
Al cuore di ogni azione politica ed etica vi è un principio semplice ma decisivo: la coerenza tra mezzi e fini. Non si costruisce la pace con la guerra, né si afferma la giustizia attraverso l’ingiustizia. Se chi si dice pacifista adotta un linguaggio bellicoso, appare incoerente; se un guerrafondaio parla con calma e misura, può sembrare la parte ragionevole, costretta all’estrema ratio. L’integrità di un messaggio dipende anche dai metodi di chi lo incarna.
La contrapposizione frontale e l’atteggiamento offensivo hanno una funzione precisa: consolidare il fronte interno, dare identità e soddisfare l’ego collettivo. Ma non servono a convincere gli avversari, né ad attrarre gli indecisi, che ne restano contrariati o distanti. È una strategia di coesione, non di espansione. La propaganda bellica dell’altro ci appare assurda proprio perché non è rivolta a noi, ma al suo stesso campo.
La contrapposizione può essere efficace quando si è più forti, o quando il conflitto può essere risolto con una spallata. Ma quando si è la parte più debole, e la trasformazione richiede tempo, la strategia deve basarsi sulla pazienza, sulla resilienza e sulla crescita. Il tempo diventa un’arma: mentre il forte deve sostenere il costo del conflitto, il debole può logorarlo, modificando lentamente i rapporti di forza.
Per i movimenti fondati sulla solidarietà, la qualità essenziale è l’empatia. Ma anche questa deve essere misurata. Le vittime di un’oppressione hanno buone ragioni per odiare; chi solidarizza con loro, no. Un’immedesimazione totale può compromettere la lucidità di chi vuole essere utile. Il compito del solidale non è specchiare l’odio, ma offrire una prospettiva costruttiva: amare gli oppressi senza odiare gli oppressori, per contribuire alla giusta soluzione del conflitto e alla successiva convivenza.
Agire coerentemente significa questo: combattere per un mondo nuovo con mezzi che già lo anticipano. Perché il fine è racchiuso nel cammino che si intraprende.