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  • La guerra del Mali

    La guerra del Mali

    Abbiamo più paura dei russi o degli jihadisti? C’è una guerra che sembra metterci di fronte a questa alternativa, la guerra in Mali. Una delle crisi più gravi dell’Africa contemporanea.

    Le radici del conflitto

    Il conflitto ha le sue radici nelle contraddizioni irrisolte dall’indipendenza dalla Francia nel 1960. Il paese è uno stato artificiale che racchiude realtà diverse: a sud, lungo le fertili valli del fiume Niger, vivono popolazioni sedentarie come i Bambara e i Dogon che hanno sempre controllato il potere politico ed economico. A nord si estende l’Azawad, un immenso deserto popolato dai Tuareg, pastori nomadi berberi che per decenni si sono sentiti cittadini di serie B nel proprio paese.

    Questa marginalizzazione sistematica del nord – mancanza di scuole, ospedali, strade, rappresentanza politica – ha generato quattro ribellioni tuareg. Ogni volta, accordi di pace venivano firmati e poi violati per corruzione e indifferenza del governo centrale. Nel 2011, quando il regime di Gheddafi in Libia è crollato, migliaia di combattenti tuareg che militavano nella sua guardia pretoriana sono tornati in Mali portando con sé arsenali di armi pesanti. Avevano accumulato abbastanza frustrazioni e competenze militari per tentare ancora una volta di strappare l’autonomia per l’Azawad.

    Il 17 gennaio 2012 il Mouvement National pour la Libération de l’Azawad (MNLA) ha attaccato una base militare a Ménaka, dando inizio all’attuale guerra civile. In pochi mesi i ribelli tuareg, alleati con gruppi jihadisti come Ansar Dine e al-Qaeda nel Maghreb Islamico, hanno conquistato le città storiche del nord: Kidal, Gao, Timbuctù. L’8 aprile 2012 hanno persino proclamato l’indipendenza dell’Azawad, uno stato che nessuno ha riconosciuto.

    La crisi si è aggravata quando l’esercito maliano, umiliato dalle sconfitte, ha rovesciato il presidente con un golpe il 22 marzo 2012. Il capitano Amadou Sanogo accusava il governo di incapacità nel fronteggiare i ribelli. Questo colpo di stato ha gettato il paese nel caos proprio mentre i jihadisti consolidavano il controllo del nord, imponendo una versione brutale della sharia e trasformando una ribellione etnica in una minaccia terroristica regionale.

    L’esplosione jihadista e l’intervento straniero

    Quello che i Tuareg non avevano previsto era che i loro alleati jihadisti li avrebbero traditi. Entro la fine del 2012, gruppi come Ansar Dine, guidata dal tuareg Iyad Ag Ghali convertito all’islamismo radicale, e la galassia di al-Qaeda avevano espulso il MNLA secolare e instaurato un regime teocratico nel nord. Quando nel gennaio 2013 le colonne jihadiste hanno iniziato a marciare verso sud minacciando Bamako, la Francia è intervenuta con l’Operazione Serval, dispiegando 4.500 soldati che in poche settimane hanno riconquistato le città del nord.

    Da quel momento, per quasi un decennio, la presenza internazionale – 5.000 soldati francesi dell’Operazione Barkhane, 15.000 caschi blu della missione ONU MINUSMA, forze del G5 Sahel – ha tenuto in piedi un fragile equilibrio. Nel 2015, è stato firmato ad Algeri l’accordo per la pace e la riconciliazione del Mali tra governo e ribelli tuareg, che prometteva autonomia e sviluppo per il nord, ma come i precedenti non è mai stato attuato.

    Intanto i gruppi jihadisti si sono evoluti e rafforzati. Nel 2017 è nato JNIM (Jama’at Nusrat al-Islam wa al-Muslimin), una coalizione che unisce diverse katibe affiliate ad al-Qaeda sotto la leadership di Iyad Ag Ghali. JNIM ha cambiato strategia: invece di controllare le città, si è infiltrato nelle campagne, sfruttando conflitti locali tra pastori Fulani e agricoltori Dogon, offrendo “giustizia” islamica dove lo stato era assente o predatorio. In parallelo, lo Stato Islamico ha imposto la sua provincia saheliana, IS-Sahel, nel modo più brutale e indiscriminato negli attacchi ai civili.

    La svolta è arrivata tra il 2020 e il 2021 con due nuovi golpe militari che hanno portato al potere il colonnello Assimi Goïta. La giunta ha accusato Francia e partner internazionali di fallimento nella lotta al terrorismo e di interferenza negli affari interni. Nel 2022 ha espulso l’ambasciatore francese, costretto al ritiro le forze di Barkhane e poi nel 2023 cacciato anche i caschi blu ONU. Al posto dei francesi sono arrivati mercenari russi: prima il gruppo Wagner, poi ribattezzato Africa Corps dopo la morte di Prigozhin, con circa 1.000-2.000 uomini che hanno portato elicotteri d’attacco e istruttori militari.

    Il regime militare e l’alleanza con i russi

    Il governo di Goïta si è autoproclamato garante della sovranità nazionale contro il “neo-colonialismo” occidentale. Ha sospeso la costituzione, posticipato ripetutamente le elezioni e nel luglio 2025 si è nominato presidente per un mandato a tempo indefinito. Insieme a Burkina Faso e Niger, anch’essi guidati da giunte militari nate da golpe, ha formato l’Alleanza degli Stati del Sahel (AES) e nel gennaio 2025 ha abbandonato la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS), isolandosi ulteriormente dalla regione.

    L’alleanza con la Russia ha portato armi e supporto politico, ma anche un pesante costo umanitario. I mercenari russi e l’esercito maliano sono stati accusati di massacri indiscriminati di civili e sospettati di collaborare con i jihadisti. Il caso più emblematico è il massacro di Moura nel marzo 2022, dove operazioni congiunte hanno causato circa 500 morti tra civili, molti giustiziati in modo sommario. Human Rights Watch ha documentato altri episodi nel 2025: 31 civili uccisi in due villaggi della regione di Segou in ottobre, tra cui donne e bambini, con case bruciate. A novembre un drone militare ha colpito una tenda nel nord sterminando un’intera famiglia, in quello che potrebbe configurarsi come crimine di guerra.

    Questi abusi non solo violano i diritti umani, ma alimentano proprio quel ciclo di risentimento che i gruppi jihadisti sfruttano per reclutare miliziani. Comunità intere, soprattutto Fulani nel centro del paese, si trovano strette tra la brutalità dell’esercito e delle milizie etniche che li accusano di sostenere i terroristi, e la presenza dei jihadisti che promettono protezione e vendetta.

    L’assedio di Bamako: Il 2025 come anno cruciale

    Se gli anni precedenti avevano visto una lenta erosione del controllo governativo nelle aree rurali, il 2025 ha segnato la svolta. A settembre, JNIM ha lanciato un’offensiva strategica senza precedenti: non un attacco frontale sulla capitale, ma un assedio economico. Il gruppo ha imposto blocchi sulle principali rotte di approvvigionamento del carburante che dal Senegal e dalla Costa d’Avorio riforniscono Bamako, trasformando le autostrade in “trappole mortali” per gli autotrasportatori.

    L’effetto è stato devastante. Code chilometriche si sono formate davanti alle stazioni di servizio, i prezzi del carburante sono schizzati alle stelle, i generatori diesel sono diventati introvabili. La capitale ha vissuto blackout energetici prolungati. Le scuole sono state chiuse fino al 9 novembre perché studenti e insegnanti non potevano muoversi. La vita quotidiana si è paralizzata. Mentre JNIM stringeva la morsa con imboscate e attacchi coordinati che hanno ucciso centinaia di soldati, la popolazione di Bamako ha cominciato a sentire concretamente la guerra che per anni era sembrata lontana, confinata nel deserto del nord.

    Il gruppo jihadista ha dimostrato capacità militari e di intelligence impressionanti, sfruttando la conoscenza del territorio e la complicità di comunità rurali dove lo stato è visto come oppressore. Analisti internazionali hanno iniziato a parlare apertamente del rischio di collasso del governo. Governi occidentali – Stati Uniti, Australia, Germania, Italia – hanno ordinato ai propri cittadini di lasciare immediatamente il Mali. Il ministro degli Esteri maliano Abdoulaye Diop ha cercato di minimizzare, definendo “implausibile” una conquista di Bamako.

    A rendere tutto più sinistro sono arrivate le esecuzioni pubbliche. L’11 novembre, JNIM ha rapito e giustiziato Mariam Cissé, una ragazza di vent’anni che su TikTok aveva 100.000 follower. Il suo “crimine”? Aver pubblicato video a sostegno delle forze armate maliane. L’hanno uccisa a Tonka, una città dove l’esercito non ha nemmeno presenza. Il messaggio era chiaro: nessuno è al sicuro, nemmeno lontano dalle zone di combattimento. Il controllo di JNIM non è solo militare ma anche psicologico e sociale, attraverso una governance ombra che punisce i “collaborazionisti” e premia chi si sottomette.

    Gli attori del conflitto: un mosaico di violenza

    La guerra in Mali è diventata così complessa che è difficile distinguere chi combatte chi e perché. Da una parte c’è il governo militare di Goïta e le Forze Armate Maliane (FAMA), supportate dai mercenari russi dell’Africa Corps. Questi ultimi, guidati da Ivan Aleksandrovich Maslov, operano non solo come forza militare ma anche per garantire interessi economici russi nelle miniere d’oro del paese, che rappresentano una risorsa fondamentale in un’economia devastata.

    Contro di loro si muovono due galassie jihadiste. JNIM è la più potente e radicata: una coalizione che include la katiba Macina guidata da Amadou Kouffa, che ha trasformato conflitti locali tra Fulani e Dogon nel centro del paese in una guerra santa. JNIM pratica una forma di governance nelle aree sotto il suo controllo, applicando una versione della sharia che, per quanto dura, è spesso percepita come più prevedibile e meno corrotta della giustizia statale. Lo Stato Islamico nel Sahel è invece più frammentato e brutale, focalizzato su massacri indiscriminati e controllo delle rotte di traffico di armi, droga e oro nella regione del “Triangolo di Ferro” al confine tra Mali, Niger e Burkina Faso. Nel 2025 IS-Sahel ha condotto 326 attacchi contro civili, seminando terrore ma ottenendo meno sostegno popolare di JNIM.

    A complicare il quadro ci sono i gruppi separatisti tuareg. Il Front de Libération de l’Azawad (FLA), formato nel 2023, combatte per l’autonomia del nord e ha inflitto perdite significative a forze governative e russe, specialmente in zone vicine al confine algerino. La Coordination des Mouvements de l’Azawad (CMA), che aveva firmato l’Accordo di Algeri, è frammentata e oscilla tra collaborazione con il governo e alleanze tattiche con JNIM contro un nemico comune. Alcuni ex membri della CMA hanno persino raggiunto i ranghi jihadisti, delusi dai promessi mancati di autonomia.

    Poi ci sono le milizie etniche: gruppi di autodifesa come Dan Na Ambassagou (Dogon) e i cacciatori tradizionali Dozo (Bambara), spesso usati dall’esercito come proxy contro comunità Fulani accusate in blocco di sostegno ai jihadisti. Queste milizie hanno contribuito a centinaia di morti civili in massacri intercomunitari, alimentando ancora più odio e divisioni.

    Sul piano internazionale, la Russia è diventata l’attore dominante, fornendo armi e addestratori ma anche perseguendo interessi geopolitici – contrastare l’influenza occidentale – ed economici nelle miniere. La Francia, ritiratasi malvolentieri, mantiene interessi nell’uranio e nell’influenza regionale ma ha perso ogni capacità di azione diretta. Stati Uniti ed Unione Europea forniscono intelligence limitata ma hanno preso le distanze dalla giunta. L’Algeria cerca di mediare con i Tuareg per la stabilità alle sue frontiere meridionali. L’African Union e organizzazioni umanitarie come Human Rights Watch monitorano e denunciano abusi, ma con accesso limitato e scarsa capacità di influire sugli eventi.

    Il prezzo insostenibile della guerra

    I numeri della catastrofe maliana sono elevati. Dal 2012 il conflitto ha causato oltre 35.000 morti, di cui almeno 6.000 solo nel 2025. Ma le vittime dirette sono solo la punta dell’iceberg. Circa 600.000 persone sono sfollate interne, costrette a fuggire dalle proprie case per cercare sicurezza altrove nel paese. Altri 13.000 maliani sono rifugiati nei paesi vicini. In totale, tra sfollati interni e rifugiati, si parla di oltre 400.000 persone nel solo Mali, parte di una crisi regionale che nel Sahel conta 4 milioni di rifugiati, l’80% dei quali sono donne e bambini.

    La crisi umanitaria è devastante: 6,4 milioni di maliani – quasi un terzo della popolazione – necessitano di aiuti umanitari. Un milione e mezzo di persone si trovano in condizione di insicurezza alimentare acuta, con sacche di fame nel nord e nel centro dove i blocchi impediscono l’arrivo di cibo. Quasi tre milioni necessitano assistenza nutrizionale e un milione di bambini è a rischio malnutrizione acuta. Nel nord, nella regione di Ménaka, 80.000 bambini rischiano contemporaneamente fame e malattie trasmesse dall’acqua contaminata.

    Il sistema educativo è crollato: quasi 2.000 scuole sono chiuse per l’insicurezza, negando istruzione a centinaia di migliaia di bambini e creando una generazione perduta facilmente preda di reclutamento da parte di gruppi armati. Il sistema sanitario è al collasso, con epidemie di colera e malaria in aumento. L’economia formale è devastata: il blocco del carburante ha paralizzato commerci e trasporti, mentre il PIL pro capite rimane sotto i 900 dollari annui, con il 40% della popolazione sotto la soglia di povertà assoluta.

    Le risorse naturali, invece di essere benedizione, sono maledizione. L’80% dell’oro estratto proviene dalla regione di Kayes, ma le miniere sono spesso controllate da gruppi armati che le usano per finanziarsi. A novembre 2025 la compagnia canadese Barrick Gold ha dovuto negoziare col governo per liberare quattro dipendenti sequestrati e recuperare tre tonnellate di oro confiscate, ottenendo in cambio un’estensione decennale delle licenze estrattive. Le rotte di traffico di cocaina dal Sud America verso l’Europa attraversano il Sahel, e gruppi come IS-Sahel controllano questo commercio insieme ad armi e esseri umani.

    Sul piano ambientale, il Mali soffre gli effetti dei cambiamenti climatici. Siccità ricorrenti riducono pascoli e risorse idriche, scatenando conflitti tra pastori nomadi Fulani e agricoltori sedentari per terre e acqua. Questi scontri locali vengono poi strumentalizzati dai jihadisti che si presentano come protettori delle comunità emarginate. Nel 2025 paradossalmente anche inondazioni nel nord hanno aggravato la crisi, distruggendo raccolti e infrastrutture precarie.

    Perché nessuna soluzione funziona

    La guerra in Mali persiste perché le sue cause non sono mai state affrontate. La marginalizzazione storica del nord non è cambiata: gli accordi di pace vengono firmati sotto pressione internazionale ma mai implementati per mancanza di volontà politica e risorse. La corruzione pervade ogni livello dello stato, e i Tuareg continuano a non vedere riconosciute le loro aspirazioni. né lo sviluppo nelle loro regioni.

    I jihadisti prosperano proprio dove lo stato è assente, corrotto o brutale. JNIM offre una narrativa alternativa: giustizia islamica, protezione per i più deboli, vendetta contro oppressori. Recluta tra giovani Fulani che hanno visto le loro famiglie massacrate da milizie Dogon o soldati maliani. Finché l’esercito e i suoi alleati russi continueranno a compiere abusi indiscriminati, il bacino di reclutamento jihadista non si prosciugherà mai.

    I colpi di stato hanno peggiorato tutto. La giunta di Goïta ha centralizzato il potere, sospeso libertà democratiche, posticipato elezioni e si è isolata internazionalmente. L’abbandono dell’ECOWAS e la formazione dell’AES con Burkina Faso e Niger ha creato un blocco di stati fragili governati da militari, incapaci di cooperazione efficace contro nemici transnazionali. Le relazioni con l’Algeria sono tese dopo l’abbattimento di un drone maliano ad aprile, con chiusura reciproca degli spazi aerei.

    L’influenza russa, poi, è un’arma a doppio taglio. Mosca fornisce armi e supporto politico in chiave anti-occidentale, ma i mercenari dell’Africa Corps hanno mostrato limiti operativi contro la guerriglia jihadista e sono accusati di crimini di guerra. Nel 2025 sono stati documentati 434 morti civili attribuibili a operazioni russe. La Russia guadagna accesso all’oro e all’uranio, consolida la sua influenza geopolitica, ma questo non si traduce in stabilità per il Mali.

    Sul piano regionale, il Sahel è diventato l’epicentro del terrorismo globale: secondo dati del 2024, il 51% delle morti per terrorismo nel mondo avviene in questa regione. Gli attacchi sono transfrontalieri, con JNIM e IS-Sahel che operano indifferentemente tra Mali, Burkina Faso e Niger. La risposta frammentata degli stati dell’AES non basta, e l’assenza di forze internazionali lascia un vuoto che i jihadisti riempiono.

    Prospettive cupe

    Mentre il 2025 volge al termine, le prospettive per il Mali sono fosche. JNIM controlla ormai tra il 60% e il 70% del territorio rurale e ha dimostrato di poter paralizzare la capitale senza nemmeno attaccarla direttamente. Se l’assedio economico continuerà, Bamako potrebbe diventare una città isolata in un paese che non controlla più. Il rischio di collasso completo dello stato maliano non è più uno scenario remoto ma una possibilità concreta.

    Le soluzioni esistono sulla carta ma sembrano politicamente impossibili. Servirebbe un dialogo inclusivo che coinvolga tutte le parti – governo, Tuareg, forse persino rappresentanti di comunità che vivono sotto JNIM – per affrontare le radici del conflitto: autonomia reale per il nord, sviluppo economico equo, fine degli abusi contro civili. Sarebbe necessario smantellare le milizie etniche, riformare un esercito accusato di crimini di guerra, costruire istituzioni credibili che offrano giustizia e servizi. Occorrerebbe cooperazione regionale effettiva, non retorica, per affrontare minacce transnazionali.

    Ma la giunta di Goïta rifiuta compromessi, considerandoli debolezza. La guerra è presentata come battaglia esistenziale per la sovranità, non come crisi da risolvere politicamente. I Tuareg sono stanchi di promesse non mantenute. I jihadisti non hanno incentivo a negoziare quando stanno vincendo sul terreno. La comunità internazionale è divisa, con la Russia che sostiene il regime e l’Occidente che lo ha abbandonato, mentre nessuno sembra avere né la volontà né la capacità di investire davvero nella stabilizzazione del Sahel.

    Nel frattempo, il costo umano continua ad accumularsi. Ogni giorno porta notizie di imboscate, villaggi bruciati, bambini malnutriti, scuole chiuse. Mariam Cissé, la giovane influencer giustiziata da JNIM, è solo uno dei tanti nomi e volti di questa tragedia. La sua morte ricorda che in questa guerra non esistono zone sicure né neutralità possibile: si è con il governo, con i jihadisti, o si è bersagli di entrambi.

    La guerra del Mali è diventata uno di quei conflitti “silenziosi” che i media internazionali citano raramente, fagocitati da crisi più visibili altrove. Eppure il Mali rappresenta una delle sfide più complesse e pericolose del nostro tempo: un intreccio di estremismo religioso, tensioni etniche secolari, fallimento statale, interferenze geopolitiche e crisi climatica. È un monito su come conflitti irrisolti possano degenerare, e su come la comunità internazionale spesso preferisca guardare altrove finché non è troppo tardi.

    Dopo quasi quattordici anni di guerra, una cosa appare tristemente chiara: senza un cambiamento radicale di approccio, il Mali è destinato a rimanere intrappolato in questa spirale di violenza, con conseguenze devastanti non solo per i suoi cittadini ma per l’intera regione del Sahel e oltre. Perciò, dobbiamo chiederci fino a che punto il paese e i suoi abitanti potranno ancora resistere prima che il tessuto sociale ed economico si dissolva completamente.


    Mali War – Wikipedia
    Una panoramica completa e cronologica del conflitto, con aggiornamenti fino al 2025, inclusi eventi recenti come l’escalation jihadista e gli airstrikes. en.wikipedia.org

    Timeline of the Mali War – Wikipedia
    Una sequenza dettagliata degli eventi chiave dal 2012, con focus su ribellioni tuareg, colpi di stato e operazioni militari fino al settembre 2025. en.wikipedia.org

    Mali – Tuareg Rebellion, Islamist Insurgency, Sahel Conflict | Britannica
    Analisi storica del contesto pre-2012, inclusi il golpe e l’ascesa degli insurgenti, con enfasi sulle dinamiche etniche e regionali. www.britannica.com

    The roots of Mali’s conflict | Clingendael Institute
    Un report approfondito sulle cause (marginalizzazione nord-sud, ribellioni storiche) che precedono il 2012, con implicazioni per la crisi attuale. www.clingendael.org

    Mali | International Crisis Group
    Una serie di rapporti aggiornati sul conflitto dal 2012, con analisi su jihadisti, accordi di pace falliti e instabilità regionale nel 2025. www.crisisgroup.org