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  • Rifondazione Comunista trentacinque anni dopo

    Rifondazione Comunista trentacinque anni dopo
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    L’elezione di Manuel Minervini, comunista di 36 anni, a sindaco di Molfetta, con la lista del PRC, la più votata del campo largo, le discussioni che ne sono seguite, mi ha riportato alla mente la vicenda del suo partito, a cui sono stato legato per lungo tempo e che forse rimane, affettivamente, ancora il mio partito.

    Sono stato iscritto a Rifondazione Comunista dal 1991, anno della sua fondazione, al 2009, l’anno della Federazione della Sinistra (Prc-Pdci). Smisi di tesserarmi, non perché consumai una rottura, ma per esaurimento. Non fu neanche una decisione: saltai una riunione, poi un’altra, mi scordai di rinnovare la tessera e piano piano mi allontanai, come una barchetta alla deriva. Ero sempre comunista, e lo sono ancora, ma non avevo più il senso dell’identità. Non c’era più un partito con cui identificarmi (anzi, ce n’erano ormai troppi, tanti piccoli partiti comunisti) e meno che mai uno stato: l’Urss era caduta nel 1991, senza che poi sembrasse né realistico, né bello restaurarla. Ma ricordo il dolore, la notte del 25 dicembre 1991, nel vedere la bandiera rossa ammainarsi per sempre dal Cremlino.

    Nel 2009, 2010, non ero più uomo di partito, né seguace di una ideologia, il comunismo lo mantenevo come un ideale, un orizzonte etico. I social appena nati mi aiutarono con l’effetto specchio. Osservavo i profili che postavano foto e messaggi celebrativi di altri movimenti: il PSI di Craxi, il PRI di La Malfa e Spadolini, la Democrazia Cristiana di De Gasperi, Fanfani e Moro, il Partito Radicale di Pannella. Non volevo essere l’equivalente comunista di questi qui. C’era un contrasto stridente e grottesco tra la statura grande che veniva ricordata e la statura piccola che lo ricordava, pur innalzandosi sui tacchi della nostalgia. Quali che fossero, bisognava riappropriarsi delle proprie reali dimensioni. Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer. La genealogia era finita. Proclamarsi eredi, continuatori, addirittura rifondatori, era da presuntuosi o da impostori.

    La Rifondazione alludeva non solo alla rifondazione di un grande partito comunista di massa, ipotesi già molto improbabile, ma persino alla rifondazione del pensiero, la cultura, la teoria comunista. Un’impresa che avrebbe richiesto l’opera di nuovi giganti dello spessore di Marx, Engels, Lenin, Gramsci e di condizioni storiche paragonabili a quelle che li avevano prodotti. Noi eravamo guidati da bravi dirigenti un po’ in là con gli anni: Cossutta, Garavini, Libertini, Salvato, Serri, poi Magri, Castellina e Bertinotti. Superiori a molti leader di oggi, ma inferiori a quell’impresa. Per tacere del personale politico a livello locale. Parlo di Torino. I più bravi avevano meno potere, tipo Ferrero, Turigliatto, Papandrea o Artesio, Sestero, Montalto. Avevamo come segretario Marco Rizzo, oggi aspirante leader rosso-bruno. Un tale gli ha scritto: i compagni che lottavano con te trent’anni fa, ora si vergognano. Io mi vergognavo già trent’anni fa.

    Rifondazione era una scelta di cuore, la testa si adattava. Poi non c’erano belle alternative. Il Partito democratico della sinistra (PDS) era blairiano. I verdi e la Rete erano piccoli movimenti di collocazione incerta, i verdi erano pure divisi in due. Però, avremmo potuto rappresentarci per quel che eravamo: un partito di resistenza comunista, in difesa degli interessi di una classe operaia in declino, che non aveva più il senso di nessuna missione storica e dei nuovi lavoratori precari la cui organizzazione era tutta da inventare. Ricordo, a scapito del PRC, alcuni punti deboli strutturali: l’organizzazione del partito, la collocazione nel sistema politico, la rappresentanza sociale, la cultura politica e il rapporto con il passato.

    Il PCI era una struttura centralizzata governata con il centralismo democratico. La linea politica era una sintesi o una decisione a larga maggioranza, le minoranze dovevano adeguarsi e non potevano organizzarsi in correnti. Il PRC era un assemblaggio di correnti. Voleva essere come il PCI togliattiano, ma in realtà era come il PSI pre-craxiano. Il centralismo democratico veniva fatto calzare a un frazionismo esasperato, come la scarpetta di Cenerentola alle sorellastre. Risultato: un susseguirsi di spaccature e scissioni.

    Quando il PRC nacque nel 1991, c’era ancora la cosiddetta “prima repubblica” con il sistema elettorale proporzionale, poi abolito nel 1993 dal referendum Segni. Dal 1994, il sistema elettorale diventa maggioritario e per il PRC inizia l’eterno dilemma, che segnerà ogni congresso: ci collochiamo dentro o fuori l’alleanza di centrosinistra? Il dilemma era terribile, perché ci costringeva a scegliere tra il compiere l’atto dovuto di sostenere la sinistra moderata e il fare il gioco della destra, andando da soli.

    Rifondazione raggiunse il suo massimo storico nel 1996 con l’8,6%, eppure era collocata all’estrema sinistra parlamentare, non poteva pensare come il PSI di Craxi, secondo cui con il 10% si possono fare grandi cose, perché non poteva essere l’ago della bilancia: se rompeva un’alleanza, non poteva farne un’altra, poteva solo rimanere emarginata. Credo sia questo uno dei motivi, per cui parte dell’elettorato comunista si rivolse al M5S negli anni 2010. Per scambiare l’ideologia con la libertà di manovra.

    La storia andò così. Governo Dini (1995), PRC fuori. Governo Prodi 1996-1998, PRC dentro con la formula della desistenza. Governi D’Alema e Amato 1998-2001, PRC fuori. Governi Berlusconi 2001-2006, sinistre divise all’opposizione. Governo Prodi 2006-2008, Prc dentro organicamente. Governi successivi, PRC fuori dal parlamento. Il PRC non decise mai stabilmente la propria collocazione parlamentare, dentro o fuori il centrosinistra. Oscillò all’interno della stessa legislatura e di legislatura in legislatura. Finché furono gli elettori a decidere di metterlo fuori dal parlamento, perché la linea oscillante finiva per rendere il partito irrilevante sia dentro che fuori. Peraltro, ogni oscillazione si presentava come un salto logico. Se prima eravamo fuori, perché adesso siamo dentro? E viceversa.

    Intorno al dentro/fuori si articolava la dialettica interna e la selezione del gruppo dirigente. Stare fuori dalla maggioranza Dini (1995) ha significato fare fuori Garavini e Magri e tutto il gruppo ex PdUP. Rompere con Prodi nel 1998 ha significato fare fuori Cossutta. Stare dentro nel 2006, ha significato fare fuori la componente di Maitan e Turigliatto. La scelta di stare dentro o fuori s’intrecciava con la contesa sul controllo del partito. Il PRC è sembrato stabilizzarsi quando non c’era più nessuno da far fuori, ma a quel punto è stato fatto fuori. Il dentro/fuori corrispondeva a una posizione esterna/interna. Ma non ha mai corrisposto a una strategia.

    Rifondazione, senza una forza elettorale sufficiente, e senza una linea stabile finalizzata, non riusciva a rappresentare la sua base sociale, nel senso in cui riusciva a rappresentarla il PCI. Ossia tutelandone concretamente le condizioni materiali di vita. Di conseguenza, il PRC cercò di rimediare al difetto di rappresentanza con la rappresentazione. L’isolamento veniva esibito come virtù: siamo gli unici contro la Finanziaria. La partecipazione diventava telespettatrice davanti a un formidabile Bertinotti nei Talk-Show. Molto bravo ad attrarre un certo elettorato di opinione, che però non poteva fare massa critica ed era volatile. La collocazione nella maggioranza o nel governo del centrosinistra enfatizzava tagli evitati, conquiste modeste o solo promesse, con l’effetto frequente di neutralizzarle, perché la stampa di destra (e non solo) rappresentava il centrosinistra succube dei comunisti. Rimase celebre, nel secondo governo Prodi lo slogan: “Anche i ricchi piangono”.

    Nel PRC, come succede in molti movimenti politici, si voleva superare il vecchio, senza avere grandi idee nuove. Inevitabilmente, il vecchio ci riacciuffava. Ricordo, la commissione internazionale del PRC torinese come una tarda simulazione del confronto tra stalinisti e trockjsti. Mi è stata appena ricordata, la messa in discussione dello stalinismo da parte di Bertinotti, dopo i fatti di Genova nel 2001. A me parve una cosa sorprendentemente anacronistica, neanche fossimo nel 1956. Eppure, veniva condotta seriamente. Bertinotti disse parole molto nette contro lo stalinismo: degenerazione, antitesi, controrivoluzione, incompatibile con il comunismo. Voleva eliminare la residua presenza neostalinista nel partito e aprire al movimento noglobal, alla cultura e alla pratica della non-violenza.

    Però, la messa in discussione, fatta in quel modo, portata al livello iconoclastico, diventava rimozione, tabula rasa di tutta la storia, perché Stalin e lo stalinismo non sono stati un’appendice, sono stati la più importante espressione e leadership del comunismo novecentesco all’apice della sua storia tragica e gloriosa. Puoi rielaborarlo e superarlo, solo se ti spieghi cosa nel comunismo, proprio nel comunismo originario, lo ha reso possibile. Perché il comunismo, nella sua parte migliore e più vera, non ha generato gli anticorpi sufficienti. Bertinotti, come Stalin, in modi civili e non feroci, per affermarsi come il leader ha dovuto far fuori tutto il gruppo dirigente originario. Epurare il partito come condizione per poter fare la cosa giusta. Questa dinamica si è ripetuta, nonostante l’afflato antistalinista. La rigenerazione, per attuarsi, invece della dichiarazione di incompatibilità, ha bisogno di riconoscere la compatibilità, studiarla, analizzarla e elaborarla.

    Ma non voglio dire solo brutte cose di Rifondazione. Non la rinnego. Anche se con la testa di oggi e il senno di poi, forse farei altre scelte o nessuna scelta. Ero in dubbio allora, sono in dubbio ora. Ricordo però che tra gli anni ‘90 e 2000, Rifondazione fu l’ossatura organizzativa dei movimenti radicali di quegli anni. Fu l’anima del movimento pacifista contro la guerra del Kosovo. Portò Ocalan in Italia, il leader del PKK, nel tentativo di fargli avere l’asilo politico. Fu la spina dorsale del social forum a Genova 2001 contro il G8. Dove io potei marciare relativamente sicuro, perché ero protetto dallo spezzone di Rifondazione Comunista. La presenza di Fausto Bertinotti e del PRC a Genova, in particolare il 21 luglio, permise la tenuta di una manifestazione di 700 mila persone e arginò un massacro che poteva essere molto più grande di quello che è stato.

    Perciò, si, mi fa piacere leggere dell’elezione a Molfetta, città di 57 mila abitanti, di un giovane sindaco comunista di 36 anni, che non era ancora nato quando nacque il PRC. Ha vinto dentro il campo largo, affermandosi come prima lista della coalizione. Molfetta non era un luogo che faceva pensare a una vittoria comunista, la lista avversaria più votata al primo turno era quella di Pietro Mastropasqua, che aveva già corso nel 2022. Può significare qualcosa oltre l’eccezionale dato locale? Magari potrà smentire qualcosa di ciò che ho scritto. O forse mostrare che, anche quando non riusciamo a tramandare le nostre cose, prima o dopo arriva qualcuno, venuto al mondo dopo la perdita, che riesce a ritrovarle.