Tag: Guerra

  • Tutti mi odiano, nessuno mi può giudicare

    Tutti mi odiano, nessuno mi può giudicare

    Secondo una convinzione filoisraeliana, Israele sarebbe il paese, lo stato più odiato di sempre. Altri stati hanno oppresso popoli e commesso gravi crimini, i francesi in Algeria, gli americani in Vietnam e in Iraq, ma nessuno è stato odiato come Israele. La prova è che a Israele si attribuiscono atrocità incredibili. Ne sarebbero responsabili tutti gli israeliani, tutti gli ebrei, da cui si pretende l’abiura. Per quale motivo? L’antisemitismo.

    Non discuto la veridicità dell’affermazione, perché è inverificabile, non si può dimostrare, né confutare. Appartiene alla sfera delle convinzioni intime. O della propaganda retorica, quella che usa l’accusa indiscriminata di antisemitismo per chiudere il discorso. L’accetto come un dato di repertorio. Posso discutere la percezione. Perché un filoisraeliano sente che lo stato che gli sta a cuore sia il più odiato di tutti e di sempre.

    L’affermazione ha una singolare implicazione: altri stati sono nati sulla eliminazione della popolazione locale, altri stati hanno fatto guerre, conquistato territori, commesso crimini, alla fine lo abbiamo accettato. Se lo rifiutiamo per Israele, commettiamo una discriminazione. Esisterebbe dunque un diritto all’ingiustizia, che andrebbe riconosciuto anche a Israele. Peraltro una “piccola” ingiustizia, se vista in prospettiva storica, come risarcimento di una ingiustizia molto più grande, le persecuzioni antiebraiche in Europa, i pogrom, l’Olocausto.

    Questa impostazione dovrebbe mettere d’accordo gli oppressi e gli oppressori dell’antigiudaismo e dell’antisemitismo europeo. Gli ebrei hanno il loro stato rifugio nella terra promessa, i persecutori degli ebrei non pagano nessun conto, lo scaricano sugli arabi-palestinesi. Se questi si rifiutano di pagarlo, noi proiettiamo su di loro il nostro antisemitismo storico.

    Sembra un bell’affare, perché rifiutarlo, se abbiamo accettato la liquidazione delle popolazioni amerinde e aborigine e abbiamo digerito la repressione di algerini, vietnamiti e iracheni? Un motivo è che questo affare è tuttora in corso. Mentre altri hanno hanno edificato su distruzioni più grandi e commesso crimini più atroci, che in un modo o nell’altro si sono conclusi, il conflitto israelo-palestinese non si conclude mai. Proprio nel nostro presente ha raggiunto il suo picco più alto, forse superiore alla Nakba del 1948. Al tempo dei social e degli smartphone, sempre interconnessi, Gaza è il primo genocidio minuto per minuto.

    Il vissuto contemporaneo è più forte della memoria. Posso accettare una distruzione finita, ormai irrimediabile, ma non posso accettare una distruzione in corso, finché ho la speranza di fermarla. Allo stesso modo vale la percezione dell’ostilità. Sentire l’odio presente sarà sempre una sensazione più forte del ricordo di qualsiasi odio passato, magari rielaborato in funzione del presente. Vale anche in positivo. L’amore più grande è sempre l’ultimo, quello che stai vivendo adesso.

    Un’altra variabile della percezione dell’ostilità avversaria (e della solidarietà alleata) è il proprio livello di coinvolgimento identitario. Oggi, io sono comunista come 40-50 anni (ero già comunista a nove anni). Forse l’anticomunismo odierno è meno intenso rispetto a mezzo secolo fa. Tuttavia, quando mi capita di incontrarlo lo soffro molto meno. Non mi identifico più in un partito (il PCI) o in uno stato (l’Urss). Quando queste entità sono attaccate nella ricostruzione storica, nella memoria, o quando sono attaccato io stesso in quanto comunista, sento che la cosa mi coinvolge relativamente, non mi riguarda più personalmente. I coloni europei nei continenti del mondo, la Francia, la Gran Bretagna, gli Usa non sono mai stati forti datori di identità. Lo sono stati l’Urss e Israele, quest’ultimo continua a esserlo. Chi si identifica con questi stati avverte fortissimo il sentimento pubblico che li investe, specie se negativo.

    Questi stati, la Francia, la Gran Bretagna, gli Usa, li conosciamo per il colonialismo e l’imperialismo. Ma li conosciamo anche per altre cose. Per il loro ruolo nella Seconda Guerra Mondiale, per le quotidiane relazioni internazionali, per la cultura, il cinema, la musica. Nel bene o nel male, li sentiamo familiari. Israele ci pare di conoscerlo soltanto per le sue guerre. Lo associamo all’occupazione, ai check-point, ai muri, alle rappresaglie sproporzionate, alla lotta al terrorismo, all’Iron Dome, alle invasioni, ai bombardamenti, alle vittime civili. Se sentiamo parlare di Israele è perché c’è una guerra.

    Cosa penseremmo di una persona che conosciamo solo perché è sempre coinvolta in litigi e risse, rivendicando ogni volta di avere ragione? Magari ha delle ragioni, ma le attribuiremmo come minimo un difetto di competenza sociale. Se anche l’avversione nei suoi confronti non fosse superiore a quella rivolta ad altri, sarebbe l’unica cosa che avremmo da offrirle, quindi il suo peso specifico sarebbe avvertito come più grande.

    La propaganda bellica attribuisce spesso al nemico atrocità esagerate o del tutto inventate. Al tempo stesso esagerazioni e invenzioni, sono usate per negare atrocità testimoniate dagli stessi soldati e documentate da fonti affidabili, giornali autorevoli, associazioni umanitarie, organismi internazionali. Non si possono mettere Haaretz, il New York Times, i report dell’ONU nello stesso sacco di un account anonimo o di un bollettino di propaganda. Peraltro, la demonizzazione è tanto subita quanto praticata. La stessa narrazione dell’attacco del 7 ottobre è stato fatto oggetto di dettagli raccapriccianti, ma non verificati, comunque funzionali a costruire un sentimento di cieca vendetta.

    Ebrei, sionisti, israeliani, definizioni da distinguere sempre, sono chiamati in causa in una colpa collettiva? Quando succede è sbagliato, come lo è dall’11 settembre a scapito dei musulmani. Se ebrei, sionisti, israeliani, entrano nel conflitto politico, sostengono attivamente Israele, come è loro diritto, è chiaro che gli si può chiedere conto delle proprie posizioni. Ciò che chiederei ai più attivi di loro, non è di cambiare posizione, ma di stare nel dibattito senza simulare la guerra, senza esibire, ostentare cinismo. Magari, mostrare un po’ di empatia per la sofferenza dell’altro popolo, non dare l’impressione di disprezzarla, di riderci sopra. Completare la devastazione del territorio palestinese non è “finire il lavoro”. Se pensate che Israele sia odiato, che rimedio è rappresentare la sua causa con un tono odioso?

  • Sudan 2026: la crisi alimentare in cinque punti

    La crisi alimentare in Sudan

    Il conflitto scoppiato nell’aprile 2023 tra le Forze Armate sudanesi e le Rapid Support Forces ha prodotto la più grande crisi umanitaria e di sfollamento del mondo. Nel 2026, 33,7 milioni di persone necessitano di assistenza, il numero più alto a livello globale, 3,3 milioni in più rispetto al 2025. Il 41% della popolazione soffre di insicurezza alimentare acuta; la carestia è confermata in più aree.

    Il ciclo della fame e la stagione dei raccolti a rischio. Da settembre 2025, la carestia è confermata a El Fasher, nel Darfur settentrionale, e a Kadugli, nel Kordofan meridionale. Oltre 4,2 milioni di bambini sotto i cinque anni soffrono di malnutrizione acuta, di cui 800.000 in forma grave. La stagione principale dei raccolti inizia a giugno: intervenire ora è l’unica via per evitare un ulteriore deterioramento.

    I finanziamenti si esauriscono. Il piano umanitario 2026 richiede 2,9 miliardi di dollari. Ad aprile 2026, è finanziato solo al 16,2%. La FAO necessita di 99 milioni di dollari per sostenere 1,5 milioni di famiglie: finora ha ricevuto soltanto 5 milioni dal governo italiano.

    La produzione agricola crolla. La FAO stima la produzione cerealicola per la stagione 2025/26 a 5,2 milioni di tonnellate: un calo del 22% rispetto al 2024 e del 19% sotto la media quinquennale. L’agricoltura impiega i due terzi della popolazione, ma infrastrutture, scorte e mercati sono stati distrutti o resi inaccessibili dal conflitto.

    Il bestiame è una risorsa vitale trascurata. Il settore zootecnico, stimato in 115 milioni di capi tra bovini, ovini, caprini e cammelli, ha subito danni enormi: epidemie, riduzione dei pascoli, crollo della copertura vaccinale. La FAO ha vaccinato 7,3 milioni di animali dall’inizio del conflitto, raggiungendo però solo circa il 6% del patrimonio zootecnico nazionale.

    La crisi rischia di essere dimenticata. Mentre altre emergenze monopolizzano l’attenzione internazionale, il Sudan scivola fuori dai radar. La FAO prevede di raggiungere 7,5 milioni di persone tra marzo e dicembre 2026 e chiede con urgenza 75 milioni di dollari per sostenere la produzione agricola e proteggere il settore prima che il conflitto vanifichi i progressi costruiti in generazioni.

    Il messaggio è semplice: ogni settimana di ritardo restringe la finestra per salvare la stagione agricola. L’assistenza all’agricoltura di emergenza è, secondo la FAO, lo strumento più efficiente e diretto disponibile, a condizione che i fondi arrivino.


    Five things you should know about Sudan’s food crisis
    Why Sudan’s agrifood system is under severe strain in 2026

    Jazirah State, Sudan.
    15/04/2026 Rome – www.fao.org

  • L’attacco di Usa e Israele contro l’Iran

    L'attacco di Usa e Israele contro l'Iran

    L’attacco militare congiunto di Usa e Israele contro l’Iran può essere sostenuto per una ragione particolare: l’auspicabile caduta del regime degli Ayatollah e dei Pasdaran. Non a caso, è la giustificazione politica dell’attacco. La Repubblica Islamica è odiosa. Reprime nel sangue e nel carcere migliaia di oppositori e manifestanti. Precipita il paese nella più grave crisi economica, al netto delle sanzioni. Appoggia organizzazioni terroristiche, per la propria protezione, senza offrire alcuna prospettiva di liberazione ai popoli oppressi. A cominciare dal popolo palestinese, che per la dissennata strategia stragista di Hamas, è stato esposto allo sterminio di massa da parte dell’IDF. La caduta degli Ayatollah e dei Pasdaran in Iran vorrebbe dire, nella speranza, la fine della repressione interna, l’inizio di una nuova stabilità regionale, l’affermazione dell’emancipazione femminile. Tuttavia, anche mettendo da parte il giudizio sui leader attaccanti, esistono delle ragioni di ordine generale che giocano contro l’intervento.

    La prima è la ragione umanitaria. È molto difficile che l’aggressione militare israelo-americana all’Iran, un paese di 90 milioni di abitanti, possa essere chirurgica. Mirata a distruggere solo l’apparato del regime e della sua industria militare, senza colpire al tempo stesso la popolazione e le infrastrutture civili. Già questa mattina, un attacco aereo ha colpito la scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh a Minab, nella provincia di Hormozgan, nel sud dell’Iran. Il bombardamento ha fatto decine di vittime tra le bambine. Altri missili sono caduti nelle aree residenziali di Teheran, nel quartiere di Narmak, provocando morti e feriti tra i civili.

    I costi umani della guerra israelo-americana contro l’Iran potrebbero diventare più pesanti della repressione interna e allo stesso tempo aggravare la repressione. Di fronte all’aggressione esterna, il regime può dichiarare lo stato di emergenza totale, sospendere ogni residuo diritto e utilizzare la “difesa della patria” come scusa per eliminare fisicamente i dissidenti sopravvissuti, etichettandoli come collaborazionisti del nemico. La sofferenza estrema (mancanza di elettricità, acqua, ospedali sovraccarichi e internet disconnessa) rischia di trasformare la rabbia dei cittadini verso gli Ayatollah in risentimento contro chi sgancia le bombe dal cielo, alienando proprio quelle persone che l’operazione dichiarava di voler “liberare”.

    In secondo luogo, gioca contro l’intervento una ragione politica. Le precedenti guerre in Medio Oriente depongono a sfavore. Dal 2003 al 2011, in Iraq, la rimozione di Saddam Hussein ha distrutto l’apparato statale, ma ha portato a un decennio di guerra civile settaria e alla nascita dell’ISIS. Nel 2011, in Libia, l’intervento NATO ha rimosso Gheddafi, ma ha lasciato il Paese frammentato tra milizie rivali, trasformandolo in un hub per il traffico di esseri umani e armi. Dal 2001 al 2021, in Afghanistan, vent’anni di occupazione e miliardi di dollari spesi, si sono risolti con il ritorno al potere dei Talebani e la fuga precipitosa degli eserciti Nato.

    A differenza di altri contesti, l’Iran ha una struttura di potere estremamente stratificata. Se i vertici del regime cadessero domani sotto i bombardamenti, non ci sarebbe un’opposizione unica e pronta a governare. Il rischio è una lotta intestina tra fazioni dei Pasdaran, minoranze etniche, resistenza nazionalista. Il collasso creerebbe un’onda d’urto in tutto il Medio Oriente. Milioni di persone si sposterebbero verso la Turchia e l’Europa, superando di gran lunga i numeri della crisi siriana. Il blocco prolungato dello Stretto di Hormuz e la distruzione delle infrastrutture petrolifere iraniane potrebbero mandare l’economia globale in recessione.

    Infine, gioca contro l’intervento una ragione giuridica, che non è solo formale, ma ha significato per il mantenimento della pace nel mondo. L’ attacco di Usa e Israele contro l’Iran è un’aperta violazione del diritto internazionale. I precedenti interventi in Medio Oriente avevano tentato, anche solo ipocritamente, di costruire una copertura legale con il ricorso al Consiglio di Sicurezza dell’ONU e la costruzione di una coalizione internazionale. Oggi, l’attacco all’Iran ignora sfacciatamente l’ONU e il diritto internazionale, dando così un ulteriore formidabile contributo alla destabilizzazione dell’ordine mondiale. Che di violazione in violazione, di guerra in guerra, può precipitare in un conflitto globale.

    Il conflitto in Ucraina, quello a Gaza e ora l’attacco all’Iran non sono più crisi isolate. L’Iran è un fornitore chiave di droni per la Russia; un attacco a Teheran è percepito da Mosca come un attacco indiretto ai propri interessi vitali. Si tratta di conflitti alimentati dalle stesse alleanze di interessi e dalle stesse contrapposizioni ideologiche e militari. La terza guerra mondiale a pezzi di cui parlava Francesco, man mano che si aggiungono altri pezzi, sempre più pesanti e coinvolgenti gli interessi delle grandi potenze, può finire per unificarsi in una sola grande guerra.

  • Carestia in Sudan: El Fasher e Kadugli muoiono di fame

    Carestia in Sudan a El Fasher e Kadugli

    Due città del Sudan, El Fasher e Kadugli, sono ufficialmente entrate in stato di carestia. Lo confermano FAO, WFP e UNICEF in un comunicato congiunto che fotografa la situazione a settembre 2025: le soglie di fame, malnutrizione e mortalità sono state superate. Si tratta di aree assediate, prive da mesi di rifornimenti e aiuti umanitari, dove la popolazione sopravvive in condizioni estreme.

    Secondo la classificazione dell’Integrated Food Security Phase Classification (IPC), oltre 21 milioni di sudanesi – il 45% della popolazione – affrontano livelli gravi o acuti di insicurezza alimentare, e 375 mila persone si trovano nella fase più alta, quella di “catastrofe”. Nelle regioni in cui la violenza si è attenuata, come Khartoum, Al Jazirah e Sennar, si registra un lieve miglioramento: i mercati riaprono e alcune famiglie tornano a casa. Ma questi progressi restano fragili, mentre gran parte del Paese continua a vivere nel caos, con un’economia distrutta e servizi essenziali al collasso.

    Il Comitato di revisione della carestia (FRC) conferma che anche a Dilling, nel Kordofan meridionale, le condizioni potrebbero essere simili, ma la mancanza di dati impedisce una classificazione ufficiale. In totale, oltre venti aree del Darfur e del Kordofan sono considerate a rischio imminente di carestia.

    I dati sulla malnutrizione infantile sono devastanti: a El Fasher i tassi oscillano tra il 38 e il 75 per cento, a Kadugli raggiungono il 29. Le epidemie di colera, malaria e morbillo aggravano ulteriormente la situazione, in un contesto in cui i sistemi sanitari e idrici sono ormai collassati. “La combinazione mortale di fame, malattie e sfollamenti sta mettendo a rischio milioni di bambini”, avverte l’UNICEF.

    Il Programma Alimentare Mondiale riesce a raggiungere solo quattro milioni di persone al mese, spesso a prezzo di grandi rischi per gli operatori. “È ancora il conflitto a decidere chi mangia e chi no”, dichiara il direttore delle emergenze Ross Smith.

    La carestia è il riflesso diretto di una guerra civile che, dall’aprile 2023, devasta il Sudan. Il conflitto oppone le Forze Armate Sudanesi (SAF) del generale Abdel Fattah al-Burhan alle Forze di Supporto Rapido (RSF) guidate da Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti. In due anni, la guerra ha distrutto città e villaggi, provocato milioni di sfollati e reso inaccessibili intere regioni agli aiuti umanitari.

    In Darfur e nel Kordofan, la fame non è solo una conseguenza della guerra: è una delle sue armi principali. Entrambi gli schieramenti hanno usato il blocco degli aiuti, gli assedi e la distruzione dei raccolti come strumenti per fiaccare le comunità civili e controllare il territorio. La carestia, in Sudan, non è il risultato di una calamità naturale, ma il prodotto deliberato di una guerra condotta contro i civili.


    Famine conditions confirmed in Sudan’s El Fasher and Kadugli as hunger and malnutrition ease where conflict subsides

    FAO, WFP and UNICEF warn of the highest levels of acute food insecurity and malnutrition in El Fasher and Kadugli; improvements seen where fighting has receded and services have resumed

    04/11/2025 Joint FAO/UNICEF/WFP News Release

    Sudan: Famine confirmed in El Fasher and Kadugli towns, 20 other areas at risk of Famine – (September 2025 – May 2026)