Tag: Guerra

  • L’attacco di Usa e Israele contro l’Iran

    L'attacco di Usa e Israele contro l'Iran

    L’attacco militare congiunto di Usa e Israele contro l’Iran può essere sostenuto per una ragione particolare: l’auspicabile caduta del regime degli Ayatollah e dei Pasdaran. Non a caso, è la giustificazione politica dell’attacco. La Repubblica Islamica è odiosa. Reprime nel sangue e nel carcere migliaia di oppositori e manifestanti. Precipita il paese nella più grave crisi economica, al netto delle sanzioni. Appoggia organizzazioni terroristiche, per la propria protezione, senza offrire alcuna prospettiva di liberazione ai popoli oppressi. A cominciare dal popolo palestinese, che per la dissennata strategia stragista di Hamas, è stato esposto allo sterminio di massa da parte dell’IDF. La caduta degli Ayatollah e dei Pasdaran in Iran vorrebbe dire, nella speranza, la fine della repressione interna, l’inizio di una nuova stabilità regionale, l’affermazione dell’emancipazione femminile. Tuttavia, anche mettendo da parte il giudizio sui leader attaccanti, esistono delle ragioni di ordine generale che giocano contro l’intervento.

    La prima è la ragione umanitaria. È molto difficile che l’aggressione militare israelo-americana all’Iran, un paese di 90 milioni di abitanti, possa essere chirurgica. Mirata a distruggere solo l’apparato del regime e della sua industria militare, senza colpire al tempo stesso la popolazione e le infrastrutture civili. Già questa mattina, un attacco aereo ha colpito la scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh a Minab, nella provincia di Hormozgan, nel sud dell’Iran. Il bombardamento ha fatto decine di vittime tra le bambine. Altri missili sono caduti nelle aree residenziali di Teheran, nel quartiere di Narmak, provocando morti e feriti tra i civili.

    I costi umani della guerra israelo-americana contro l’Iran potrebbero diventare più pesanti della repressione interna e allo stesso tempo aggravare la repressione. Di fronte all’aggressione esterna, il regime può dichiarare lo stato di emergenza totale, sospendere ogni residuo diritto e utilizzare la “difesa della patria” come scusa per eliminare fisicamente i dissidenti sopravvissuti, etichettandoli come collaborazionisti del nemico. La sofferenza estrema (mancanza di elettricità, acqua, ospedali sovraccarichi e internet disconnessa) rischia di trasformare la rabbia dei cittadini verso gli Ayatollah in risentimento contro chi sgancia le bombe dal cielo, alienando proprio quelle persone che l’operazione dichiarava di voler “liberare”.

    In secondo luogo, gioca contro l’intervento una ragione politica. Le precedenti guerre in Medio Oriente depongono a sfavore. Dal 2003 al 2011, in Iraq, la rimozione di Saddam Hussein ha distrutto l’apparato statale, ma ha portato a un decennio di guerra civile settaria e alla nascita dell’ISIS. Nel 2011, in Libia, l’intervento NATO ha rimosso Gheddafi, ma ha lasciato il Paese frammentato tra milizie rivali, trasformandolo in un hub per il traffico di esseri umani e armi. Dal 2001 al 2021, in Afghanistan, vent’anni di occupazione e miliardi di dollari spesi, si sono risolti con il ritorno al potere dei Talebani e la fuga precipitosa degli eserciti Nato.

    A differenza di altri contesti, l’Iran ha una struttura di potere estremamente stratificata. Se i vertici del regime cadessero domani sotto i bombardamenti, non ci sarebbe un’opposizione unica e pronta a governare. Il rischio è una lotta intestina tra fazioni dei Pasdaran, minoranze etniche, resistenza nazionalista. Il collasso creerebbe un’onda d’urto in tutto il Medio Oriente. Milioni di persone si sposterebbero verso la Turchia e l’Europa, superando di gran lunga i numeri della crisi siriana. Il blocco prolungato dello Stretto di Hormuz e la distruzione delle infrastrutture petrolifere iraniane potrebbero mandare l’economia globale in recessione.

    Infine, gioca contro l’intervento una ragione giuridica, che non è solo formale, ma ha significato per il mantenimento della pace nel mondo. L’ attacco di Usa e Israele contro l’Iran è un’aperta violazione del diritto internazionale. I precedenti interventi in Medio Oriente avevano tentato, anche solo ipocritamente, di costruire una copertura legale con il ricorso al Consiglio di Sicurezza dell’ONU e la costruzione di una coalizione internazionale. Oggi, l’attacco all’Iran ignora sfacciatamente l’ONU e il diritto internazionale, dando così un ulteriore formidabile contributo alla destabilizzazione dell’ordine mondiale. Che di violazione in violazione, di guerra in guerra, può precipitare in un conflitto globale.

    Il conflitto in Ucraina, quello a Gaza e ora l’attacco all’Iran non sono più crisi isolate. L’Iran è un fornitore chiave di droni per la Russia; un attacco a Teheran è percepito da Mosca come un attacco indiretto ai propri interessi vitali. Si tratta di conflitti alimentati dalle stesse alleanze di interessi e dalle stesse contrapposizioni ideologiche e militari. La terza guerra mondiale a pezzi di cui parlava Francesco, man mano che si aggiungono altri pezzi, sempre più pesanti e coinvolgenti gli interessi delle grandi potenze, può finire per unificarsi in una sola grande guerra.

  • Carestia in Sudan: El Fasher e Kadugli muoiono di fame

    Carestia in Sudan a El Fasher e Kadugli

    Due città del Sudan, El Fasher e Kadugli, sono ufficialmente entrate in stato di carestia. Lo confermano FAO, WFP e UNICEF in un comunicato congiunto che fotografa la situazione a settembre 2025: le soglie di fame, malnutrizione e mortalità sono state superate. Si tratta di aree assediate, prive da mesi di rifornimenti e aiuti umanitari, dove la popolazione sopravvive in condizioni estreme.

    Secondo la classificazione dell’Integrated Food Security Phase Classification (IPC), oltre 21 milioni di sudanesi – il 45% della popolazione – affrontano livelli gravi o acuti di insicurezza alimentare, e 375 mila persone si trovano nella fase più alta, quella di “catastrofe”. Nelle regioni in cui la violenza si è attenuata, come Khartoum, Al Jazirah e Sennar, si registra un lieve miglioramento: i mercati riaprono e alcune famiglie tornano a casa. Ma questi progressi restano fragili, mentre gran parte del Paese continua a vivere nel caos, con un’economia distrutta e servizi essenziali al collasso.

    Il Comitato di revisione della carestia (FRC) conferma che anche a Dilling, nel Kordofan meridionale, le condizioni potrebbero essere simili, ma la mancanza di dati impedisce una classificazione ufficiale. In totale, oltre venti aree del Darfur e del Kordofan sono considerate a rischio imminente di carestia.

    I dati sulla malnutrizione infantile sono devastanti: a El Fasher i tassi oscillano tra il 38 e il 75 per cento, a Kadugli raggiungono il 29. Le epidemie di colera, malaria e morbillo aggravano ulteriormente la situazione, in un contesto in cui i sistemi sanitari e idrici sono ormai collassati. “La combinazione mortale di fame, malattie e sfollamenti sta mettendo a rischio milioni di bambini”, avverte l’UNICEF.

    Il Programma Alimentare Mondiale riesce a raggiungere solo quattro milioni di persone al mese, spesso a prezzo di grandi rischi per gli operatori. “È ancora il conflitto a decidere chi mangia e chi no”, dichiara il direttore delle emergenze Ross Smith.

    La carestia è il riflesso diretto di una guerra civile che, dall’aprile 2023, devasta il Sudan. Il conflitto oppone le Forze Armate Sudanesi (SAF) del generale Abdel Fattah al-Burhan alle Forze di Supporto Rapido (RSF) guidate da Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti. In due anni, la guerra ha distrutto città e villaggi, provocato milioni di sfollati e reso inaccessibili intere regioni agli aiuti umanitari.

    In Darfur e nel Kordofan, la fame non è solo una conseguenza della guerra: è una delle sue armi principali. Entrambi gli schieramenti hanno usato il blocco degli aiuti, gli assedi e la distruzione dei raccolti come strumenti per fiaccare le comunità civili e controllare il territorio. La carestia, in Sudan, non è il risultato di una calamità naturale, ma il prodotto deliberato di una guerra condotta contro i civili.


    Famine conditions confirmed in Sudan’s El Fasher and Kadugli as hunger and malnutrition ease where conflict subsides

    FAO, WFP and UNICEF warn of the highest levels of acute food insecurity and malnutrition in El Fasher and Kadugli; improvements seen where fighting has receded and services have resumed

    04/11/2025 Joint FAO/UNICEF/WFP News Release

    Sudan: Famine confirmed in El Fasher and Kadugli towns, 20 other areas at risk of Famine – (September 2025 – May 2026)