
Un senso di cinismo e tradimento pervade il giudizio sull’atteggiamento occidentale, in particolare americano, nei confronti del popolo iraniano. Nella prima metà di gennaio, mentre la protesta nazionale si diffondeva in tutte le province dell’Iran con imponenti manifestazioni di massa, il presidente USA Donald Trump pubblicava una serie di post sul Truth Social. Per minacciare il regime degli Ayatollah e dei Pasdaran: se avessero sparato contro i manifestanti, gli USA sarebbero intervenuti in loro soccorso. E per incoraggiare il movimento a conquistare le istituzioni, perché gli aiuti stavano per arrivare. I manifestanti che speravano in un intervento militare e quelli che volevano solo un aiuto logistico-tecnologico devono averci creduto. Perché dopo l’attacco al Venezuela e il rapimento del suo dittatore, Nicolas Maduro, si è diffusa nel mondo l’idea che Trump fa quello che dice e va preso sul serio.
Eppure, qualche motivo per dubitare c’era. Quando i giornalisti hanno incalzato Trump, obiettando ai suoi annunci che le uccisioni in Iran erano già in atto, il presidente ha minimizzato, attribuendo le morti alla calca dei manifestanti. E quando la risposta stragista del regime è diventata evidente, nonostante e in forza del blackout di Internet, Trump ha spostato l’obiettivo della minaccia, vincolando l’intervento all’esecuzione delle impiccagioni dei manifestanti arrestati. Per poi fare marcia indietro quando fonti molto importanti, non meglio precisate, gli avrebbero assicurato la sospensione delle esecuzioni. Trump ha ringraziato le autorità iraniane e si è vantato di aver salvato delle vite con la sola minaccia di intervenire.
I motivi per cui Trump ha rinunciato a intervenire appartengono al campo delle ipotesi. Può essere che sia stato convinto dalla contrarietà di Arabia Saudita, Qatar, Turchia, Russia. E persino di Israele, che avrebbe fatto un patto di non aggressione con l’Iran. Oppure, che non abbia trovato il modo di garantirsi una guerra lampo, un colpo ad effetto, qualcosa che equivalesse al sequestro di Maduro, come poteva essere l’uccisione di Alì Khamenei. Oppure, ancora, che le autorità iraniane abbiano promesso a Trump, oltre la sospensione delle impiccagioni, qualcosa di veramente interessante per lui, relativamente ai negoziati sul nucleare, la gestione dei giacimenti di gas e di petrolio. Abbiamo appena visto, proprio nel caso del Venezuela, che Trump usa la forza, non per cambiare i regimi, ma per addomesticarli, in modo che corrispondano ai suoi interessi.
In questo piano, però, le opposizioni, le popolazioni in rivolta, funzionano come carne da macello. E non si tratta solo di un tragico episodio isolato, ma di una strategia consolidata. Il popolo iraniano è sceso in piazza, non perché sobillato, sebbene sia stato molto irresponsabilmente incoraggiato, ma per cause interne: la valuta ridotta a carta straccia, i prezzi proibitivi, l’acqua salmastra che esce dai rubinetti, i soldi buttati nelle perdenti imprese militari, la corruzione del regime. Cause interne, tuttavia, provocate anche dalle sanzioni occidentali.
In particolare le sanzioni americane, decise proprio durante il primo mandato di Donald Trump, all’insegna della massima pressione. A cui ora si aggiungono i dazi del 25% contro tutti i paesi che commerciano con l’Iran. Scopo delle sanzioni è impoverire e destabilizzare lo stato, provocare un grave malcontento popolare, affinché il popolo stesso assuma l’iniziativa di ribellarsi e rovesciare il regime. Ma quando la rivolta finalmente esplode, l’America sanzionatrice cosa fa? Scrive post roboanti su Truth Social.