soluzione era partecipare al dibattito, non vietarlo.
Il Polo del ’900, nato per custodire la memoria antifascista e la libertà di pensiero, non dovrebbe essere il luogo dove si decide chi può parlare e chi no, ma dove le idee si confrontano apertamente.
Un precedente pericoloso
L’annullamento della conferenza di D’Orsi rischia di diventare un precedente: la normalizzazione della censura “bene intenzionata”, esercitata non da apparati autoritari ma da esponenti democratici convinti di difendere la verità. È la versione aggiornata del maccartismo, traslata nell’Europa liberal del XXI secolo.
Così, paradossalmente, si finisce per rafforzare proprio le narrative che si vorrebbero smentire: quella di un Occidente ipocrita, incapace di tollerare voci dissenzienti.
In democrazia, anche la voce sgradita deve avere diritto di parola. Si può criticare D’Orsi, si può discutere di russofobia e russofilia, si può smontare ogni tesi — ma non si può impedire che venga espressa. Perché la libertà di pensiero, come ricordava Bobbio, “vale soprattutto per chi pensa diversamente da noi”.
Il modo migliore per difendere la democrazia non è silenziare chi sbaglia, ma avere la forza di contraddirlo pubblicamente. La censura, anche quando nasce “per proteggere”, resta un passo verso ciò che si dice di voler combattere.
Il Messaggero ha ospitato un intervento di Andrew Spannaus, analista americano residente in Italia e vicino alle posizioni realiste. Il suo obiettivo è riportare il dibattito sulla Russia dentro coordinate più caute, dopo l’incidente dei droni russi sconfinati in Polonia e le reazioni europee. La tesi è semplice: Mosca non ha interesse a provocare un rafforzamento militare della Nato in Europa orientale, dunque va ridimensionata l’idea della volontà di un futuro attacco russo contro l’Europa.
Spannaus invita a mettere in discussione due assunti che, a suo avviso, drammatizzano l’analisi europea. Il primo riguarda la lettura automatica di ogni azione russa come prova di una strategia aggressiva contro la NATO, per saggiarne le difese o per volerla attaccare in un prossimo futuro. La Russia, sostiene, vuole l’Ucraina ma fatica a controllarne più del 20%: lotta per qualche distretto in più, non per un’escalation oltre i confini ucraini. Inoltre, chiede da anni l’arretramento delle truppe atlantiche dall’Europa orientale: a che scopo, allora, provocare il loro rafforzamento?
Il secondo assunto è quello della guerra ibrida permanente. Qui Spannaus richiama la “dottrina Gerasimov”, nata in realtà da un equivoco dell’analista britannico Mark Galeotti, che coniò l’espressione quasi per scherzo e poi la smentì. Nel suo articolo del 2013, il generale russo non teorizzava alcuna dottrina d’attacco, ma rifletteva su come difendersi dalle interferenze occidentali, comprese le “rivoluzioni colorate”.
La conclusione dell’analista è che gli incidenti di confine, come quello dei droni in Polonia, vadano gestiti con freddezza e razionalità: difendere con fermezza gli alleati NATO sì, ma senza alzare i toni né offrire pretesti per abbandonare la via diplomatica, che resta ancora percorribile. Un richiamo alla prudenza che rievoca le lezioni della Guerra fredda, quando la consapevolezza della “distruzione mutua assicurata” frenò più volte l’escalation.
Queste considerazioni hanno il loro valore. Spannaus ricorda che distinguere tra percezione e realtà è fondamentale per evitare automatismi bellici. E nello smontare la “dottrina Gerasimov” libera il dibattito da un mito persistente. La comparazione con la Guerra fredda, inoltre, sottolinea l’importanza della razionalità nella gestione della deterrenza.
Tuttavia, i limiti sono evidenti. L’analisi riduce la strategia russa a una somma di rivendicazioni territoriali e di resistenze all’allargamento NATO, senza considerare la dimensione ideologica ed espansionista del progetto neo-imperiale di Putin. Nei discorsi dal 2021 in poi, Mosca ha rivendicato la “Novorossija”, delegittimando l’esistenza stessa dell’Ucraina come Stato sovrano.
Anche sul piano della guerra ibrida, la sua lettura rischia di essere riduttiva. Che la “dottrina Gerasimov” sia un mito non significa che la Russia non pratichi tecniche ibride: disinformazione, cyberattacchi, sabotaggi, finanziamenti a partiti anti-UE, impiego di milizie mercenarie in Africa. Negare questa dimensione significa lasciare scoperto un campo dove Mosca ha investito risorse e capacità.
L’argomento secondo cui Putin non avrebbe interesse a provocare la NATO poggia su una logica razionale, ma presuppone che il Cremlino operi sempre secondo un immediato calcolo costi-benefici. L’invasione del 2022 in Ucraina puntando dritto su Kiev, come pure il sostegno ad Assad in Siria, dimostra invece che Putin è pronto a scelte rischiose e costose, persino autolesioniste, quando sono in gioco obiettivi politici o simbolici. La Russia non è sempre guidata dal pragmatismo, e questo va messo in conto.
C’è poi un altro aspetto che l’articolo non considera: la fragilità della NATO oggi. L’Alleanza non è più quella compatta del secolo scorso e neppure solo quella della precedente amministrazione Biden. L’appoggio americano all’Europa ormai non è scontato, e il 47° presidente degli Usa appare più incline a trattare Putin come un partner d’affari che come un nemico strategico. Parlare di deterrenza senza tener conto di questa variabile significa restare ancorati a uno schema passato.
Infine, la prospettiva di Spannaus è centrata interamente su Mosca: non discute come i Paesi confinanti percepiscano la minaccia russa come esistenziale e reclamino garanzie più forti dall’Alleanza. Un elemento cruciale, perché l’unità europea si gioca proprio sulla capacità di rispondere a quelle paure.
In sintesi, l’articolo di Spannaus è utile come antidoto all’allarmismo, ma rischia di sottovalutare la natura profonda e multidimensionale della minaccia russa, anche nelle sue stesse motivazioni difensive. Nelle politiche di potenza, spinte difensive ed espansioniste tendono a confondersi — basti pensare alle guerre israeliane in Medio Oriente. L’Europa ha sì bisogno di prudenza e di diplomazia, ma anche di una visione chiara della posta in gioco, che non si esaurisce in qualche distretto ucraino in più.
Sotto l’aspetto tecnico-militare, secondo l’analisi del colonnello Orio Giorgio Stirpe, l’azione russa in Polonia è stata uno sconfinamento con droni disarmati e di bassa potenza, del tipo usato negli attacchi di saturazione. L’obiettivo era sondare le difese NATO e intensificare la guerra ibrida, mirata all’opinione pubblica occidentale, proprio mentre l’Alleanza appare meno coesa a causa di Trump.
Sul piano politico-militare, il colonnello Orio Giorgio Stirpe evidenzia invece l’automaticità della risposta NATO: cuore della dottrina dell’Alleanza e cardine della difesa europea. La guerra ibrida del Cremlino mira a insinuare il dubbio che, in caso di attacco a un membro “minore”, gli altri Paesi inizierebbero a discutere su come reagire, per poi tirarsi indietro.
Un’idea infondata: l’ineluttabilità della risposta militare nasce dalle procedure prefissate del Comando NATO, che prevedono reazioni automatiche a minacce definite. Se i russi sconfinano, le forze NATO li affrontano. E infatti la risposta c’è stata, persino sproporzionata, con F-35 olandesi e un G-550 italiano, anche se solo quattro droni su quattordici sono stati abbattuti.
Ma, si può obiettare, l’automaticità va distinta su due livelli.
Militare tattico: sì, esiste, per evitare esitazioni in caso di attacco improvviso
Politico-strategico: no, non esiste. L’Articolo 5 obbliga a considerare un attacco a uno come a tutti, ma lascia libertà su come reagire: anche senza usare la forza militare.
La propaganda russa punta soprattutto a far dubitare di quest’ultimo livello: la volontà politica. Perché se la Russia muovesse guerra alla Polonia o a un altro Paese dell’ex area sovietica, gli Stati Uniti di Trump e le principali potenze europee entrerebbero davvero in guerra contro Mosca? La deterrenza della NATO dipende interamente dalla credibilità di questa risposta.
Smettere di parlare con la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina non mi è mai parsa una buona idea. Perché mettere fine alla guerra in atto e scongiurare una guerra più grande implica parlarsi e continuare a farlo anche quando sembra inutile.
Prendiamo Hamas. Un gruppo da noi considerato terrorista, fondamentalista, fanatico, intriso di odio e volontà distruttive e autodistruttive. Ebbene, questo gruppo è sempre in trattative con Israele. Nonostante Gaza sia sotto assedio, sotto occupazione, bombardata e affamata, distrutta in tutte le sue infrastrutture. Nonostante le uccisioni dei leader e dei negoziatori del gruppo, Hamas continua a trattare, anche quando la trattativa pare essere solo una copertura, anche dopo che Israele viola le tregue.
Se lo fa Hamas con Israele, perché non può farlo l’Ucraina con la Russia? E l’Europa e gli Usa insieme con l’Ucraina? Qui, mi riferisco agli Usa di Biden, perché gli Usa di Trump non so bene da che parte stiano.
Quando il tycoon fu rieletto alla Casa bianca – un evento catastrofico – almeno sotto questo aspetto mi parve buono. Gli Usa sarebbero tornati a parlare con la Russia. Così forse la guerra in Ucraina sarebbe finita. Invece, con Trump di nuovo presidente, la guerra in Ucraina è diventata soltanto più cruenta. Il punto è che Trump e Putin non sono due nemici che fanno la pace. Sembrano piuttosto due amici che fanno affari, spesso sulla pelle degli altri.
Quindi, il quadro è diventato ancora più sfavorevole. Ma penso lo stesso che l’Europa e l’Ucraina dovrebbero maturare una vocazione diplomatica e non limitarsi a predicare e praticare una resistenza che non si capisce quali esiti possa avere, se non una guerra continentale con la Russia.
Ciò detto, la pratica del dialogo deve tener conto dei principi giuridici. Perché una condizione della pace e della convivenza nel mondo è l’esistenza di un diritto internazionale. Che oggi sembra non valere più nulla. Perciò bisogna valorizzarlo.
La non adesione dell’Ucraina alla Nato è una cosa che si può concedere. L’acquisizione di territori con la forza invece no. Canali diplomatici formali ed informali si possono attivare e mantenere, anche con la mediazione di paesi terzi. Legittimare un leader ricercato internazionale dalla CPI per crimini di guerra, invece non lo si può fare. E non importa che non sia isolato nel resto del mondo, fuori dall’Europa.
Il resto del mondo non ci crede e non ci dà retta, perché non siamo coerenti. Anche questo va corretto, per una efficace diplomazia del vecchio continente. L’Europa dovrebbe avere lo stesso linguaggio e la stessa intraprendenza quando parla di Ucraina e quando parla di Gaza.
Qualcuno, ad esempio Pierluigi Battista, ha mostrato le foto aeree di Mariupol distrutta nel 2022. Come a dire: voi che oggi denunciate la distruzione di Gaza, avete ignorato altre catastrofi simili. Fate due pesi e due misure.
Ma in questo modo, il giornalista finisce per paragonare – forse senza rendersene conto – i distruttori di Gaza ai distruttori di Mariupol. E se davvero volesse evitare il vizio del doppio standard, dovrebbe condannare entrambi. Invece no: è solidale con l’Ucraina, ma anche con Israele. Dunque, siamo di fronte al classico caso del bue che dà del cornuto all’asino.
È vero, alcuni osservatori adottano doppi standard. Ma non tutti. Per molti altri la differenza non sta nell’intensità della distruzione, ma nel contesto politico e morale. Nel caso dell’Ucraina, è chiaro chi è l’aggressore e chi è l’aggredito. Ed è proprio per questo che i nostri governi – italiani, europei, americani – sanzionano la Russia e sostengono l’Ucraina anche con le armi. Che altro dovremmo chiedere loro?
Al contrario, nel caso di Gaza assistiamo a una distruzione sistematica e a una crisi umanitaria deliberatamente provocata, ma i ruoli sono capovolti: l’aggressore, Israele, non solo non è sanzionato, ma viene attivamente sostenuto da USA e UE, con armi, denaro e copertura diplomatica. E i palestinesi – vittime di un’occupazione, di un assedio, di un massacro e ora anche della fame – vengono lasciati soli.
Per questo, se nel caso ucraino i governi fanno – almeno in parte – quel che devono, su Gaza sono assenti o complici. E allora tocca a noi: all’opinione pubblica, alla società civile, ai giornalisti liberi, svolgere un ruolo di supplenza politica e morale.