
In teoria, la Polizia di Stato e l’Arma dei Carabinieri agiscono come garanti neutrali dell’ordine pubblico. In pratica, dipendono gerarchicamente dal Ministero dell’Interno. Questo legame non è tecnico ma politico. Nella gestione della piazza, la polizia decide i percorsi, i tempi, i confini della manifestazione. Decide dove un corteo può passare e dove deve fermarsi. Decide, in ultima istanza, chi occupa lo spazio pubblico e a quali condizioni.
Le tecniche di contenimento mostrano questa asimmetria di potere. L’uso di lacrimogeni e le cariche in spazi angusti non distinguono tra chi cerca lo scontro e chi manifesta pacificamente. Trasforma una folla eterogenea e pacifica in una massa in preda al panico. Produce caos e rende lo scontro più probabile. In questo modo, l’intervento della polizia non si limita a reagire agli eventi: spesso li genera o li aggrava.
I grandi movimenti politici del Novecento avevano chiaro questo problema. Sindacati e partiti di massa non delegavano la sicurezza alla polizia. La gestivano internamente. Il servizio d’ordine non serviva a contrapporsi alle forze dell’ordine, ma a proteggere la manifestazione. Creava un cordone tra la massa pacifica e le frange violente o i provocatori. Isolava chi cercava lo scontro. Così rendeva evidente che un’eventuale carica non rispondeva a una necessità di difesa, ma a una scelta politica.
Ormai da molti anni, le manifestazioni come quella del 31 gennaio a Torino mostrano cosa accade quando questa funzione viene meno. La presenza di sigle molto diverse, senza un coordinamento solido, impedisce una gestione condivisa della piazza. La fase più critica diventa quella dello scioglimento. Quando la struttura del corteo si dissolve, i gruppi più mobili e aggressivi trovano spazio. La massa pacifica si disperde senza protezione, le vie del corteo rimangono esposte sia ai vandalismi sia alla risposta indiscriminata delle forze dell’ordine.
Una manifestazione che vuole raggiungere i suoi obiettivi deve autotutelarsi. Servono una comunicazione chiara, prima e durante il corteo; cordoni di protezione che difendano i partecipanti pacifici; una documentazione indipendente.
Gli organizzatori possono:
- dichiarare pubblicamente che ogni atto di violenza o vandalismo è estraneo agli obiettivi della mobilitazione;
- utilizzare i militanti più esperti per presidiare i fianchi e la coda del corteo, segnalare o isolare chi adotta comportamenti incompatibili con la manifestazione;
- predisporre team incaricati di filmare l’operato della polizia e dei gruppi violenti, per contrastare le ricostruzioni mediatiche e tutelarsi sul piano politico e legale.
La gestione della piazza è un atto politico. Rinunciarvi significa cedere il controllo dell’ordine pubblico a chi ha interesse a delegittimare la protesta. In certi contesti, lasciare il monopolio della gestione al Ministero dell’Interno equivale ad accettare le regole del gioco di chi trae vantaggio dal fallimento della manifestazione.