Tag: Flotilla

  • Israele, il muro di ferro che non tiene

    Israele, il muro di ferro che non tiene

    La Flotilla non rappresenta una minaccia materiale per la marina israeliana, né ha la capacità reale di sfondare il blocco navale di Gaza. Infatti, è accusata dai suoi detrattori di essere inutile e propagandistica. Allora, perché gli abbordaggi violenti in acque internazionali, i sequestri dell’equipaggio, le deportazioni in Israele, i maltrattamenti, le torture? A cosa serve l’uso illegale e sproporzionato della forza contro una innocua iniziativa di disobbedienza civile?

    Una risposta la si può cercare nella politica interna israeliana dominata da una coalizione di partiti di estrema destra in concorrenza tra loro. Può aiutare un parallelo con l’Italia del 2018-19, quando l’allora ministro dell’interno Matteo Salvini si esibiva nella contrapposizione alle ONG e, in un paio di casi addirittura alle navi della Guardia costiera, impedendo lo sbarco a centinaia di profughi, sequestrati di fatto, con giustificazioni retorico-militari: la difesa dei confini nazionali. Il governo israeliano di estrema destra reprime la Flotilla, per mandare un segnale di fermezza e risolutezza alla parte peggiore o più impaurita della società israeliana, specie nell’anno delle elezioni politiche, in scadenza a ottobre 2026.

    La repressione è di per sé una strategia di comunicazione. Trattare degli attivisti come fossero criminali comunica la loro criminalizzazione: sono terroristi. Di conseguenza, lo schieramento di riflesso di quella parte dell’opinione pubblica interna e internazionale che riconosce l’autorità del più forte. La parte di opinione pubblica su cui punta il governo di Israele. Questa comunicazione vorrebbe essere deterrente nei confronti degli stessi attivisti della Flotilla, attuali e futuri. Se ci riproverete, su quelle navi non farete una gita umanitaria, finirete pestati e torturati in un carcere militare. La Flotilla, in effetti, vuole mostrare la brutalità del blocco israeliano di Gaza e Israele la mostra. Qualcuno dice: sanno a cosa vanno incontro. Vanno incontro alla realtà che i palestinesi vivono tutti i giorni e da cui non possono fuggire. La constatazione però ha un sottotesto normalizzante. Bisogna anche sapere che quella cosa a cui vanno incontro è inamissibile.

    La strategia della deterrenza israeliana, nella sua forza brutale, è politicamente debole. A ogni nuova spedizione, la Flotilla è più grande di prima. L’uso sproporzionato della forza non risolve il conflitto di Israele neppure con i suoi nemici militari. Per quanto l’IDF colpisca duro e distrugga tutto, Hamas ed Hezbollah continuano a combattere. Eppure, Israele insiste nella reazione distruttiva, anche se non è mai un punto e basta, ma sempre un punto e a capo. La deterrenza israeliana non è la deterrenza occidentale che persegue la pace permanente o la dissuazione definitiva.

    La strategia di deterrenza israeliana ha le sue le radici nella dottrina del “Muro di Ferro” teorizzata da Ze’ev Jabotinsky negli anni ’20 del Novecento e interiorizzata da tutti i governi successivi. Suo presupposto è che i nemici di Israele, che si tratti di stati o di movimenti asimmetrici, non accetteranno mai l’esistenza dello Stato ebraico. Di conseguenza, la pace o il compromesso politico sono considerati illusioni pericolose. L’unico modo per sopravvivere è costruire un “muro” di potenza militare così spaventoso e brutale da costringere il nemico, di volta in volta, a desistere temporaneamente per sfinimento. Israele non applica la forza per risolvere il conflitto, ma per gestirlo, una strategia che l’IDF a Gaza 2008-2014 ha cinicamente chiamato “tosare l’erba”. L’erba ricrescerà (la Flotilla tornerà, Hamas si riarmerà); l’obiettivo è solo comprare tempo tra un ciclo di violenza e l’altro.

    Quando la deterrenza fallisce, come è clamorosamente fallita con il tragico attacco del 7 ottobre o come fallisce politicamente con ogni nuova Flotilla, la leadership israeliana non deduce che la strategia sia sbagliata. Al contrario, deduce che non è stata applicata abbastanza forza. La risposta automatica del sistema è l’escalation. Se il nemico non ha paura, significa che dobbiamo distruggere di più, colpire più duramente, essere ancora più intransigenti per “ripristinare” quella paura. È un ciclo logico chiuso che si autoalimenta, dove il fallimento della forza diventa la giustificazione per usare ancora più forza.

    La Flotilla cresce? L’isolamento internazionale aumenta? Per i decisori israeliani, questi sono “costi collaterali” accettabili se paragonati a quello che considerano il pericolo supremo: mostrare vulnerabilità. Nella dura realtà del Medio Oriente, la leadership israeliana è convinta che qualsiasi concessione, lasciar passare una nave umanitaria, mostrare flessibilità nei blocchi, verrebbe interpretata da attori più pericolosi, l’Iran o le milizie sciite regionali, come un segno di debolezza. Israele preferisce essere condannato e isolato dal mondo, salvo gli Stati Uniti, per una reazione sproporzionata, piuttosto che essere percepito come “debole” dai suoi nemici esistenziali.

    Proporre una soluzione politica al conflitto, la fine dell’occupazione, la soluzione a due Stati, l’apertura reale di Gaza, richiederebbe un capitale politico e concessioni territoriali che l’elettorato israeliano, composto ormai anche da centinaia di migliaia di coloni, rifiuta categoricamente. L’uso sproporzionato della forza è una risposta facile per la politica interna. È immediata. Appaga il desiderio di sicurezza e vendetta dell’opinione pubblica nazionale. Permette ai leader, come Benjamin Netanyahu, Bezalel Smotrich, Itamar Ben-Gvir, di presentarsi come i duri difensori della nazione senza dover fare i conti con la complessità di un vero processo di pace. Israele insiste con qualcosa che non risolve il conflitto, perché ha rinunciato all’idea di poterlo risolvere. La violenza sproporzionata è diventata il fine, non il mezzo. Uno strumento di controllo permanente per mantenere uno status quo dove l’alternativa politica è considerata troppo rischiosa o ideologicamente inaccettabile.

    Come inaccettabile è un principio di realtà: lo “stato ebraico” è rifiutato perché si è fondato sull’espropriazione e sull’espulsione dei palestinesi. Una pratica tuttora in corso. La Nakba fu un crimine, ma i crimini fondativi degli stati tendono a consolidarsi quando smettono di produrre nuove vittime. Nel 1967, occupando i Territori Palestinesi, Israele ha invece riaperto e rilanciato la questione palestinese, trasformando un fatto compiuto in un processo attivo e permanente. Se Israele rinuncia a risolvere il conflitto, per limitarsi a gestirlo, rimane senza prospettiva. La sola mancanza di prospettiva genera violenza. La strategia del Muro di Ferro scarica sulle future generazioni israeliane un’eredità terribile, che potrebbe risolversi nel loro disastro.

    Lo stesso disastro che si è abbattuto e si abbatte sulle generazioni palestinesi. Ma finché si tratta di palestinesi, ignoriamo la forma dello stillicidio e ci preoccupiamo per la forma del grande massacro, ma di fatto non facciamo nulla, o peggio continuiamo a offire a Israele copertura diplomatica, accordi commerciali e relazioni di partnership. Dato che i corpi dei palestinesi non valgono, anche se la metà sono bambini, arriva la Flotilla a mettere in gioco i corpi degli europei, a mobilitare l’opinione pubblica europea, in modo che i governi europei, almeno per salvare la propria dignità, debbano dire e fare qualcosa.

  • Ben-Gvir, parafulmine di Israele

    Ben-Gvir, parafulmine di Israele

    È la giornata della condanna universale di Itamar Ben-Gvir. Ho messo un like al comunicato di Giorgia Meloni: “Le immagini del ministro israeliano Ben Gvir sono inaccettabili. È inammissibile che questi manifestanti, fra cui molti cittadini italiani, vengano sottoposti a questo trattamento lesivo della dignità della persona. (…)” Apprezzo l’ipocrisia quando indica un possibile spostamento. Sotto il comunicato, ho letto molti contestatori fedeli alla linea tradizionale, che denigra la Flotilla e solidarizza con Israele. Qualcuno ha invitato Meloni a candidarsi con il PD.

    Secondo queste persone, non è successo nulla che giustifichi un cambio di posizione. In effetti, è quasi così. La Flotilla è stata più volte intercettata in acque internazionali. Il 29-30 aprile scorso, addirittura al largo della Grecia, il 18-19 maggio al largo di Cipro. Gli attivisti sono sempre stati sequestrati e trasferiti su una nave prigione, poi deportati in Israele, maltrattati e reclusi, poi espulsi. Il fatto nuovo, oltre l’abbordaggio a ridosso dell’Europa, potevano essere gli spari con le pallottole di gomma contro le ultime sei imbarcazioni intercettate. Ma né l’una, né l’altra cosa hanno suscitato reazioni forti.

    La novità clamorosa è il video di Ben-Gvir, che fornisce la prova delle testimonianze degli attivisti, facendo fare brutta figura al governo israeliano di destra e ai suoi sostenitori nostrani, molti dei quali hanno sentito l’urgenza di scrivere due parole contro il ministro della sicurezza nazionale. Dopo il video, non si può più dire: “Non è vero”. Al limite, si dice: “Se la sono cercata”. Però, sono pur sempre cittadini italiani e europei. Ostentare di trattarli così male, significa non avere riguardo nei confronti dei nostri governi e dei nostri paesi. Una leader sovranista lo capisce prima e meglio dei suoi seguaci. Tuttavia, i video di Ben-Gvir che maltratta e umilia i prigionieri sono un genere già consumato, solo che finora si trattava sempre di prigionieri palestinesi.

    In sintesi, Israele può maltrattare gli attivisti occidentali, ma non deve esibirlo in video. Oppure, può esibirlo in video, ma i maltrattati non devono essere occidentali. Ben-Gvir, per sue esigenze di propaganda elettorale, non ha saputo rispettare queste linee rosse. Così, il ministro degli esteri Saar e il primo ministro Netanyahu lo hanno rimproverato pubblicamente, oltre a lasciarlo al suo posto, dove detiene in custodia diecimila prigionieri palestinesi.

    Ho provato a mettermi nella posizione inflitta agli attivisti della Flotilla. Ho resistito pochi secondi, sentendo un forte dolore alla spalla sinistra. Quel maltrattamento non è solo simbolico. Essere messi in ginocchio, con le mani legate dietro la schiena e la faccia a terra, per un tempo prolungato, è una posizione molto scomoda e stressante per le ginocchia, la schiena, le spalle e i polsi. Le testimonianze di chi è tornato sono ancora più gravi. Riferiscono di pugni, calci, costole rotte, molestie sessuali. Maltrattamenti che, nell’insieme, fanno una tortura.

    Qualcuno, senza parole per esprimere uno straccio di giustificazione, si affida ai riflessi condizionati. Per esempio: “Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente”. Può darsi. Nel caso, si tratta di un’aggravante. I comportamenti che puoi aspettarti nei campi di prigionia dell’Isis, non puoi accettarli nelle prigioni di uno stato di diritto. Anche l’Italia è una democrazia. Questo non ha impedito la repressione violenta del movimento noglobal, l’assalto alla scuola Diaz, le torture di Bolzaneto.

    Dentro la condanna universale di Ben-Gvir, il nostro ministro degli esteri, Tajani, chiede alla UE sanzioni contro il ministro israeliano. È un passo avanti se consideriamo che l’Italia, in sede UE, ha sempre messo il veto a sanzioni contro Israele, comprese quelle contro Ben-Gvir. E ancora oggi, un retroscena del Corriere della Sera attribuiva al governo italiano una posizione contraria, con la scusa che le sanzioni mirate avrebbero rafforzato il leader estremista nella campagna elettorale israeliana.

    Però, la condanna universale e le sanzioni mirate, limitate al ministro della sicurezza nazionale, finiscono per fare di Ben Gvir il parafulmine del governo israeliano, il cui primo ministro è ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Ci si dovrebbe aspettare che l’Italia accetti la rottura del Trattato di associazione UE-Israele; riconosca lo stato di Palestina; si liberi da ogni rapporto di dipendenza in materia di cybersicurezza e di qualsiasi altro tipo, finché Israele non risolve in modo democratico e civile la questione palestinese.

    Non si tratta di assumere la posizione giusta sul piano politico e morale. Ma di prevenire e determinare i fatti. Il silenzio, l’indifferenza, l’accondiscendenza europea e italiana nei confronti di Israele, permettono al governo israeliano di alzare sempre il tiro: intercettare le flotille al largo delle coste europee, sparare proiettili di gomma, torturare gli attivisti, mostrare in video la loro umiliazione. Finora, il governo italiano e i governi europei non hanno messo limiti a Israele e Israele ha sempre aggravato la sua strategia della reazione sproporzionata. Anche nei confronti degli attivisti umanitari non violenti. Da quelli della Flotilla a quelli che si interpongono in Cisgiordania tra i palestinesi da una parte e l’esercito e i coloni dall’altra.

    Se gli attivisti della Flotilla sono stati trattati come abbiamo visto, possiamo immaginare come sono trattati i prigionieri palestinesi o gli stessi palestinesi “liberi” in Cisgiordania e a Gaza. Anzi no, non dobbiamo immaginarlo, perché il loro trattamento è ampiamente documentato nei rapporti delle associazioni umanitarie e degli organismi internazionali. Documenti che il nostro governo, i governi europei, le istituzioni europee, conoscono molto bene, ma scelgono di ignorare. La Flotilla, spesso accusata di essere solo una provocazione politica, è una provocazione sana, perché ha aperto uno squarcio di luce sulla brutalità del governo d’Israele e sull’ignavia del governo italiano e dei governi europei.

  • Le intercettazioni israeliane della Global Sumud Flotilla sono illegali

    Le intercettazioni israeliane della Global Sumud Flotilla sono illegali

    Le intercettazioni israeliane della Global Sumud Flotilla in pieno giorno, al largo di Cipro, sono un fatto semplice da descrivere e difficile da giustificare. Navi civili, in acque internazionali, sono state abbordate da forze armate di uno Stato che non esercita alcuna giurisdizione su quel tratto di mare. Nel diritto internazionale, questo si chiama violazione della libertà di navigazione. Tutto il resto, blocchi, manuali, risoluzioni, affiliazioni politiche, viene dopo.

    Eppure Israele e i suoi sostenitori tentano di costruire una cornice giuridica che renda l’operazione non solo comprensibile, ma addirittura legittima. È un esercizio fragile, che si regge su tre puntelli: il Rapporto Palmer del 2011, il Manuale di Sanremo del 1994, e la presunta affiliazione della Flotilla a Hamas. Nessuno dei tre, preso sul serio, regge il peso che gli si vuole attribuire.

    Il Rapporto Palmer viene spesso citato come se fosse una sentenza dell’Aja. Non lo è. È un documento redatto da un panel nominato dal Segretario generale dell’ONU, senza mandato giudicante e senza valore vincolante. Lo stesso rapporto chiarisce che non attribuisce responsabilità legali e che le sue conclusioni sono frutto di un compromesso politico.

    Il suo giudizio sulla “legittimità” del blocco di Gaza è stato contestato dall’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani, dalla Commissione d’inchiesta del Consiglio per i Diritti Umani, dal Comitato internazionale della Croce Rossa, da numerosi esperti di diritto internazionale. Tutti questi organismi hanno definito il blocco una forma di punizione collettiva, vietata dal diritto internazionale umanitario. Citare il Rapporto Palmer come fonte normativa significa ignorare la gerarchia delle fonti e la natura stessa del documento.

    Il Manuale di Sanremo è un testo di studio, non un trattato. Riassume il diritto consuetudinario applicabile ai conflitti navali, ma non crea obblighi. Anche assumendo, per ipotesi, che il blocco di Gaza sia legittimo, il Manuale impone condizioni precise: il blocco non può affamare la popolazione civile; deve permettere il passaggio degli aiuti essenziali; deve essere proporzionato; deve essere effettivo e non discriminatorio.

    La realtà documentata da ONU, Croce Rossa e ONG è opposta: gli aiuti vengono sistematicamente limitati, rallentati o respinti. Il blocco produce effetti devastanti sulla popolazione civile. È difficile conciliare tutto questo con i criteri di Sanremo.

    C’è poi un punto decisivo: anche un blocco legittimo non autorizza l’uso della forza in acque internazionali. L’intercettazione deve essere necessaria, proporzionata e legata a un rischio immediato. Abbordare una nave civile a centinaia di chilometri da Gaza non soddisfa nessuno di questi criteri.

    L’accusa secondo cui la Flotilla sarebbe “affiliata a Hamas” e la tesi che essa rappresenti un “successo propagandistico per Hamas” sono argomenti politici, non giuridici. Il diritto del mare non consente di fermare navi civili in acque internazionali sulla base di sospette simpatie politiche degli organizzatori, né sulla base di calcoli di opportunità strategica. La Global Sumud Flotilla è un’iniziativa internazionale, con partecipanti europei, parlamentari, attivisti e ONG. Anche se non lo fosse, il punto non cambierebbe: le opinioni politiche non autorizzano l’uso della forza contro civili.

    La Risoluzione 2803, adottata dal Consiglio di Sicurezza nel novembre 2025 all’indomani del cessate il fuoco a Gaza, nasce per dare legittimità al meccanismo di aiuti voluto dall’amministrazione Trump, il cosiddetto Board of Peace. Incoraggia l’uso di canali coordinati, ma non vieta missioni indipendenti, non conferisce a Israele poteri speciali e non modifica il diritto del mare. Soprattutto, non autorizza l’uso della forza contro navi civili. La Flotilla nasce proprio dal fallimento di quei canali “coordinati”, che la stessa risoluzione implicitamente riconosce come insufficienti.

    Anche ammettendo (senza concederle) tutte le premesse israeliane, blocco legittimo, organizzatori discutibili, canali ONU preferibili, resta un fatto che non si può aggirare: navi civili sono state abbordate con la forza in acque internazionali da uno Stato che non ha alcun titolo per farlo. È una violazione della libertà di navigazione. Una violazione del diritto internazionale. Un precedente pericoloso.

    L’abbordaggio in acque internazionali è già una violazione della libertà di navigazione. Ma ciò che è accaduto dopo è ancora più grave: la marina israeliana ha arrestato gli equipaggi della Flotilla, per essere deportati e detenuti in Israele. Le testimonianze degli attivisti arrestati nelle missioni precedenti, incluse quelle del settembre 2025 e di due settimane fa, oggetto di cause legali in corso, riferiscono di abusi fisici e psicologici.

    Israele esercita così poteri di polizia e di giurisdizione su civili stranieri che non si trovavano in territorio israeliano né in acque sotto il suo controllo. Effettua arresti extraterritoriali senza alcuna base giuridica riconosciuta. Procede a detenzioni come se quei civili fossero entrati illegalmente in Israele, quando in realtà sono stati portati in Israele contro la loro volontà. Nel diritto internazionale, questo configura una forma di sequestro extraterritoriale.

    L’arresto e la deportazione non sono quindi un effetto collaterale dell’abbordaggio: sono la prova che Israele ha esercitato un potere che non aveva, aggravando la violazione della libertà di navigazione con la violazione diretta dei diritti fondamentali delle persone coinvolte.

  • Il senso della Global Sumud Flotilla

    Il senso della Global Sumud Flotilla

    Giorgia Meloni ha condannato l’arrembaggio israeliano alla Global Sumud Flotilla in acque internazionali vicino all’isola di Creta e chiesto il rilascio immediato degli attivisti italiani fermati illegalmente. La posizione sorprende: nel settembre 2025 la stessa Meloni aveva definito la Flotilla irresponsabile e dannosa per le relazioni diplomatiche del suo governo con Israele.

    Durante la missione del 2025, la Flotilla era stata scortata per un lungo tratto dalla guardia costiera italiana, spagnola e turca. Questa volta la marina israeliana l’ha bloccata quasi subito, a mille chilometri da Gaza, in prossimità delle acque greche, dunque europee. L’Ue e i governi di Italia e Germania hanno condannato la violazione del diritto del mare e del diritto internazionale. Un atto di pirateria.

    Ciò nonostante, in serata, Meloni ha ribadito la sua posizione: non capisce il senso della Flotilla. L’argomento è sempre lo stesso: gli aiuti non raggiungono Gaza perché la marina israeliana li intercetta sistematicamente; meglio affidarsi ai canali ufficiali. I detrattori della Flotilla lo dicono senza mezzi termini: lo fate per propaganda, per mettervi in mostra, non per aiutare i palestinesi, e lo sapete anche voi, i vostri aiuti non arrivano a destinazione.

    L’argomento ignora i fatti. A Gaza è in corso una crisi umanitaria estrema: i palestinesi non riescono a nutrirsi, alcuni muoiono di fame, mancano medicine e strutture sanitarie. Non è un effetto collaterale della guerra, è una conseguenza diretta del blocco israeliano, che limita o impedisce l’ingresso degli aiuti anche durante la tregua, e blocca il passaggio alla fase 2, la ricostruzione.

    E i canali ufficiali non sono un’alternativa reale. Nell’agosto 2025 la ONG genovese Music for Peace aveva raccolto 240 quintali di cibo destinati a Gaza e li aveva inviati via terra attraverso la Giordania, seguendo tutte le procedure richieste. Al valico di Allenby, il COGAT israeliano ha negato l’ingresso: “non esiste un corridoio giordano”. Gli aiuti sono rimasti fermi sei mesi, finché la ONG non li ha distribuiti nei campi profughi in Giordania per evitare che deperissero. Sorte ignota, invece, per gli aiuti inviati dal governo italiano con l’operazione “Food for Gaza”, costata circa 30 milioni di euro. (Il Post)

    L’amministrazione americana, prima con Biden, ancora di più con Trump, copre questa politica. I governi europei da quasi tre anni assistono al genocidio dei palestinesi con indifferenza e impotenza: qualche dichiarazione critica, qualche riconoscimento simbolico dello Stato di Palestina, nessuna iniziativa capace di incidere. Israele resta membro associato dell’Ue e mantiene relazioni politiche, commerciali e militari con l’Europa, protette dal veto di Germania e Italia. Rispetto a Gaza, il governo italiano e i governi europei sono ancora più inutili della Flotilla, se non dannosi.

    Qui sta il senso della Global Sumud Flotilla. Non è solo un’operazione umanitaria: è un’operazione politica. Serve a rendere visibile ciò che i governi europei preferiscono ignorare: che Israele applica ai cittadini europei alcune delle stesse misure che applica ai palestinesi. Blocca la loro libertà di movimento, li sequestra, li trattiene contro la loro volontà, ne fa oggetto di soprusi e violenze. Serve a mobilitare l’opinione pubblica, la Flotilla di terra, e a ricordare che il genocidio dei palestinesi non è un fastidioso rumore di fondo: sono vite, non meno delle nostre.

    Così i governi europei, per salvare la faccia, devono prendere un’iniziativa, dire una parola chiara. Il rapporto tra Ue e Israele, e tra Europa e Stati Uniti, va sotto stress. Bene: è un rapporto complice, e deve costare. Sul lungo periodo, l’obiettivo è isolare Israele come fu isolato il Sudafrica, condizione necessaria per mettere fine all’Apartheid e oggi a un genocidio. Nell’immediato, una parziale apertura del blocco.

  • Il blocco navale israeliano di Gaza

    Il blocco navale israeliano di Gaza

    Da diciassette anni i due milioni di abitanti di Gaza vivono senza poter uscire dal loro territorio, senza poter commerciare liberamente e, da oltre due anni, senza nemmeno poter navigare. Il mare, che dovrebbe essere una via d’uscita, è diventato una barriera. Per Israele, il blocco navale serve a impedire il traffico di armi verso Hamas; per molti osservatori internazionali, è una forma di punizione collettiva che viola il diritto umanitario. La discussione non riguarda solo se il blocco sia legale, ma cosa significhi considerare “legale” una politica che affama un intero popolo.

    Palmer, un verdetto controverso

    La base giuridica del blocco risale al 2011, quando un gruppo d’inchiesta delle Nazioni Unite – la cosiddetta commissione Palmer, istituita dopo l’assalto israeliano alla flottiglia Mavi Marmara – concluse che il blocco navale imposto da Israele era “legittimo”.

    Secondo il rapporto, Israele aveva il diritto di difendersi dal lancio di razzi provenienti da Gaza e, applicando il Manuale di Sanremo sul diritto della guerra marittima, poteva limitare l’accesso al mare per motivi di sicurezza. Il panel considerava inoltre che Israele non occupasse più Gaza, poiché si era ritirato dal territorio nel 2005.

    Ma quella definizione di “non occupazione” è sempre stata contestata. Israele continua a controllare lo spazio aereo, i confini terrestri e le acque territoriali della Striscia. L’Egitto collabora al blocco dal lato sud, ma il controllo effettivo rimane israeliano.

    Per questo, già nel 2011, il Comitato internazionale della Croce Rossa e diverse agenzie dell’ONU avevano definito il blocco una punizione collettiva vietata dall’articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra. L’ONU stimava allora che il 70% della popolazione dipendesse dagli aiuti alimentari. Oggi la percentuale sfiora il 100%.

    La contraddizione di fondo è che una misura nata come difensiva è diventata un sistema di controllo totale. E la distanza tra legalità formale e legittimità morale si è allargata di anno in anno.

    Dopo il 7 ottobre 2023

    L’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023 ha riaperto una fase ancora più dura dell’assedio. Pochi giorni dopo, il ministro della Difesa Yoav Gallant annunciò: “Niente elettricità, niente cibo, niente carburante”. Da allora il blocco è diventato totale, non solo navale ma anche terrestre. Israele afferma di voler impedire il ritorno al potere di Hamas, ma il risultato è stato la distruzione quasi completa della Striscia di Gaza.

    A metà 2025, secondo i dati delle agenzie ONU, oltre 90% della popolazione soffre di insicurezza alimentare estrema. Il Programma alimentare mondiale parla apertamente di carestia indotta. Le epidemie si diffondono per la mancanza di acqua potabile, i sistemi sanitari sono collassati, e le poche navi che cercano di portare aiuti umanitari vengono respinte o sequestrate in mare aperto.

    Per Israele il blocco resta una misura militare legittima. Ma nel diritto internazionale umanitario il principio di proporzionalità vieta di colpire la popolazione civile per raggiungere obiettivi militari.

    Nel marzo 2024, una relazione del Consiglio dei diritti umani dell’ONU ha definito il blocco “una forma di persecuzione sistematica” che “contribuisce a creare le condizioni di un possibile genocidio”.

    Amnesty International e Human Rights Watch hanno espresso la stessa valutazione: la fame non è più una conseguenza della guerra, ma un suo strumento deliberato.

    La pesca impedita

    Fino al 2007, prima del blocco, la pesca era una delle principali fonti di reddito di Gaza. Oltre diecimila pescatori garantivano quasi quattromila tonnellate di pesce all’anno.

    Con l’inizio del blocco israeliano, le zone di pesca sono state ridotte progressivamente da venti a tre miglia nautiche, poi vietate del tutto dopo il 2023.

    Secondo il sindacato locale, nel 2025 più del 90% dei pescherecci è distrutto o inservibile, e almeno quindici pescatori sono stati uccisi dalla marina israeliana.

    Chi prova a salpare rischia di essere colpito o arrestato. Anche le imbarcazioni che trasportano aiuti vengono intercettate prima di raggiungere le acque di Gaza.

    Il mare, un tempo spazio di lavoro e libertà, è diventato il simbolo dell’assedio. È la frontiera che si può guardare ma non attraversare, la promessa di un altrove irraggiungibile.

    Il blocco navale, formalmente difensivo, ha finito per trasformarsi in un meccanismo di isolamento totale: nessuno entra, nessuno esce, nemmeno per pescare.

    Una zona grigia giuridica

    Il caso di Gaza mostra quanto fragile possa essere la linea che separa la giustificazione della sicurezza dalla punizione collettiva. Il Rapporto Palmer, che nel 2011 sembrava stabilire un equilibrio tra diritto alla difesa e tutela dei civili, oggi appare come il punto d’origine di una zona grigia giuridica in cui tutto è consentito in nome della sicurezza.

    Ma il diritto internazionale nasce proprio per limitare il potere degli Stati in guerra, non per giustificarlo.

    Nel lessico legale, il blocco di Gaza continua a essere “discutibile ma non illegale”. Nella realtà, è diventato la negazione stessa del diritto alla vita.

    Le navi che cercano di portare aiuti vengono fermate; i pescatori vengono uccisi; il mare resta vietato.

    È la dimostrazione che la legalità, da sola, non basta a salvare lo spirito della legge, e che un popolo può essere affamato anche dentro le regole.

    Dal diritto del mare alla guerra navale: perché le navi dirette a Gaza vengono fermate in acque internazionali

    La posizione ufficiale israeliana sulla legalità dell’intercettazione di navi dirette a Gaza si fonda sulla distinzione tra il diritto del mare in tempo di pace e quello in tempo di guerra. Secondo Israele, la Global Sumud Flotilla – il convoglio umanitario intercettato a ottobre 2025 – rientra nella seconda categoria.

    Israele richiama il Manuale di Sanremo (1994), che regola la condotta dei conflitti armati in mare e consente il blocco navale di un territorio nemico, purché “efficace” e notificato alla comunità internazionale. In base a questo principio, sostiene che una nave diretta a Gaza possa essere fermata anche in acque internazionali se “intende violare” il blocco, in vigore dal 2009. È la logica con cui le unità della marina israeliana hanno abbordato la Flotilla a circa 70 miglia dalla costa, ben oltre le acque territoriali.

    Le organizzazioni umanitarie e la maggior parte dei giuristi contestano questa interpretazione, appellandosi alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS, Montego Bay 1982). La Convenzione tutela la libertà di navigazione in alto mare e ammette l’abbordaggio di navi straniere solo in casi specifici – come pirateria o tratta di esseri umani – non per “intenti presunti”. Per molti esperti, il blocco israeliano viola l’articolo 87 dell’UNCLOS e costituisce una forma di punizione collettiva, vietata dall’articolo 33 della IV Convenzione di Ginevra.

    La cautela europea

    Nel mezzo di questa disputa legale si inserisce la cautela europea. Le fregate Alpino (italiana) e Furor (spagnola) hanno scortato la flotilla solo fino a circa 150 miglia da Gaza, poi si sono fermate. Roma e Madrid hanno parlato di “monitoraggio umanitario”, ma hanno evitato di entrare nella zona di interdizione israeliana per non rischiare incidenti con un paese alleato. È il limite della politica europea: sostenere gli aiuti umanitari, senza mettere in discussione il blocco. Lo stesso ha fatto la Turchia.

    Il risultato è un mare chiuso: Israele rivendica la legalità del blocco, ma a Gaza continua a essere negato il diritto più elementare, quello alla sopravvivenza.

  • Freedom la seconda Flotilla

    Freedom la seconda Flotilla

    La seconda Flotilla diretta a Gaza, organizzata dalla Freedom Flotilla Coalition (FFC), ha tentato in modo coordinato di sfidare il blocco navale israeliano, per portare aiuti umanitari e dare visibilità alla crisi alimentare e sanitaria nella Striscia. È partita con obiettivi chiari: consegnare cibo, medicinali e attrezzature mediche, e documentare la catastrofe umanitaria causata da due anni di guerra e assedio totale. Ma, come la precedente, le è stato impedito di arrivare a destinazione.

    Il convoglio principale, composto da una decina di imbarcazioni e circa 70 attivisti, è salpato dal porto di San Giovanni Li Cuti, a Catania (Sicilia), il 27 settembre 2025, dopo un ritardo tecnico. In totale, la Freedom Flotilla comprendeva circa 150 volontari da 25 paesi, a bordo di nove navi tra cui la Conscience, dedicata a giornalisti e operatori sanitari. L’iniziativa si è però trovata a operare in un momento di particolare saturazione mediatica: si è sovrapposta alla Global Sumud Flotilla, lanciata a fine agosto dai porti di Spagna, Italia, Grecia e Tunisia con oltre 50 barche e la partecipazione di Greta Thunberg, e ha coinciso con l’annuncio del cosiddetto “piano di pace Trump”, che ha monopolizzato la scena diplomatica.

    Il risultato è stato un’azione meno visibile, ma non meno significativa.

    L’intercettazione in acque internazionali

    L’IDF ha intercettato la seconda flottiglia l’8 ottobre 2025, a circa 120 miglia nautiche da Gaza, in acque internazionali. Le forze israeliane hanno disturbato le comunicazioni radio, poi hanno abbordato almeno due navi del convoglio, sequestrando l’intero equipaggio e i suoi beni. Tutti gli attivisti sono stati trasferiti forzatamente verso il porto israeliano di Ashdod. L’operazione è stata descritta dagli organizzatori come un “attacco violento” e una “violazione del diritto internazionale”, in continuità con quanto avvenuto pochi giorni prima contro la Sumud.

    Le nove imbarcazioni risultano tuttora sequestrate. Gli aiuti umanitari – stimati in centinaia di migliaia di dollari, tra cibo, forniture mediche e attrezzature – sono stati confiscati. In base a precedenti simili, parte del carico potrebbe essere stata redistribuita tramite canali israeliani o agenzie ONU, ma senza consegna diretta a Gaza. Il resto, secondo la FFC, è probabilmente distrutto o trattenuto.

    Abusi e detenzioni

    Dopo l’intercettazione, i 145 volontari – tra cui medici, infermieri, giornalisti e parlamentari – sono stati arrestati, detenuti e interrogati in Israele. Tutti erano disarmati e impegnati in attività umanitarie.

    Secondo le testimonianze raccolte da Adalah – The Legal Center for Arab Minority Rights in Israel e dalla Freedom Flotilla Coalition, gli attivisti hanno subito abusi fisici e psicologici sistematici durante l’abbordaggio e la detenzione, tra l’8 e il 12 ottobre 2025.

    Durante l’intercettazione, molti sono stati colpiti, strattonati per i capelli o costretti a inginocchiarsi per ore sotto il sole, con le mani legate dietro la schiena. Diversi riferiscono di essere stati insultati o umiliati, costretti a ripetere frasi di fedeltà a Israele o denigrazione dei propri paesi d’origine.

    Nei centri di detenzione di Ktzi’ot e Shikma, gli abusi sono proseguiti: condizioni disumane, accesso limitato ad acqua e cibo, assenza di assistenza legale per almeno 20 persone, e interrogatori con minacce di detenzione indefinita. Alcuni attivisti – tra cui Huwaida Arraf, palestinese-americana, Zohar Chamberlain Regev, israelo-tedesca, e Omer Sharir, israeliano – hanno reagito con uno sciopero della fame.

    Particolarmente grave l’episodio che coinvolge la deputata europea Mélissa Camara, di origine africana, che ha subito insulti razzisti e violenze verbali. Nove cittadini francesi, tra cui Isaline Choury, 82 anni, sono stati costretti a firmare documenti falsi ammettendo un “ingresso illegale in Israele” per evitare la detenzione prolungata.

    Entro il 12 ottobre, tutti i volontari sono stati liberati senza accuse formali e deportati, principalmente verso Giordania e Turchia. Nessuno risulta oggi in stato di fermo o in condizioni critiche, ma molti hanno descritto l’esperienza come traumatica. Le ONG coinvolte parlano di violazioni dei diritti umani e del diritto marittimo internazionale, e denunciano l’impunità sistemica concessa a Israele per atti simili.

    Ondata dopo ondata

    Nonostante l’intercettazione e gli abusi, la Freedom Flotilla Coalition ha annunciato che le missioni continueranno. Le definisce “wave upon wave”, ondata dopo ondata, per sottolineare una strategia di persistenza nonviolenta contro il blocco di Gaza.

    Dal 2008 la FFC organizza missioni navali con volontari civili. Tra il 2023 e il 2025 ha già lanciato iniziative come Break the Siege, Handala e la Sumud Flotilla, tutte intercettate, ma decisive nel mantenere viva l’attenzione internazionale. Gli attivisti ripetono che “ogni missione fallita è un successo morale”, perché riaccende la consapevolezza dell’assedio e costringe l’opinione pubblica mondiale a guardare verso Gaza.

    Gli organizzatori della Sumud, alleati con la FFC, hanno promesso di “continuare a navigare finché Gaza non sarà libera”. È una determinazione che non si ferma davanti ai sequestri, alle detenzioni o ai maltrattamenti, e che oggi – dopo due flottiglie intercettate in meno di dieci giorni – appare come la forma più visibile di disobbedienza civile internazionale contro l’assedio.

  • Gli abusi sugli attivisti della Flotilla

    Gli abusi sugli attivisti della Flotilla

    Gli attivisti della Global Sumud Flotilla, un convoglio umanitario internazionale partito per rompere il blocco navale israeliano su Gaza e consegnare aiuti alla popolazione, sono stati intercettati dalle forze israeliane in acque internazionali, sequestrati e detenuti per diversi giorni in Israele prima di essere espulsi.

    Le testimonianze degli abusi

    Dopo il rilascio, diversi attivisti hanno denunciato trattamenti duri e umilianti da parte delle autorità israeliane: abusi fisici, privazioni e umiliazioni psicologiche.

    L’attivista climatica svedese Greta Thunberg è stata rinchiusa in una cella infestata da cimici, con cibo e acqua insufficienti che hanno causato disidratazione e eruzioni cutanee sospette. È stata costretta a rimanere seduta a lungo su superfici dure, trascinata per i capelli e spinta a tenere e baciare una bandiera israeliana per scatti propagandistici.

    Tra gli italiani, Cesare Tofani ha parlato di un trattamento “terribile”, con molestie da parte di esercito e polizia. Saverio Tommasi ha denunciato il rifiuto di medicine e un trattamento “come scimmie”, con scherni e umiliazioni. Paolo De Montis ha descritto ore in ginocchio su un furgone con mani legate dietro la schiena, schiaffi e minacce con cani e puntatori laser. Lorenzo D’Agostino ha segnalato furti di beni personali e denaro.

    Le sorelle malesi Heliza e Hazwani Helmi hanno definito il trattamento “brutale e crudele”: tre giorni senza cibo, acqua bevuta dal water, malati ignorati.

    Attivisti svizzeri e spagnoli hanno denunciato percosse, privazione del sonno, reclusione in gabbie e insulti, con giornalisti come Carlos de Barron e Nestor Prieto costretti a firmare dichiarazioni in ebraico senza traduzione né assistenza consolare. Anche attivisti australiani hanno parlato di “trattamenti degradanti”, con torsione delle braccia e offese razziste.

    La risposta israeliana

    Il Ministero degli Esteri israeliano ha definito le accuse “menzogne sfacciate”, sostenendo che i diritti dei detenuti siano stati pienamente rispettati e che nessuno abbia presentato reclami formali durante la detenzione.

    Diversamente, il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir ha espresso orgoglio per il trattamento severo, definendo gli attivisti “sostenitori del terrorismo” che meritavano di essere trattati “come i prigionieri di Ketziot”.

    La reazione dei sostenitori di Israele

    Le reazioni pro-Israele sono state prevalentemente difensive e minimizzanti. Le testimonianze di abusi sono state derise o liquidate come propaganda, mentre l’attenzione è stata spostata sulla legittimità dell’intercettazione e sui presunti legami con Hamas.

    In questa logica, i maltrattamenti sono percepiti come “normali” o “minimali”, una risposta proporzionata a chi “sapeva a cosa andava incontro”. È una doppia negazione: le accuse sarebbero false, ma anche vere e irrilevanti.

    Una strategia che serve a preservare l’immagine di Israele, screditando le voci critiche e normalizzando l’abuso come componente della sicurezza.

    Cosa dice il diritto internazionale

    Il diritto internazionale non ammette deroghe simili, nemmeno in contesti di conflitto.

    Le Convenzioni di Ginevra (IV, 1949) e i Protocolli aggiuntivi impongono il rispetto della dignità dei civili detenuti: accesso a cibo, acqua, cure e divieto assoluto di trattamenti degradanti.

    La Convenzione contro la Tortura (1984) e il Patto sui Diritti Civili e Politici (1966) vietano anche privazioni “minime” se inflitte deliberatamente, come il cibo scarso o le celle insalubri.

    L’intercettazione di navi umanitarie disarmate in acque internazionali può violare la libertà di navigazione (UNCLOS, 1982). E sebbene il Palmer Report del 2011 abbia ritenuto legale il blocco israeliano in astratto, l’uso della forza contro civili umanitari resta ingiustificato.

    Organizzazioni come Amnesty International e FIDH hanno definito l’abbordaggio della Global Sumud Flotilla “illegale” e “intimidatorio”. Per l’ICRC, un’azione simile non è giustificabile dall’articolo 51 della Carta ONU se non esiste minaccia armata immediata.

    Nel complesso, i trattamenti descritti configurano violazioni multiple del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani, anche se Israele le nega.

    Il comportamento del governo italiano

    Il governo Meloni ha mantenuto una posizione passiva e allineata con Israele, limitandosi all’assistenza consolare di base per i circa 20-30 cittadini italiani a bordo, tra cui quattro parlamentari.

    Meloni ha pubblicamente definito gli attivisti “irresponsabili”. La marina italiana ha interrotto il tracciamento della Flotilla a 150 miglia da Gaza, ancora in acque internazionali. Il rimpatrio degli italiani è avvenuto grazie a un aereo turco, non su iniziativa del governo italiano, lasciando chi non poteva pagarsi il viaggio in una situazione di rischio prolungato.

    È stata una gestione coerente con la linea di pieno allineamento a Israele, anche a costo di abbandonare cittadini italiani in condizioni di abuso.

    La tutela dal basso

    La protezione più tangibile è arrivata dalla società civile, l’equipaggio di terra.

    Dalla sera di mercoledì 1° ottobre, subito dopo l’intercettazione, si sono accese proteste spontanee in molte città italiane, culminate nello sciopero generale del 3 ottobre e nella manifestazione nazionale a Roma del 4 ottobre, con oltre un milione di partecipanti.

    Sindacati come CGIL, USB, CUB e SGB, insieme a movimenti pro-Palestina e opposizioni politiche, hanno costruito una rete di pressione che ha accelerato le liberazioni e amplificato il caso a livello internazionale.

    Lo sciopero ha costretto il governo a reagire pubblicamente: Salvini ha denunciato la “guerra politica”, mentre Schlein e Conte hanno accusato Roma di complicità. Le conferenze stampa dei parlamentari liberati e la copertura dei media hanno trasformato la vicenda in un simbolo politico e morale, rilanciato da vignette e slogan come “I did it my wave”.

    Non ha fermato l’intercettazione né avviato indagini ONU, ma ha riempito il vuoto lasciato dalle istituzioni, offrendo tutela attraverso visibilità, solidarietà e mobilitazione.

  • Tre dubbi retorici sulla Flotilla

    Dubbi sulla Flotilla

    L’Avvenire ha ospitato i “tre dubbi scomodi” di Davide Rondoni sulla Global Sumud Flotilla. Cioè, su chi – a suo dire – intenda usare il dolore altrui “per farsi bello e giusto a basso costo”. 1) Se davvero si vogliono portare aiuti umanitari, si usano canali sicuri, non un azzardo incerto. 2) Se invece si vuole provocare uno dei contendenti, si rischia di appoggiare l’altro (Hamas, Iran). 3) Vale allora la differenza tra la testimonianza umanitaria dei cristiani di Gaza, che restano accanto ai più fragili, e l’atto politico della Flotilla, che – rischiando di favorire le dittature – userebbe l’aspetto umanitario.

    I tre dubbi, più che scomodi, sono retorici: tre affermazioni critiche e contrarie all’iniziativa della Flotilla.

    Il primo dubbio ignora che la Global Sumud Flotilla ha tentato entrambe le strade: la consegna via mare, forzando un blocco illegale, e quella via terra, negoziando attraverso il ministero degli Esteri italiano un corridoio umanitario sicuro. Entrambi i tentativi sono falliti. Il primo perché l’IDF ha assaltato le navi ancora in acque internazionali; il secondo perché Israele ha voluto escludere dalla consegna gli alimenti più nutrienti ed energetici. Se i canali sicuri funzionassero, non ci sarebbe la carestia a Gaza. Quei canali esistono solo se chi detiene il potere li concede. Per Gaza non sono concessi: gli aiuti passano col contagocce e vengono usati come arma di guerra. Chiedere agli attivisti di usare “canali sicuri” significa, in pratica, chiedere loro di non agire affatto.

    Il secondo dubbio rovescia la prospettiva della provocazione. Nel diritto, la provocazione è l’atto ingiusto che attenua la colpa di chi reagisce in stato d’ira. Ma tentare di forzare un blocco illegale per consegnare cibo e medicinali non è un atto ingiusto. Rovesciare i ruoli – chi rompe un blocco illegittimo sarebbe il provocatore, chi lo mantiene sarebbe provocato e legittimato a reagire – è lo schema con cui i regimi criminalizzano la disobbedienza civile. Valeva per i Freedom Riders negli Stati Uniti segregazionisti, vale per chi aiutava i migranti nei Balcani, vale per la Flotilla. Essere strumentalizzati è il rischio di ogni iniziativa politica. La lotta contro la guerra in Vietnam poteva favorire l’Unione Sovietica: era forse un buon motivo per rassegnarsi a quella guerra? Gli stessi dubbi di Rondoni possono risultare favorevoli a Israele o al governo Meloni, eppure lui li esprime lo stesso.

    Il terzo dubbio è un falso dilemma. I cristiani di Gaza, che restano per assistere la popolazione e rifiutano l’esilio forzato, compiono certamente un atto umanitario che ha valore politico. Allo stesso modo, la Flotilla che disobbedisce a un blocco illegittimo compie un atto politico che ha valore umanitario. In un contesto di guerra e genocidio, il politico e l’umanitario si intrecciano. Chi si oppone a chi pretende di decidere della vita e della morte altrui, agisce insieme sul piano politico e su quello umanitario. Bene, dunque, i cristiani di Gaza; bene gli attivisti della Flotilla.

    Questi ultimi, organizzando e conducendo una piccola flotta di barche a vela attraverso il Mediterraneo, si sono esposti fisicamente al rischio di essere uccisi, feriti, torturati, reclusi, e di perdere tutto il loro materiale. Oggi molti di loro sono prigionieri nelle carceri israeliane. Se si sono “fatti belli e giusti”, non è certo a basso costo.

    A che pro? A rendere evidente l’arbitrio israeliano nelle acque internazionali e in quelle di Gaza. A mostrare come Israele eserciti il potere illegittimo di fermare con la violenza l’afflusso di aiuti di prima necessità. A obbligare le istituzioni e i governi europei a uscire dall’inerzia, a prendere posizione o ad assumersi la responsabilità della propria complicità. E infine, a mobilitare la società civile: in Italia, da mercoledì sera, le città sono attraversate da scioperi e manifestazioni.

  • La Flotilla e la memoria di Genova

    La Flotilla e la memoria di Genova

    Qualcuno ha paragonato la Global Sumud Flotilla del 2025 al movimento noglobal del 2001 con un’accusa odiosa: “oggi come allora cercano il morto”. Non contro chi uccide, ma contro chi si espone.

    Al G8 di Genova Berlusconi valutò di isolare i potenti in una nave al largo del porto, ma Bush jr respinse l’idea perché sarebbe sembrata un segno di debolezza. L’idea fu poi seguita negli anni successivi, organizzando il G8 in luoghi irraggiungibili. Ma nel 2001 prevalse ancora la prova di forza: una zona rossa nel cuore della città, blindata dalle forze dell’ordine.

    Con una pubblica “dichiarazione di guerra all’impero”, le tute bianche annunciarono che avrebbero cercato di violarla. Non si trattava di un atto violento, ma di un’azione simbolica, come già avvenuto in altre occasioni concordate con la polizia. L’idea aveva un senso: proporre una pratica non distruttiva a chi, giovane e arrabbiato, poteva essere tentato dalla violenza dei blocco nero.

    Personalmente ero contrario. Si camminava sul filo del rasoio di fronte a un governo inaffidabile, con dentro una componente che voleva la repressione. Gianfranco Fini sedeva nella “cabina di regia” delle forze dell’ordine, che si rivelarono “mal coordinate” ma spietate.

    Il movimento non voleva il morto. Una parte del governo e della sua opinione pubblica, sì. Il ministro dell’interno autorizzò a sparare. Sui giornali di destra e nei forum della prima internet si incitava all’uso delle armi.

    Il 20 luglio 2001 Carlo Giuliani fu ucciso. Centinaia di manifestanti pacifici furono pestati selvaggiamente, mentre i black bloc devastavano la città indisturbati.

    Non si trattò solo della gestione violenta di una immensa piazza. A bocce ferme successe altrettanto. La notte, alla scuola Diaz, pacifici manifestanti furono aggrediti nel sonno e pestati a sangue dalla polizia in quella che un poliziotto definì “una macelleria messicana”. I manifestanti arrestati furono torturati per giorni nella caserma di Bolzaneto.

    Il New York Times parlò della “più grande sospensione dei diritti civili in un paese occidentale dopo la Seconda guerra mondiale”. A 24 anni di distanza, la ferita è ancora aperta.

    La Flotilla si trova in una situazione paragonabile solo per un aspetto: anche oggi la controparte è inaffidabile. Netanyahu, in due anni, ha mostrato di poter oltrepassare ogni linea rossa: ha colpito civili palestinesi, giornalisti, operatori umanitari, funzionari ONU, persino stati sovrani.

    Non è un’ipotesi astratta. Il 31 maggio 2010, l’IDF abbordò la Freedom Flotilla diretta a Gaza: nove attivisti furono uccisi subito, un decimo morì dopo mesi di coma.

    Per questo, pur criticando le proposte di mediazione dell’Italia – che ignorano il diritto internazionale e tacciono sul blocco illegale di Gaza – non pretendo che la Flotilla vada fino in fondo. Capisco chi vuole proseguire e chi vuole ritirarsi.

    Hanno già fatto molto e potranno fare ancora tanto. Qualunque scelta compiano, la mia ammirazione e solidarietà rimane intatta.

  • L’appello di Mattarella alla Flotilla

    L'appello di Mattarella alla Flotilla

    L’appello di Sergio Mattarella alla Flotilla si distingue dalle dichiarazioni di Giorgia Meloni per tono, registro e contenuti. Il presidente nomina la catastrofe umanitaria di Gaza e, così facendo, critica implicitamente Israele e riconosce il valore solidale dell’iniziativa. Si rivolge ai partecipanti con rispetto: «Mi permetto di rivolgermi con particolare intensità alle donne e agli uomini della Flotilla», scrive, chiedendo loro di accettare la mediazione del patriarcato di Gerusalemme per tutelare la propria incolumità e far giungere gli aiuti a Gaza in sicurezza. È un discorso elegante, persino opposto rispetto agli ordini e alle offese della presidente del Consiglio.

    Ma resta un nodo irrisolto: come può lo Stato italiano proteggere i propri cittadini in acque internazionali e, allo stesso tempo, preservare il rapporto con un alleato che li attacca? Come può ribadire il diritto del mare e contestare un blocco illegale senza aprire un conflitto con Israele? Né le parole diplomatiche di Mattarella né quelle truculente di Meloni affrontano questo dilemma.

    In modo raffinato, Mattarella sposta comunque sulla Flotilla la responsabilità di evitare lo scontro. Come ha riassunto Maria Elena Delia, portavoce della missione: «Non possiamo chiedere a Israele di non attaccarvi, chiediamo a voi di scansarvi». Il presidente avrebbe potuto premettere che Israele non può colpire cittadini italiani in acque internazionali e ricordare che il blocco di Gaza è illegale.

    Nel discorso di Capodanno 2023, parlando dell’Ucraina, Mattarella disse: «La responsabilità ricade interamente su chi ha aggredito e non su chi si difende o su chi lo aiuta a difendersi». Esprimeva così il principio del rifiuto del precedente. Ora, per la libera navigazione e per la tutela del diritto umanitario, quel principio non merita di essere ribadito? Se i droni contro i nostri cittadini in mare fossero russi, lo accetteremmo?

    Rivolgendosi solo alla vittima potenziale, il messaggio implicito diventa: “Voi siete l’unica parte su cui possiamo esercitare un’influenza per evitare il disastro. A voi chiediamo un passo indietro”. Il comportamento di Israele, invece, è trattato come un dato di natura: la sua “prevedibile reazione violenta” viene normalizzata e accettata come un confine invalicabile dell’azione politica.

    Colpisce l’assenza di un richiamo al diritto internazionale, in particolare all’illegittimità degli attacchi in acque internazionali. È una mancanza grave dal punto di vista della tutela dei cittadini. Anche volendo evitare uno strappo con Israele e Stati Uniti, non può essere solo l’Italia a farsi carico della salvaguardia dell’alleanza: se siamo alleati e non subalterni, l’onere deve essere condiviso.

    Il presidente offre alla Flotilla una corona d’alloro morale in cambio del suo ritiro dalla linea del fuoco: una via d’uscita onorevole, ma al prezzo di accettare che la legge del più forte prevalga sul diritto internazionale. Quanto alla mediazione, va ricordato che il patriarcato di Gerusalemme può impegnarsi a consegnare gli aiuti ma non garantirne l’ingresso, perché Israele blocca gran parte dei carichi ai valichi.

    Al porto di Genova: dieci container con 300 tonnellate di cibo raccolto da Music for Peace restano bloccati da settimane. Perché? Israele e i suoi intermediari hanno chiesto che venissero tolti dai pacchi biscotti, miele, marmellate e altri alimenti ad alto valore energetico, imponendo anche ai volontari di pagare lo smaltimento e il trasporto aggiuntivo. Condizioni «irricevibili», come le ha definite la ong, che ha preferito bloccare la trattativa piuttosto che accettare di trasformarsi in complice di un meccanismo che affama Gaza.

    Non è un episodio isolato: i divieti sui datteri perché considerati “cibo di lusso” o sulle patate perché “si conservano troppo a lungo” mostrano come Israele stia usando la fame in modo deliberato, burocratico, scientifico. E se l’Europa e l’Italia accettano queste regole, pur di far arrivare qualche briciola, finiscono per legittimare l’arma più crudele. In queste condizioni, la mediazione meglio intenzionata rischia di ridursi a un inganno per l’opinione pubblica.