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  • Green Deal annacquato, industria sospesa

    Green Deal annacquato, industria sospesa

    L’Europa ha mantenuto l’obiettivo di neutralità climatica entro il 2050 e il target intermedio del -55% di emissioni nette al 2030 rispetto al 1990. Nel 2024-2025, il Green Deal ha ottenuto progressi importanti, con le emissioni in calo del 2,5% nel 2024. Ciò nonostante, il divieto di vendita di nuove auto con motori a combustione interna (ICE) dal 2035 è stato annacquato: la Commissione ha proposto una riduzione del 90% delle emissioni medie (anziché il 100%), con meccanismi di compensazione (come l’uso di acciaio verde o e-fuels) che permettono ancora la vendita di veicoli a combustione o ibridi. Questa “flessibilità”, presentata come necessaria per salvaguardare l’occupazione, è una concessione alle lobby dell’auto di Germania e Italia.

    Questa nuova linea di “ambientalismo moderato” è figlia di crisi impreviste — pandemia, guerra in Ucraina, crisi energetica — che hanno spinto i governi a dare priorità alla tenuta immediata dell’industria. Tuttavia, questa prudenza rischia di aggravare il divario con la Cina: mentre l’Europa rallenta per proteggere il vecchio motore a combustione, Pechino consolida un vantaggio decennale sulla catena del valore delle batterie e del software, rendendo i nostri prodotti obsoleti prima ancora di essere venduti.

    L’economia non teme solo i costi, teme soprattutto l’incertezza. È questa la preoccupazione principale di ogni CEO e di ogni consumatore. Per le aziende, investire miliardi in nuove piattaforme richiede una direzione politica ferma per almeno 10-15 anni. Se la politica “apre brecce” continuamente negli indirizzi strategici, il rischio è che le imprese rimangano bloccate a metà del guado, con prodotti obsoleti per alcuni mercati e troppo costosi per altri. Per i consumatori, l’esitazione è speculare: chi acquista un’auto oggi si chiede se potrà circolare tra dieci anni o quale sarà il valore residuo del proprio usato a benzina. Questa incertezza blocca il mercato.

    Esiste una discrepanza tra il “tempo della politica” e il “tempo della natura”. La politica risponde ai cicli elettorali e alle pressioni industriali contingenti; il pragmatismo climatico risponde a leggi fisiche. Ignorare i limiti planetari per salvare i bilanci trimestrali è, tecnicamente, una scelta ideologica: l’ideologia del business as usual. Una politica davvero pragmatica dovrebbe attrezzarsi al cambiamento invece di provare a resistervi.

    L’ascesa di figure come Trump e il rafforzamento delle destre populiste in Europa hanno spostato l’asse del dibattito. Il Green Deal è passato da piano di modernizzazione economica a “tassa sui poveri” o imposizione delle élite. Il rischio è che la moderazione attuale non sia un punto di equilibrio, ma l’inizio di una retromarcia che lascerà l’Europa priva di una visione industriale propria, schiacciata tra il protezionismo americano e l’efficienza tecnologica cinese.

    Le giovani generazioni e la realtà dei disastri climatici, sempre più frequenti e onerosi, agiranno da “correttori” esterni. Allora si vedrà se la politica europea saprà guidare questa transizione o se si limiterà a subirla, pagando un prezzo sociale ed economico molto più alto a causa dei ritardi accumulati con le scelte “pragmatiche” di oggi.


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