
La Flotilla non rappresenta una minaccia materiale per la marina israeliana, né ha la capacità reale di sfondare il blocco navale di Gaza. Infatti, è accusata dai suoi detrattori di essere inutile e propagandistica. Allora, perché gli abbordaggi violenti in acque internazionali, i sequestri dell’equipaggio, le deportazioni in Israele, i maltrattamenti, le torture? A cosa serve l’uso illegale e sproporzionato della forza contro una innocua iniziativa di disobbedienza civile?
Una risposta la si può cercare nella politica interna israeliana dominata da una coalizione di partiti di estrema destra in concorrenza tra loro. Può aiutare un parallelo con l’Italia del 2018-19, quando l’allora ministro dell’interno Matteo Salvini si esibiva nella contrapposizione alle ONG e, in un paio di casi addirittura alle navi della Guardia costiera, impedendo lo sbarco a centinaia di profughi, sequestrati di fatto, con giustificazioni retorico-militari: la difesa dei confini nazionali. Il governo israeliano di estrema destra reprime la Flotilla, per mandare un segnale di fermezza e risolutezza alla parte peggiore o più impaurita della società israeliana, specie nell’anno delle elezioni politiche, in scadenza a ottobre 2026.
La repressione è di per sé una strategia di comunicazione. Trattare degli attivisti come fossero criminali comunica la loro criminalizzazione: sono terroristi. Di conseguenza, lo schieramento di riflesso di quella parte dell’opinione pubblica interna e internazionale che riconosce l’autorità del più forte. La parte di opinione pubblica su cui punta il governo di Israele. Questa comunicazione vorrebbe essere deterrente nei confronti degli stessi attivisti della Flotilla, attuali e futuri. Se ci riproverete, su quelle navi non farete una gita umanitaria, finirete pestati e torturati in un carcere militare. La Flotilla, in effetti, vuole mostrare la brutalità del blocco israeliano di Gaza e Israele la mostra. Qualcuno dice: sanno a cosa vanno incontro. Vanno incontro alla realtà che i palestinesi vivono tutti i giorni e da cui non possono fuggire. La constatazione però ha un sottotesto normalizzante. Bisogna anche sapere che quella cosa a cui vanno incontro è inamissibile.
La strategia della deterrenza israeliana, nella sua forza brutale, è politicamente debole. A ogni nuova spedizione, la Flotilla è più grande di prima. L’uso sproporzionato della forza non risolve il conflitto di Israele neppure con i suoi nemici militari. Per quanto l’IDF colpisca duro e distrugga tutto, Hamas ed Hezbollah continuano a combattere. Eppure, Israele insiste nella reazione distruttiva, anche se non è mai un punto e basta, ma sempre un punto e a capo. La deterrenza israeliana non è la deterrenza occidentale che persegue la pace permanente o la dissuazione definitiva.
La strategia di deterrenza israeliana ha le sue le radici nella dottrina del “Muro di Ferro” teorizzata da Ze’ev Jabotinsky negli anni ’20 del Novecento e interiorizzata da tutti i governi successivi. Suo presupposto è che i nemici di Israele, che si tratti di stati o di movimenti asimmetrici, non accetteranno mai l’esistenza dello Stato ebraico. Di conseguenza, la pace o il compromesso politico sono considerati illusioni pericolose. L’unico modo per sopravvivere è costruire un “muro” di potenza militare così spaventoso e brutale da costringere il nemico, di volta in volta, a desistere temporaneamente per sfinimento. Israele non applica la forza per risolvere il conflitto, ma per gestirlo, una strategia che l’IDF a Gaza 2008-2014 ha cinicamente chiamato “tosare l’erba”. L’erba ricrescerà (la Flotilla tornerà, Hamas si riarmerà); l’obiettivo è solo comprare tempo tra un ciclo di violenza e l’altro.
Quando la deterrenza fallisce, come è clamorosamente fallita con il tragico attacco del 7 ottobre o come fallisce politicamente con ogni nuova Flotilla, la leadership israeliana non deduce che la strategia sia sbagliata. Al contrario, deduce che non è stata applicata abbastanza forza. La risposta automatica del sistema è l’escalation. Se il nemico non ha paura, significa che dobbiamo distruggere di più, colpire più duramente, essere ancora più intransigenti per “ripristinare” quella paura. È un ciclo logico chiuso che si autoalimenta, dove il fallimento della forza diventa la giustificazione per usare ancora più forza.
La Flotilla cresce? L’isolamento internazionale aumenta? Per i decisori israeliani, questi sono “costi collaterali” accettabili se paragonati a quello che considerano il pericolo supremo: mostrare vulnerabilità. Nella dura realtà del Medio Oriente, la leadership israeliana è convinta che qualsiasi concessione, lasciar passare una nave umanitaria, mostrare flessibilità nei blocchi, verrebbe interpretata da attori più pericolosi, l’Iran o le milizie sciite regionali, come un segno di debolezza. Israele preferisce essere condannato e isolato dal mondo, salvo gli Stati Uniti, per una reazione sproporzionata, piuttosto che essere percepito come “debole” dai suoi nemici esistenziali.
Proporre una soluzione politica al conflitto, la fine dell’occupazione, la soluzione a due Stati, l’apertura reale di Gaza, richiederebbe un capitale politico e concessioni territoriali che l’elettorato israeliano, composto ormai anche da centinaia di migliaia di coloni, rifiuta categoricamente. L’uso sproporzionato della forza è una risposta facile per la politica interna. È immediata. Appaga il desiderio di sicurezza e vendetta dell’opinione pubblica nazionale. Permette ai leader, come Benjamin Netanyahu, Bezalel Smotrich, Itamar Ben-Gvir, di presentarsi come i duri difensori della nazione senza dover fare i conti con la complessità di un vero processo di pace. Israele insiste con qualcosa che non risolve il conflitto, perché ha rinunciato all’idea di poterlo risolvere. La violenza sproporzionata è diventata il fine, non il mezzo. Uno strumento di controllo permanente per mantenere uno status quo dove l’alternativa politica è considerata troppo rischiosa o ideologicamente inaccettabile.
Come inaccettabile è un principio di realtà: lo “stato ebraico” è rifiutato perché si è fondato sull’espropriazione e sull’espulsione dei palestinesi. Una pratica tuttora in corso. La Nakba fu un crimine, ma i crimini fondativi degli stati tendono a consolidarsi quando smettono di produrre nuove vittime. Nel 1967, occupando i Territori Palestinesi, Israele ha invece riaperto e rilanciato la questione palestinese, trasformando un fatto compiuto in un processo attivo e permanente. Se Israele rinuncia a risolvere il conflitto, per limitarsi a gestirlo, rimane senza prospettiva. La sola mancanza di prospettiva genera violenza. La strategia del Muro di Ferro scarica sulle future generazioni israeliane un’eredità terribile, che potrebbe risolversi nel loro disastro.
Lo stesso disastro che si è abbattuto e si abbatte sulle generazioni palestinesi. Ma finché si tratta di palestinesi, ignoriamo la forma dello stillicidio e ci preoccupiamo per la forma del grande massacro, ma di fatto non facciamo nulla, o peggio continuiamo a offire a Israele copertura diplomatica, accordi commerciali e relazioni di partnership. Dato che i corpi dei palestinesi non valgono, anche se la metà sono bambini, arriva la Flotilla a mettere in gioco i corpi degli europei, a mobilitare l’opinione pubblica europea, in modo che i governi europei, almeno per salvare la propria dignità, debbano dire e fare qualcosa.








