
È la giornata della condanna universale di Itamar Ben-Gvir. Ho messo un like al comunicato di Giorgia Meloni: “Le immagini del ministro israeliano Ben Gvir sono inaccettabili. È inammissibile che questi manifestanti, fra cui molti cittadini italiani, vengano sottoposti a questo trattamento lesivo della dignità della persona. (…)” Apprezzo l’ipocrisia quando indica un possibile spostamento. Sotto il comunicato, ho letto molti contestatori fedeli alla linea tradizionale, che denigra la Flotilla e solidarizza con Israele. Qualcuno ha invitato Meloni a candidarsi con il PD.
Secondo queste persone, non è successo nulla che giustifichi un cambio di posizione. In effetti, è quasi così. La Flotilla è stata più volte intercettata in acque internazionali. Il 29-30 aprile scorso, addirittura al largo della Grecia, il 18-19 maggio al largo di Cipro. Gli attivisti sono sempre stati sequestrati e trasferiti su una nave prigione, poi deportati in Israele, maltrattati e reclusi, poi espulsi. Il fatto nuovo, oltre l’abbordaggio a ridosso dell’Europa, potevano essere gli spari con le pallottole di gomma contro le ultime sei imbarcazioni intercettate. Ma né l’una, né l’altra cosa hanno suscitato reazioni forti.
La novità clamorosa è il video di Ben-Gvir, che fornisce la prova delle testimonianze degli attivisti, facendo fare brutta figura al governo israeliano di destra e ai suoi sostenitori nostrani, molti dei quali hanno sentito l’urgenza di scrivere due parole contro il ministro della sicurezza nazionale. Dopo il video, non si può più dire: “Non è vero”. Al limite, si dice: “Se la sono cercata”. Però, sono pur sempre cittadini italiani e europei. Ostentare di trattarli così male, significa non avere riguardo nei confronti dei nostri governi e dei nostri paesi. Una leader sovranista lo capisce prima e meglio dei suoi seguaci. Tuttavia, i video di Ben-Gvir che maltratta e umilia i prigionieri sono un genere già consumato, solo che finora si trattava sempre di prigionieri palestinesi.
In sintesi, Israele può maltrattare gli attivisti occidentali, ma non deve esibirlo in video. Oppure, può esibirlo in video, ma i maltrattati non devono essere occidentali. Ben-Gvir, per sue esigenze di propaganda elettorale, non ha saputo rispettare queste linee rosse. Così, il ministro degli esteri Saar e il primo ministro Netanyahu lo hanno rimproverato pubblicamente, oltre a lasciarlo al suo posto, dove detiene in custodia diecimila prigionieri palestinesi.
Ho provato a mettermi nella posizione inflitta agli attivisti della Flotilla. Ho resistito pochi secondi, sentendo un forte dolore alla spalla sinistra. Quel maltrattamento non è solo simbolico. Essere messi in ginocchio, con le mani legate dietro la schiena e la faccia a terra, per un tempo prolungato, è una posizione molto scomoda e stressante per le ginocchia, la schiena, le spalle e i polsi. Le testimonianze di chi è tornato sono ancora più gravi. Riferiscono di pugni, calci, costole rotte, molestie sessuali. Maltrattamenti che, nell’insieme, fanno una tortura.
Qualcuno, senza parole per esprimere uno straccio di giustificazione, si affida ai riflessi condizionati. Per esempio: “Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente”. Può darsi. Nel caso, si tratta di un’aggravante. I comportamenti che puoi aspettarti nei campi di prigionia dell’Isis, non puoi accettarli nelle prigioni di uno stato di diritto. Anche l’Italia è una democrazia. Questo non ha impedito la repressione violenta del movimento noglobal, l’assalto alla scuola Diaz, le torture di Bolzaneto.
Dentro la condanna universale di Ben-Gvir, il nostro ministro degli esteri, Tajani, chiede alla UE sanzioni contro il ministro israeliano. È un passo avanti se consideriamo che l’Italia, in sede UE, ha sempre messo il veto a sanzioni contro Israele, comprese quelle contro Ben-Gvir. E ancora oggi, un retroscena del Corriere della Sera attribuiva al governo italiano una posizione contraria, con la scusa che le sanzioni mirate avrebbero rafforzato il leader estremista nella campagna elettorale israeliana.
Però, la condanna universale e le sanzioni mirate, limitate al ministro della sicurezza nazionale, finiscono per fare di Ben Gvir il parafulmine del governo israeliano, il cui primo ministro è ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Ci si dovrebbe aspettare che l’Italia accetti la rottura del Trattato di associazione UE-Israele; riconosca lo stato di Palestina; si liberi da ogni rapporto di dipendenza in materia di cybersicurezza e di qualsiasi altro tipo, finché Israele non risolve in modo democratico e civile la questione palestinese.
Non si tratta di assumere la posizione giusta sul piano politico e morale. Ma di prevenire e determinare i fatti. Il silenzio, l’indifferenza, l’accondiscendenza europea e italiana nei confronti di Israele, permettono al governo israeliano di alzare sempre il tiro: intercettare le flotille al largo delle coste europee, sparare proiettili di gomma, torturare gli attivisti, mostrare in video la loro umiliazione. Finora, il governo italiano e i governi europei non hanno messo limiti a Israele e Israele ha sempre aggravato la sua strategia della reazione sproporzionata. Anche nei confronti degli attivisti umanitari non violenti. Da quelli della Flotilla a quelli che si interpongono in Cisgiordania tra i palestinesi da una parte e l’esercito e i coloni dall’altra.
Se gli attivisti della Flotilla sono stati trattati come abbiamo visto, possiamo immaginare come sono trattati i prigionieri palestinesi o gli stessi palestinesi “liberi” in Cisgiordania e a Gaza. Anzi no, non dobbiamo immaginarlo, perché il loro trattamento è ampiamente documentato nei rapporti delle associazioni umanitarie e degli organismi internazionali. Documenti che il nostro governo, i governi europei, le istituzioni europee, conoscono molto bene, ma scelgono di ignorare. La Flotilla, spesso accusata di essere solo una provocazione politica, è una provocazione sana, perché ha aperto uno squarcio di luce sulla brutalità del governo d’Israele e sull’ignavia del governo italiano e dei governi europei.





