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  • Francesca Albanese e l’errore etimologico sull’antisemitismo

    Francesca Albanese e l'errore etimologico sull'antisemitismo

    Intervistata da CLATEVision, Francesca Albanese ha commesso due errori, che lei stessa ha poi riconosciuto e per cui si è scusata. Ha sostenuto che il termine “antisemitismo” si riferisse in origine a tutti i popoli di lingua semitica e non solo agli ebrei. Per sostenere la sua tesi, ha affermato che nei lager i nazisti chiamavano gli ebrei “Muselmann”. Invece, il termine “antisemitismo” fu coniato nel 1879 dal giornalista tedesco Wilhelm Marr per dare una veste “scientifica” all’odio contro gli ebrei. Il termine “Muselmann” apparteneva al gergo concentrazionario per indicare i detenuti moribondi, non aveva significato etnico o religioso.

    I detrattori di Francesca Albanese ne hanno approfittato per rilanciare una violenta campagna di delegittimazione personale e politica. I due errori dimostrerebbero che lei è negazionista, revisionista, antisemita, incompetente, inadeguata a ricoprire il ruolo di relatrice ONU sui Territori Occupati Palestinesi. Però, fraintendere l’etimologia dell’antisemitismo non implica negare la Shoah, odiare gli ebrei, e neppure l’essere incompetenti come relatrice ONU. I suoi report non si basano sulla linguistica dell’Ottocento, ma sul diritto internazionale e umanitario, sui fatti e le testimonianze. La qualità dei rapporti ONU non può essere dedotta dall’errore di un’intervista, né dalla sua eventuale incompetenza in altri campi: va verificata sui rapporti stessi, attraverso fonti, documentazione, metodo e argomentazioni giuridiche.

    È vero che nella narrazione israeliana il nodo del conflitto mediorientale è l’antisemitismo. I palestinesi combattono Israele perché sono antisemiti e tutte le persone che solidarizzano con i palestinesi sono antisemite. Quindi, se non hai una competenza specialistica sull’etimologia e la storia dell’antisemitismo, non puoi avere una competenza sul conflitto mediorientale. Ma da un punto di vista meno unilaterale, il nodo del conflitto è la contesa della terra e delle risorse, la disparità di potere, diritti, possesso, è l’espropriazione e l’espulsione della popolazione nativa, è l’occupazione israeliana dei territori palestinesi. La stessa Francesca Albanese lo mette in chiaro nella sua intervista: la critica a Israele non riguarda ciò che è, ma ciò che fa.

    Che l’antisemitismo sia l’avversione ai popoli di lingua semitica è uno stereotipo linguistico diffuso. Nasce da una fallacia intuitiva, che applica alla lettera la radice della parola “semita”. In particolare, è diffuso nel mondo arabo, in generale fuori dall’Occidente, e trova sponda negli ambienti accademici e politici della decolonizzazione. In Medio Oriente e in Nord Africa, l’argomento “Siamo semiti, non possiamo essere antisemiti” è usato per difendersi dall’accusa di antisemitismo quando si criticano il sionismo e lo Stato d’Israele. E per affermare l’estraneità storica alla persecuzione degli ebrei, prodotto europeo e cristiano. Con questo argomento, gli intellettuali della decolonizzazione tengono insieme la critica all’eurocentrismo e la solidarietà al popolo palestinese. La stessa Albanese, nella sua risposta, intendeva confutare l’accusa di antisemitismo contro i palestinesi e i critici di Israele, ma è stata indotta all’errore dall’intervistatrice argentina che la interrogava “sull’uso improprio del termine”.

    Per una gaffe o un errore, Francesca Albanese si trova spesso nell’occhio del ciclone israeliano. Alcuni suoi simpatizzanti la vorrebbero più istituzionale e meno militante. I suoi interventi sono super-monitorati per coglierla in fallo e metterla all’indice. Il gruppo che ha ripreso e amplificato l’intervista a CLATEVision è la ONG pro-Israele UN Watch. C’è una tensione tra il lavoro di relatrice ONU, che richiede di essere rigorosa, e quello di divulgatrice, che richiede di essere disinvolta. Se si limitasse al ruolo di relatrice, sarebbe una figura impeccabile, nota solo agli addetti ai lavori. Avventurandosi nella divulgazione, si espone e diventa vulnerabile, ma porta il suo lavoro alla conoscenza del grande pubblico.

    Poi, Francesca è una donna. Il linguaggio istituzionale e diplomatico è stato plasmato dal modello patriarcale e burocratico: uno stile distaccato, neutro, grigio e codificato. Una donna in quel ruolo di alto profilo può voler rompere lo schema e adottare uno stile espressivo partecipe, appassionato o persino “informale”. Sbaglia, si scusa, si corregge. E viene attaccata in modo sproporzionato, con una cattiveria particolare.

    Prendendo esempio, si può tentare di dire che l’errore etimologico e storico di Francesca Albanese può avere un senso sul piano sociologico. I nazisti hanno innestato il proprio razzismo sull’antigiudaismo, perseguitato e sterminato gli ebrei. E insieme agli ebrei, anche altri gruppi: rom e sinti, disabili, omosessuali, comunisti, oppositori politici. Gli ebrei sono stati il corpo estraneo, il nemico interno per definizione. Ma se gli ebrei non fossero esistiti, si può ipotizzare che il nazionalismo razzista avrebbe saputo identificare un altro capro espiatorio. Così come oggi, gli eredi del nazifascismo, o i nostalgici, identificano i migranti e in particolare i musulmani, proiettando su di loro la minaccia di un progetto di sottomissione, sostituzione etnica e islamizzazione.

  • La risoluzione Onu non conforme al diritto internazionale

    Francesca Albanese: La risoluzione Onu non conforme al diritto internazionale

    Il 19 novembre 2025, in una conferenza stampa al Parlamento Europeo, la relatrice speciale dell’ONU per i diritti umani nei territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, ha dichiarato che la Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza – adottata due giorni prima a sostegno del Piano Trump per Gaza – “non è conforme al diritto internazionale”. Un’affermazione che può sembrare paradossale, ma che rimanda alla natura stratificata del sistema giuridico internazionale.

    Una risoluzione controversa

    La Risoluzione 2803, approvata il 17 novembre con 13 voti favorevoli e le astensioni di Russia e Cina, dà una veste legale al “Piano di pace per Gaza” negoziato da Stati Uniti e Israele e accettato da Hamas nella sua prima parte (tregua e scambio di prigionieri). Il piano prevede un cessate il fuoco permanente, un “Board of Peace” presieduto dagli Stati Uniti per la ricostruzione, una Forza Internazionale di Stabilizzazione per la sicurezza, un Comitato Palestinese per la governance quotidiana e un ritiro graduale delle truppe israeliane, subordinato alla smilitarizzazione della Striscia.

    L’Unione Europea, Israele, l’Autorità Palestinese e vari paesi arabi – Egitto, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Giordania – hanno accolto la risoluzione come un passo verso la stabilizzazione. Ma la lettura proposta da Francesca Albanese rovescia questa narrativa: per lei il piano non solo ignora i requisiti legali minimi per una soluzione giusta, ma rischia di istituzionalizzare nuove forme di controllo esterno su Gaza.

    Il riferimento centrale: la pronuncia della Corte Internazionale di Giustizia

    La critica non riguarda dettagli procedurali, ma il fondamento stesso della risoluzione. Albanese richiama l’opinione consultiva della Corte Internazionale di Giustizia del 19 luglio 2024, che stabilisce una serie di obblighi immediati e non negoziabili per Israele: ritiro “immediato e incondizionato” da Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est; smantellamento delle colonie; cessazione dello sfruttamento delle risorse palestinesi; riparazioni per le violazioni commesse; garanzia del diritto al ritorno dei rifugiati.

    Questi obblighi, sostiene la relatrice, dovrebbero costituire “il punto di partenza” di qualsiasi iniziativa politica. La Risoluzione 2803, pur introducendo un cessate il fuoco, non incorpora nulla di tutto ciò: trasforma un obbligo giuridico di ritiro in un processo condizionato e non affronta i nodi strutturali dell’occupazione.

    La gerarchia normativa

    Come può una risoluzione ONU “violare” il diritto internazionale? Per Albanese le risoluzioni devono rispettare la Carta delle Nazioni Unite, le norme imperative di ius cogens e la giurisprudenza della Corte Internazionale di Giustizia. La gerarchia delle fonti è chiara: nessuna decisione del Consiglio di Sicurezza può derogare al diritto all’autodeterminazione, al divieto di annessione, al divieto di aggressione o a obblighi derivanti da valutazioni giurisdizionali già vincolanti. In questo senso, la risoluzione rischia di essere non soltanto politicamente controversa, ma giuridicamente debole.

    I punti critici individuati da Albanese

    Tre elementi sono, per lei, particolarmente problematici:

    1. Il ritiro condizionato delle truppe israeliane, in contrasto con l’obbligo di ritiro immediato sancito dalla CIJ.
    2. La creazione di un Board of Peace a guida statunitense e l’impiego di una forza internazionale, percepiti come meccanismi di controllo che riducono l’autonomia palestinese.
    3. L’assenza di misure su colonie, risorse naturali, diritto al ritorno, cioè sui pilastri del contenzioso giuridico internazionale.

    Ne emerge una struttura di governance che privilegia la sicurezza e gli interessi strategici degli attori esterni rispetto ai diritti del popolo palestinese, rischiando di consolidare uno status quo illegale mascherato da processo di pace.

    Il contesto politico e la posta in gioco

    La posizione di Albanese acquista peso anche per il contesto politico. Sanzionata dagli Stati Uniti per le sue prese di posizione e spesso al centro di polemiche, richiama l’ONU al rispetto delle sue stesse norme fondative. Il suo monito si inserisce in una lunga storia di processi di pace falliti perché disallineati dal diritto internazionale: dagli Accordi di Oslo in avanti.

    Una tregua tattica

    La Risoluzione 2803 può rappresentare un risultato tattico: ferma le ostilità, apre canali di assistenza, stabilisce un quadro di supervisione. Ma, nella lettura di Albanese, non affronta le radici del conflitto. Senza un riferimento esplicito agli obblighi già stabiliti dalla Corte Internazionale di Giustizia, il cessate il fuoco rischia di essere una tregua precaria, non l’inizio di una pace fondata sul diritto.

    La sua critica, in ultima analisi, non mira a delegittimare l’ONU, ma a ricordarne la missione: la pace non può sostituire la giustizia, né una soluzione politica può ignorare norme superiori che vincolano tutti gli Stati. Il diritto internazionale non è un optional negoziabile, ma il presupposto indispensabile per una soluzione che non riproduca le stesse asimmetrie di potere che hanno alimentato il conflitto per decenni.

  • Francesca Albanese e Liliana Segre

    Francesca Albanese e Liliana Segre

    Sul genocidio di Gaza, la differenza sostanziale tra Francesca Albanese e Liliana Segre consiste in questo.

    Francesca Albanese si misura con la definizione giuridica di genocidio. Quella stabilita il 9 dicembre 1948 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nella Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio, redatta con il contributo di Raphael Lemkin.

    L’articolo II della Convenzione definisce il genocidio come uno dei seguenti atti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso:

    (a) uccisione di membri del gruppo;
    (b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo;
    (c) il sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocarne la distruzione fisica totale o parziale;
    (d) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo;
    (e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro.

    Sulla base di questa definizione, è possibile chiedersi quale di questi atti non rientri nelle azioni militari israeliane a Gaza. I negatori del genocidio, infatti, non contestano i fatti, ma l’“intenzione”: è su questo punto che concentrano le loro argomentazioni.

    Liliana Segre, testimone della Shoah e senatrice a vita, pur riconoscendo la gravità dell’offensiva israeliana – che definisce in termini di crimini di guerra e crimini contro l’umanità – rifiuta il termine genocidio, perché fa riferimento a una definizione più estrema e personale del concetto.

    Secondo Segre, i due elementi essenziali del genocidio sono:

    • la pianificazione dell’eliminazione totale, almeno nelle intenzioni, di un gruppo etnico o sociale;
    • l’assenza di un rapporto funzionale con una guerra: il genocidio non è un effetto collaterale di un conflitto, ma un fine in sé.

    Chi ha ragione? Sul piano giuridico, Francesca Albanese: la Corte internazionale di giustizia si fonda sulla definizione dell’ONU.
    Sul piano politico e storico, però, ogni definizione resta legittima. Liliana Segre può sostenere la sua, che identifica il genocidio con la Shoah — di cui è testimone diretta —, anche se non può essere considerata un’autorità assoluta nel decidere cosa sia o non sia un genocidio.

    Agli eredi politici delle leggi razziali e dei repubblichini di Salò — oggi pronti a strumentalizzare Liliana Segre per negare il genocidio di Gaza — va ricordato che la senatrice, nella sua intervista a Repubblica del 2 agosto 2025, ha dichiarato:

    “Quando si affama una popolazione il rischio di arrivare all’indicibile esiste. Vederlo fare da Israele è straziante.”

    E già nel colloquio con il Corriere della Sera del 5 maggio 2025 aveva aggiunto:

    “Trovo mostruoso il fanatismo teocratico e sanguinario di Hamas (…). Ma sento anche una profonda repulsione verso il governo di Benjamin Netanyahu e verso la destra estremista, iper-nazionalista e con componenti fascistoidi e razziste al potere oggi in Israele (…). La guerra a Gaza ha avuto connotati di ferocia inaccettabili e non è stata condotta secondo i principi umanitari e di rispetto del diritto internazionale che dovrebbero guidare Israele.”

  • Francesca Albanese e il sindaco di Reggio Emilia

    Francesca Albanese e il sindaco di Reggio Emilia
    Reggio Emilia – Teatro Municipale Valli – 28 settembre 2025

    Nei giorni scorsi è circolata una shitstorm, una delle tante, contro Francesca Albanese. La narrazione era più o meno questa: Francesca Albanese si è comportata come un’ingrata nei confronti di Marco Massari, sindaco di Reggio Emilia, che l’ha premiata con la consegna del Primo Tricolore, ma nel discorso cerimoniale ha nominato gli ostaggi israeliani rapiti il 7 ottobre 2023, così il pubblico lo ha fischiato e lei lo ha rimproverato pubblicamente e poi ironicamente perdonato. La shit-storm alla fine si è trasferita sui principali siti d’informazione, tradotta in titoli e articoli dei grandi quotidiani.

    I protagonisti di queste manifestazioni in contesti “protetti” (teatri, premi, panel) – immagino ne facciano molte – sottovalutano l’impatto che le loro parole possono avere quando vengono amplificate sui social. Qualche volta succede, qualche volta no, e loro non possono sapere quando capiterà. Un discorso pensato per un’aula da 500 persone finisce in un clip da 15 secondi su TikTok o X, decontestualizzato, pronto per essere usato come un arma.

    L’intervento del sindaco mostrato nella clip mi è parso un po’ stereotipato e preoccupato di bilanciarsi. Va bene la condanna del 7 ottobre. Va bene dire che il 7 ottobre non giustifica il genocidio di Gaza. Ma dire che la fine del genocidio e la liberazione degli ostaggi sono condizioni per avviare il processo di pace può essere problematico. Intanto, perché mette insieme due cose certamente gravi e correlate, ma di dimensioni molto diverse. Un genocidio è una cosa, la detenzione degli ostaggi un’altra. Non si possono pareggiare. In secondo luogo, la fine del genocidio e anche la liberazione degli ostaggi sono giusti di per sé, non hanno bisogno di essere giustificati come condizioni per qualcosa di più importante.

    Inoltre, finora è stato vero il contrario: la maggior parte degli ostaggi è stata liberata durante le fasi di tregua. Quindi, è la pace, o la sospensione della guerra, a essere una condizione favorevole alla liberazione degli ostaggi. E la pace e la fine del genocidio possono coincidere. Se il sindaco, per pace intende il processo di pace in termini paragonabili a Oslo 1993, allora bisogna dire che al governo di Israele quel processo di pace nessuno lo aspetta, né lo desidera. Gli attuali governanti israeliani sono sempre stati contrari al processo di pace in qualsiasi contesto. E il contesto generale del conflitto è l’occupazione israeliana dei territori palestinesi. Questo è il nodo. Il 7 ottobre e gli ostaggi sono una conseguenza. Criminale, non necessaria, ma conseguenza.

    Francesca Albanese non ha detto nulla di male. “La pace non ha bisogno di condizioni” è un principio etico solido, che mette al centro il diritto internazionale e umanitario senza gerarchie. E nelle sue battute sul palco, forse non ha avuto spazio per articolarlo come in un report ONU, ma il succo è lì: la fine di una strage non si condiziona, non è condizione per altro, vale di per sé. La pace si realizza con la fine dell’occupazione e della colonizzazione. Le shitstorm, che strumentalizzano il frammento di una manifestazione, per deformare una posizione che sentono avversaria, servono a distogliere lo sguardo da questo punto.

  • Interloquire sì, associarsi no

    La Commissione DuPre (Dubbio e Precauzione), composta da filosofi, scienziati e giuristi, si è formata negli anni della pandemia, a fine 2021. I suoi membri si sono distinti nel mettere in dubbio la pericolosità del coronavirus, la legittimità delle restrizioni sanitarie, l’efficacia dei vaccini. Poiché il confine tra l’esercizio del senso critico e la pratica dello scetticismo è labile, queste persone, secondo me, hanno finito per recitare una parte in commedia, dando voce e rappresentanza a quella parte della società che, sentendosi forte, non voleva assumersi oneri e responsabilità nei confronti della salute pubblica e dei più vulnerabili.

    Qualcosa di simile, le stesse persone, la stessa commissione, hanno replicato in relazione all’invasione russa dell’Ucraina, quando il pacifismo si è confuso con la riluttanza ad accettare i costi del sostegno a Kiev e delle sanzioni a Mosca. Sebbene le due situazioni siano diverse — perché in un conflitto geopolitico il giudizio è inevitabilmente più soggettivo che scientifico — si è verificata una sovrapposizione tra mondo novax e mondo filorusso.

    Mi dispiacerebbe vedere questa sovrapposizione allargarsi anche al mondo solidale con il popolo palestinese. Questo mondo, infatti, pratica una filosofia opposta: si assume delle responsabilità, è disposto a pagare un prezzo per gli altri. Sulla guerra di Gaza, la parte dei negazionisti la fanno i filoisraeliani, o almeno quella quota di filoisraeliani più acritica nei confronti del governo Netanyahu.

    Per questo non mi preoccupa tanto la partecipazione in sé di Francesca Albanese — che ha tutto il diritto e persino il dovere di interloquire con soggetti diversi, per la causa dei diritti umani — quanto il modo in cui la Commissione DuPre la presenta. Nella locandina dell’evento torinese dell’11 settembre 2025, infatti, il suo nome compare accanto a quelli di Cacciari, Mattei e altri membri abituali, senza alcuna distinzione di ruoli. In questo modo si produce l’impressione di un’adesione politica, rafforzata dall’invito a “donare alla DuPre” collocato subito sotto i nomi dei relatori.

    Il rischio è che una figura che rappresenta con rigore il diritto internazionale e i diritti umani venga strumentalizzata per conferire legittimità a un fronte segnato, in altre circostanze, da derive complottiste e negazioniste. Interloquire sì, dunque, ma senza che la comunicazione trasformi il dialogo in un’associazione indebita.