Redistribuire gli studenti stranieri nelle classi può essere un’idea sensata, se serve a favorire l’integrazione e l’apprendimento dell’italiano. Del resto, dal 2010 esiste una circolare ministeriale che indica un limite del 30% di presenza straniera per classe.
Ma un’idea sensata può diventare un’arma di propaganda, come si è visto nel comizio con cui Giorgia Meloni ha chiuso Fenix, la festa della gioventù nazionale di Fratelli d’Italia. La presidente del Consiglio ha annunciato un provvedimento che fisserebbe per legge un tetto agli studenti stranieri per classe, imporrebbe ai genitori stranieri con figli in difficoltà linguistica di imparare l’italiano e vieterebbe burqa e niqab a scuola. Lo ha fatto con toni enfatici e aggressivi e con motivazioni per nulla didattiche: «Non esiste che in una classe italiana a sentirsi in un angolo siano i bambini italiani perché sono diventati la minoranza». Ma nella scuola italiana chi è in minoranza è in un angolo? E il tetto vuole mantenere, o rimettere, in un angolo gli studenti di origine immigrata? Intervistato sull’argomento dal Corriere della Sera, il ministro dell’Istruzione, il leghista Valditara, ha detto di temere “la fuga dei bianchi”.
Una cosa è discutere la migliore organizzazione didattica e come aiutare l’apprendimento e l’integrazione di tutti. Altra cosa è contrapporre studenti italiani e stranieri per propaganda e concorrenza elettorale, col rischio che la divisione venga interiorizzata dai ragazzi stessi. Se le forze di estrema destra (Fratelli d’Italia, Lega, Futuro Nazionale) non riescono a rinunciare alle crociate etnico-identitarie, dovrebbero almeno smettere di praticarle sulla pelle dei bambini.
Le classi a maggioranza straniera, come l’uso del burqa e del niqab, sono un fenomeno raro e concentrato in alcune zone, che non giustifica né la necessità di una legge né tanto meno l’urgenza di un decreto. Dove esiste, non è necessariamente un problema: essere stranieri non significa non conoscere l’italiano, perché spesso si tratta di minori nati o cresciuti in Italia. Il criterio giusto è la competenza linguistica, non la cittadinanza, e la redistribuzione dovrebbe riguardare solo i bambini che parlano l’italiano con difficoltà.
La legge rischia di trasformare in norma tassativa e inderogabile ciò che le circolari indicano come semplice criterio organizzativo, lasciando a distretti e istituti l’autonomia di risolvere i problemi come ritengono meglio. Del resto, per applicare un tetto rigido non si potrebbe respingere l’iscrizione di un bambino straniero né assegnarlo a una scuola lontana da casa. Creare più classi e più plessi, invece, costerebbe più di quanto l’attuale governo sia disposto, o in grado, di spendere.
C’è infine un problema a monte. La forte concentrazione di studenti stranieri in certe scuole rispecchia quella dei quartieri e dei paesi in cui vivono. Prima ancora di agire sulle scuole bisognerebbe agire sulla distribuzione territoriale, organizzando un’accoglienza diffusa. È proprio quel sistema che la parte politica del ministro Valditara ha voluto smantellare fin dal 2018.
C’è un elemento di realismo geopolitico nel voto tedesco all’Alternative für Deutschland (AfD) di Alice Weidel. Perché sotto il governo Cdu-Spd del cancelliere Friedrich Merz, la Germania si ritrova a essere “nemica” della Russia e sempre meno amica degli Usa. L’elettore tedesco può credere che le sanzioni alla Russia, la rinuncia al gas russo, il sostegno in armi all’Ucraina abbiano impoverito la Germania. In particolare la Germania Est. E stiano portando tutto il paese verso la guerra. Al tempo stesso, questa posizione non porta più alcun beneficio dall’Occidente. Alla Casa Bianca è tornato Donald Trump, che flirta con Vladimir Putin, paventa il ritiro dalla Nato, detesta l’Unione Europea e i suoi governi liberal-democratici. Invece, mostra di apprezzare l’estrema destra, al punto da festeggiare i suoi successi. Con l’AfD al potere, la Germania potrebbe aggiustare in un colpo solo i suoi rapporti con la Russia e con gli Usa.
Non è una buona idea? Lo sarebbe anche se solo scongiurasse la guerra con la Russia. Togliere le sanzioni, ripristinare i rapporti commerciali ed energetici con Mosca, smettere di armare Kiev, farebbe risparmiare molti soldi e ridurrebbe l’inflazione. Tutto a vantaggio della produzione e dell’occupazione tedesca. Dal lato americano, con l’amministrazione Maga che apprezza l’AfD, la Germania potrebbe avere rapporti più cordiali, dazi commerciali più favorevoli e una rinnovata protezione militare. Trump vuole andare d’accordo con Putin? La Germania sotto l’AfD può fare da ponte, come nella migliore tradizione tedesca, dalla realpolitik di Bismarck all’ostpolitik di Willy Brandt. Altro che Hitler! Seppure, al di là dei suoi confini di estrema destra, il profilo etnonazionalista e ultraliberista dell’Afd lasci perplessi, un quadro geopolitico più prospero e disteso potrebbe smussarne gli spigoli.
Ma, la politica estera tedesca sotto l’AfD, oltre a sacrificare l’Ucraina, sacrificherebbe anche l’Unione europea. L’AfD propone la Dexit, l’uscita della Germania dalla Ue. Se, una volta al governo, l’AfD indugiasse, il suo sovranismo giocherebbe comunque contro la solidarietà e l’integrazione europea. La Germania è il leader naturale dell’Europa. Se rinuncia a questo ruolo, perde un fondamento della sua potenza, sia politica, sia economica. L’integrazione europea è servita per sostituire le guerre in Europa con i commerci. I tedeschi vendono il 56% delle loro merci sul mercato unico europeo: 78 miliardi di euro al mese. Una Germania di estrema destra, amica di Trump e Putin, ma ostile all’Europa, spaventerebbe i francesi e i polacchi di qualsiasi orientamento. I loro paesi vorrebbero riarmarsi ancora di più, anche contro la Germania.
La Russia si è ormai ristrutturata per avere una economia di guerra e per vendere il suo gas e il suo petrolio a Cina e India. Perché dovrebbe voler tornare a vendere gas a basso costo alla Germania? Forse, per ripristinare una posizione di ricatto. Come poco prima e subito dopo l’invasione dell’Ucraina. In queste condizioni, come potrebbe la Germania dell’AfD fare da deterrente a una Russia di nuovo aggressiva verso i paesi Baltici e altri paesi dell’Europa orientale?
Una Germania senza l’Europa, assoggettata al rifornimento energetico russo, diventa un partner meno interessante anche per gli Usa di Trump. Adesso l’amministrazione Maga può sostenere l’AfD come testa d’ariete contro la Ue. Ma, una volta al governo, l’AfD deve fare la parte del vassallo obbediente. L’affinità ideologica non basta per ricevere un trattamento di favore. Come dimostra il trattamento riservato da Trump a Giorgia Meloni. I dazi hanno punito l’Italia più di altri paesi europei. E quando il governo italiano ha fatto anche solo finta di negare le basi agli Usa per la guerra all’Iran, Trump ha bullizzato Meloni via stampa e via social.
I Maga difendono il manifatturiero americano, i dazi bisogna comunque pagarli. E quando gli Usa si impantanano in una guerra, basi e contingenti bisogna sempre offrirli. Allora, il sovranismo AfD, se appare sensato nell’immediato, diventa paradossale e autolesionista nel prossimo futuro. Puoi essere sovranista, molto sovranista, ma senza solidarietà europea non c’è potenza e senza potenza non c’è sovranità.
Esiste l’idea che il successo di Roberto Vannacci sia provocato dall’enfatizzazione mediatica promossa dai suoi stessi avversari. La cosa giusta da fare sarebbe ignorarlo, per non regalargli pubblicità. Questa mossa presuppone il controllo totale della comunicazione politica. Basti ricordare che il generale ha guadagnato i primi titoli sui giornali quando il suo libro auto pubblicato “Il Mondo al contrario” era ormai in testa alla classifica dei libri più venduti su Amazon. Il testo veicolava luoghi comuni reazionari sulle donne, gli omosessuali, i migranti. Il suo prodotto era cresciuto da solo e, con o senza l’aiuto dei media, sarebbe cresciuto ancora, come molti anni prima, nell’oscurità mediatica, era cresciuta la Lega di Umberto Bossi.
Se i media canalizzano e accelerano questo tipo di prodotto è perché intercettano una massa critica di risentimento nel Paese. Se non ci fosse, il solo sovraccarico mediatico non potrebbe reggere a lungo la promozione di un fantoccio. Nell’interazione tra quel tipo di leader e i media, il vantaggio è reciproco. Il leader divulga il suo messaggio, il media ottiene audience. Si discute se Lilli Gruber sia stata efficace nell’intervistare Vannacci, ma per lei è andata bene comunque, perché ha fatto il 10% di share. Con un altro leader non le sarebbe riuscito. L’enfatizzazione mediatica non ha il potere di spingere un peso morto. Se questo leader ha successo vuol dire che, nonostante o in forza delle sue idee mortifere, è un fenomeno vitale. Ignorarlo equivale a fare lo struzzo.
Se torna utile per dividere la destra
Secondo retroscena giornalistici, Matteo Renzi avrebbe spinto il generale Vannacci a uscire dalla Lega e fondare Futuro Nazionale. Se il nuovo movimento rimane fuori dal centrodestra, gli sottrae voti e avvantaggia il centrosinistra. Invece, se entra nel centrodestra lo radicalizza, facendogli perdere i voti di centro; anche così avvantaggerebbe il centrosinistra. Sul piano tattico sembra intelligente, sul piano strategico potrebbe non esserlo. Futuro Nazionale può indebolire anche il centrosinistra, sottraendo voti al M5S. Il PCI non ha mai perseguito la divisione della DC, perché la considerava una diga antifascista. Il centrodestra non è la DC, ma al peggio non c’è mai fine. Destabilizzare la parziale istituzionalizzazione del centrodestra potrebbe generare dei mostri. Il modello renziano è Nigel Farage che ha cannibalizzato il partito conservatore in Gran Bretagna. Ma Nigel Farage ha già provocato la Brexit e in un prossimo futuro potrebbe conquistare Downing Street.
I ragionamenti intorno a Vannacci trattano di una forza del 5%. Ma questa forza, che oggi ha superato la Lega nei sondaggi, può scalare il centrodestra. Abbiamo già visto, tra il 2013 e il 2022, che i populismi italiani, passati per la prova del governo, possono travasarsi da uno all’altro. Da Forza Italia al M5S alla Lega a Fratelli d’Italia. Entro le elezioni del 2027, Futuro Nazionale può diventare la nuova forza assorbente del populismo. Quando i populisti italiani vanno al governo si danno una patina di moderazione istituzionale, diversamente da Trump, Orban, Milei, che anche al potere continuano a recitare la retorica originaria.
Così, la parte di elettorato delusa dal governo Meloni, invece di rifluire nell’astensione, può rivolgersi a Vannacci. Adesso che il ritorno degli eredi del fascismo al governo è stato sdoganato da una rassicurante figura femminile come Giorgia Meloni, l’estrema destra può ridarsi una leadership più virile e consona alla propria subcultura. Così, se a destra ci sarà l’accordo o meno, dipenderà anche da questo conflitto. Se FdI valuterà di poter meglio difendere il proprio primato tenendo il generale fuori o dentro la coalizione. Fuori, può far perdere il centrodestra, dentro può scalarlo.
L’effetto rincorsa
Intanto, gli slogan di Futuro Nazionale arretrano il dibattito pubblico in senso autoritario, razzista e sessista. La remigrazione non è solo respingimenti e rimpatri, è la deportazione collettiva di immigrati ormai integrati, di seconda generazione, persino cittadini italiani. Il suo modello è l’ICE di Trump. Limitarsi a sfidare Vannacci sul piano pratico “Come lo fai?” è pericoloso. Si rischia di dargli ragione in termini valoriali “Si, andrebbe fatto, ma non si può” e di spingere lui e la destra a dimostrare che invece si può, spostando sempre un po’ più in là la soglia della crudeltà e della violazione dei diritti umani. Tutta la politica migratoria europea e italiana degli ultimi trent’anni somiglia alla storia della rana bollita. Negare il femminicidio, le quote rosa, valorizzare la libera scelta della casalinga ridà fiato al maschilismo revanschista. Lega e FdI saranno indotti a riaccentuare i loro tratti fascistoidi per reggere la concorrenza.
Il movimento di Vannacci e la radicalizzazione di una parte del centrodestra nell’insieme saranno forse solo una minoranza. Ma possono essere una minoranza determinata che si aggrega, si mobilità, trova una esplicita legittimazione e rappresentanza politica. È una parte ampia di società italiana per la quale il fascismo ormai è attraente e quel che eventualmente non attrae può essere metabolizzato. Non è scontata la fuga dei moderati, in Italia i cordoni sanitari sono saltati da molto tempo. Troppe persone soffrono la vecchiaia, la solitudine, la povertà materiale ed esistenziale. Quando parliamo dell’integrazione degli immigrati di altre culture, spesso trascuriamo che la nostra stessa società tende alla disintegrazione sociale e culturale.
Il maschilismo esiste sia a destra, sia a sinistra. Con questa differenza: un maschilista di sinistra è incoerente, un maschilista di destra è coerente. Perciò, il maschilismo come bandiera identitaria può funzionare solo a destra.
Succede così che al lancio di una formazione politica di estrema destra come Futuro Nazionale, il suo leader, Roberto Vannacci, voglia qualificare l’iniziativa anche con dichiarazioni maschiliste. Per esempio: il femminicidio non esiste, esiste solo l’omicidio; le quote rosa vanno abolite, le persone devono essere elette solo per il merito e non per il sesso; le donne devono essere libere di scegliere di dedicarsi interamente ai figli, alla famiglia, alla casa; indicare Giorgia Meloni con le ginocchiere davanti a Trump e Netanyahu, o definirla cortigiana, non è sessista, è solo una sfumatura di linguaggio. Fare affermazioni di questo tipo funziona come catalizzatore di un atteggiamento subculturale ostile al femminismo, al pari di altre affermazioni che possono coalizzare gli anticomunisti, i razzisti, i novax.
Queste affermazioni travisano la neutralità. Il femminicidio non indica il sesso della vittima, ma il movente dell’assassino: giustiziare la donna che viola il codice patriarcale di possesso e subordinazione. Le quote rose non eleggono donne incompetenti, ma arginano le quote blu: l’elezione sproporzionata di uomini favoriti dall’essere maschi, già integrati in reti e cooptazioni maschili, che premiano il merito della fedeltà e dell’affinità al capo. Molte casalinghe, soprattutto nel Mezzogiorno, sono tali, non per libera scelta, ma per mancanza di lavoro, asili nido e servizi sociali. Oberate dal carico di cura familiare, senza reddito e previdenza, sono a rischio di subalternità e violenza economica contro ogni loro libera scelta. La caricatura della cortigiana o delle ginocchiere, non è una sfumatura di linguaggio, ma il solito attacco contro una donna, che allude al corpo, la sottomissione sessuale, la moralità. Impensabile contro un uomo. Seppure fosse pensato, diverso sarebbe l’effetto nell’immaginario pubblico.
La forza di questi travisamenti non sta nella logica, ma nella capacità di offrire una contro-narrazione facile a un pubblico che si sente minacciato dal cambiamento sociale. Ogni volta che qualcuno deve spiegare perché “femminicidio” è un termine utile, perché le quote rosa non sono un’ingiustizia contro gli uomini, perché una rappresentazione può essere sessista, la spiegazione è già sconfitta. Nel ring della comunicazione politica social-mediatica, chi spiega perde contro chi afferma. Perché la spiegazione è percepita come complicata, pedante, professorale, politicamente corretta, un’arrampicata sugli specchi. L’affermazione secca, invece, suona come verità semplice, schietta e coraggiosa. È il principio dell’asimmetria della stronzata: l’ammontare di energia necessario per confutare una sciocchezza è un ordine di grandezza superiore a quello necessario per affermarla e diffonderla. La contro-narrazione di destra afferma e diffonde che il maschilismo non è oppressione, ma resistenza.
Cosa significa puntare su slogan maschilisti? Futuro Nazionale è stimato al 5%. Se il maschilismo esplicito, pur minoritario, in declino, copre un’area più ampia, sul 30%, il margine di crescita diventa notevole. Una ipotesi più inquietante è quella del riflusso culturale. Aggredire concetti che sembravano acquisiti misura i riflessi della società. Se la reazione è debole, se l’indignazione rimane confinata nel progressismo, mostrarsi maschilisti non è più un suicidio politico. La provocazione normalizza il tabù: una volta pronunciata la frase irricevibile, la volta successiva diventerà discutibile, e quella dopo sarà considerata “una posizione come un’altra”. In un altra ipotesi, il maschilismo è un cuneo nel centrodestra per sfidare e logorare la sua leadership femminile. Se davanti alle provocazioni maschiliste, Meloni tace, rischia di sembrare debole o complice; se reagisce, rischia di allinearsi alla retorica di sinistra. La risposta individualista “io non sono come le altre” può precluderle la solidarietà femminile.
Meloni ha usato il codice penale per fare incontrare la destra e i diritti delle donne. Utero in affitto reato universale. La sovrapposizione tra la destra, per la famiglia naturale, e parte del femminismo, contro la mercificazione e la rottura della relazione materna, è blindata dall’asse con il Vaticano. Femminicidio reato autonomo punibile con l’ergastolo. La legge non previene, ma interviene quando il sangue è già versato, tuttavia l’impianto simbolico regge. Così, l’irruzione contro il concetto di femminicidio mina il secondo ponte normativo tra destra e consenso femminile. Il terzo ponte, la legge contro la violenza sessuale incentrata sul consenso, in linea con la Convenzione di Istanbul, era già stato impedito da Salvini. La riforma, non si limitava a punire il mostro, ma toccava il nucleo del potere maschile, il controllo sul corpo femminile e la fine della giustificazione della “zona grigia”, quindi i reazionari si sono ricompattati contro.
Quale potrà essere la reazione delle donne? Di recente, abbiamo assistito a paradosso: le femministe di destra. Esponente di spicco è la ministra Eugenia Roccella. L’origine del fenomeno sta nella crescita e nelle divisioni del femminismo. La sinistra, pur con il suo modo evitante, è sembrata schierarsi con le ideologie della parità, queer e transfemministe, isolando quel femminismo radicale gender-critical, no gpa, sensibile alla causa delle madri separate. La destra si è appropriata della retorica del femminismo radicale. Ed è parsa difendere la differenza sessuale, il valore della maternità, il potere generativo delle donne, l’inviolabilità e indisponibilità del corpo femminile. Ha così offerto una casa politica alle femministe radicali, che si sono sentite alienate dalle derive più fluide e post-moderne della sinistra. Se le femministe a sinistra da sempre agiscono conflitti, le femministe a destra sono parse finora abbastanza allineate.
C’è poi una questione che va oltre il rapporto tra i sessi: il rapporto con gli immigrati stranieri, in particolare di origine africana e mediorientale. Una parte delle donne femministe vede gli immigrati maschi come portatori di valori patriarcali più arretrati. Soprattutto i musulmani, associati al velo islamico e percepiti come una minaccia diretta ai diritti e alla libertà delle donne. Una manifestazione di questo orientamento sono le femministe filoisraeliane, nonostante il genocidio di Gaza. Il conflitto israelo-palestinese è da loro depoliticizzato: smette di essere una disputa su terra, occupazione militare e autodeterminazione. Viene ridefinito come la prima trincea di uno scontro di civiltà tra l’Occidente libero e democratico e l’Islam oscurantista.
Così, non è scontata la reazione delle donne al maschilismo revanchista nostrano. Sia perché le donne, oltre a essere donne, sono anche altre cose e s’identificano con la nazionalità, la classe sociale, la religione, l’ideologia politica e culturale. Sia perché, nel rapporto con la diversità, può tornare in auge il nucleo fondamentale di quel meccanismo che ha indotto le donne, per migliaia di anni, a dare un sostegno anche solo parziale al patriarcato. Ossia, l’avere paura di un gruppo di uomini e chiedere la protezione di un altro gruppo di uomini. Il maschilismo degli uomini più familiari appare più tollerabile. Il generale Vannacci, in effetti, si presenta come un uomo della famiglia naturale.
Rima Hassan, eurodeputata di France Insoumise (Lfi) è stata messa in stato di fermo (garde à vue) con l’accusa di apologia di terrorismo. La custodia può durare fino a 48 ore. Il provvedimento è scattato dalla denuncia presentata a fine marzo da Matthias Renault, deputato del Rassemblement National, contro un tweet (poi cancellato) o un retweet, che riprendeva una frase di Kozo Okamoto, militante dell’Armata Rossa Giapponese responsabile dell’attentato all’aeroporto di Lod nel 1972 (26 morti). Nel messaggio si leggeva: “Finché ci sarà oppressione, la resistenza non sarà solo un diritto, ma un dovere”. Durante la perquisizione dell’eurodeputata sono state rinvenute nella sua borsa modiche quantità di Kat (foglie masticabili energizzanti) e CBD. Rima Hassan è nata apolide in un campo profughi palestinese in Siria, è una delle attiviste in solidarietà con la Palestina più in vista di Francia. Ha partecipato a due missioni della Freedom Flotilla nel tentativo di rompere l’assedio alla Striscia di Gaza.
Il fermo dell’eurodeputata in Francia implica violare o forzare le regole che governano l’immunità parlamentare. I deputati del Parlamento europeo godono di due tipi di protezione. Nel territorio di ogni altro Stato membro sono esenti da ogni provvedimento di detenzione e da ogni procedimento giudiziario. Sul territorio nazionale nel proprio Stato godono delle stesse immunità riconosciute ai membri del Parlamento del loro Paese. Essendo Rima Hassan una cittadina francese in Francia, ad essa si applica il regime dei parlamentari francesi, regolato dall’Articolo 26 della Costituzione francese. In Francia, l’immunità riguarda l’irresponsabilità e l’inviolabilità. Un parlamentare non può essere perseguito per le opinioni o i voti espressi nell’esercizio delle sue funzioni. In questo caso, il tweet personale o il messaggio sui social network non è stato considerato dai giudici come un atto legato alle funzioni parlamentari. Nessun parlamentare può essere arrestato o privato della libertà per reati penali senza l’autorizzazione dell’ufficio di presidenza della propria camera, salvo il caso di condanna definitiva o la flagranza di reato. Per non chiedere la revoca dell’immunità al Parlamento Europeo prima di procedere al fermo, polizia e magistratura hanno considerato il retweet alla stregua di un “reato flagrante” o continuo.
Invece, secondo il giurista Benjamin Morel, nel caso dell’eurodeputata Rima Hassan mancherebbero tutti i presupposti per il superamento dell’immunità. Non c’è la flagranza, il reato contestato riguarda un tweet pubblicato giorni prima e poi cancellato. Manca l’autorizzazione, il Parlamento Europeo non ha votato alcuna revoca dell’immunità per questo caso. Nessuna condanna, il procedimento è solo alle fasi iniziali. Per queste ragioni, i leader di France Insoumise (Lfi) sostengono che il fermo sia un atto di “polizia politica”. Le autorità hanno proceduto al fermo ignorando le procedure costituzionali per scopi mediatici o repressivi, contando sul fatto che l’accusa di “apologia di terrorismo” crea un clima di urgenza tale da giustificare, agli occhi dell’opinione pubblica, il superamento delle garanzie parlamentari.
Oltre a violare l’immunità parlamentare, il fermo di Rima Hassan è criticato perché viola il principio di proporzionalità. La citazione in sé (“La resistenza è un dovere”) è una frase che, decontestualizzata, appartiene alla retorica di molti movimenti di liberazione o resistenza storica, inclusa quella francese. Tuttavia, la legge francese sull’apologia di terrorismo è diventata estremamente severa e soggettiva. Il reato non punisce solo l’istigazione a compiere atti violenti, ma anche il presentare sotto una luce favorevole un individuo o un’organizzazione che ha compiuto atti terroristici. Per la procura, citare Kozo Okamoto equivale a richiamare una figura legata a un massacro di civili, il che, secondo questa lettura, basta a configurare il reato. Però, lo strumento del fermo nasce per evitare che l’indagato inquini le prove; impedire che scappi; evitare che si accordi con dei complici. Nel caso di un tweet, o retweet, le prove sono digitali e già acquisite. Non c’è rischio di fuga per un’eurodeputata nota, né complici con cui accordarsi per nascondere un post già pubblico. L’uso del fermo di 48 ore per un reato d’opinione online appare così una pena anticipata o un atto intimidatorio, piuttosto che una necessità investigativa.
Dal 7 ottobre 2023, la Francia ha adottato una linea di “tolleranza zero” sull’apologia di terrorismo, che si presta alla deriva autoritaria. Centinaia di persone (sindacalisti, attivisti, studenti) sono state fermate per post sui social o slogan durante le manifestazioni. Trattare un tweet come un “reato flagrante” per saltare il passaggio parlamentare della revoca dell’immunità è un artificio giuridico pericoloso. Se passa il principio che ogni post online è una “flagranza”, l’immunità parlamentare di fatto smette di esistere nell’era digitale.
All’origine del fermo di Rima Hassan c’è la denuncia di Matthias Renault (Rassemblement National). Questa denuncia fa parte di una strategia. Il partito di Marine Le Pen ha ribaltato la sua immagine storica da movimento accusato di antisemitismo a “difensore” di Israele contro quello che definiscono “islamo-gauchisme”. Usare la magistratura per colpire gli avversari di La France Insoumise (LFI) permette loro di criminalizzare l’avversario politico e presentarsi, paradossalmente, come i garanti dell’ordine repubblicano. Sebbene la legge sull’apologia di terrorismo sia stata inasprita negli anni dai governi di centro post-2015, è vero che l’estrema destra ha spinto per interpretazioni sempre più restrittive.
La maggioranza di Macron e la destra hanno votato norme che rendono l’apologia di terrorismo un reato quasi automatico per certe espressioni riguardanti il conflitto in Medio Oriente. Il sistema politico ha creato una legislazione d’emergenza che ora viene applicata come legislazione ordinaria, permettendo alle procure di agire con una velocità e una durezza inedite per i reati d’opinione. Il fatto che il sistema (polizia e magistratura) si presti è l’aspetto più inquietante per la tenuta democratica. In Francia, i pubblici ministeri sono legati gerarchicamente al Ministero della Giustizia. Una direttiva politica che chiede massima fermezza su “antisemitismo” e “apologia di terrorismo” si traduce in un aumento dei fermi e delle inchieste contro gli attivisti solidali con i palestinesi.
Il rinvenimento di Kat e CBD nella borsa di Hassan (dettagli usati per screditare moralmente l’indagato) suggerisce una perquisizione meticolosa, tipica di quando si vuole trovare qualcosa per appesantire la posizione di un soggetto scomodo. La criminalizzazione del dissenso funziona per sovrapposizione: si colpisce l’attivismo solidale con i palestinesi, si usa l’accusa di antisemitismo per screditare chi critica Israele, e si piega la norma sull’apologia di terrorismo fino a farne uno strumento penale contro l’opinione. Quando la legge permette di equiparare la citazione di un personaggio storico controverso al terrorismo attivo, e quando il resto del sistema politico, il centro macroniano e la destra classica, accetta questa deriva per isolare la sinistra radicale, si verifica quella che molti giuristi definiscono una “torsione” dello Stato di diritto.
Non è affatto sbagliato dire che la democrazia è a rischio quando l’estrema destra è al governo. Anche in assenza di un colpo di stato imminente, si diffonde la tossicità del dibattito pubblico e si intaccano la libertà di stampa, l’indipendenza della magistratura, la libera iniziativa delle opposizioni, dei sindacati, dei movimenti sociali.
La democrazia non è semplicemente governo della maggioranza, ma un sistema di pesi e contrappesi che protegge i diritti di tutti, comprese le minoranze. Quando parliamo di “rischio per la democrazia”, facciamo riferimento proprio a quegli elementi che distinguono una democrazia liberale da un sistema maggioritario illiberale.
L’idea che il vincitore delle elezioni “comandi” non è democratica: è una visione plebiscitaria, facilmente illiberale. Il potere non si concentra mai in un solo organo. L’esecutivo non comanda sul parlamento né sulla magistratura: i poteri si controllano e si bilanciano a vicenda. Nessuno, nemmeno il governo più votato, è al di sopra della legge.
I diritti fondamentali — libertà di stampa, di assemblea, di opinione — non sono concessioni della maggioranza, ma limiti invalicabili alla sua volontà.
Una democrazia sana richiede una società civile viva: sindacati liberi, media indipendenti, opposizioni che possano operare senza ostacoli. Questi corpi intermedi assicurano il controllo del potere e un dibattito pubblico informato.
I governi di estrema destra tendono invece a una concezione plebiscitaria del potere: minano la divisione dei poteri e delegittimano chi esercita il proprio ruolo nel giornalismo, nella magistratura, nell’opposizione. Criminalizzano minoranze politiche, etniche e culturali; identificano il governo con la nazione, così che chi si oppone non è più un avversario politico, ma un nemico della patria. Un traditore. È il terreno di una guerra civile simbolica e psicologica.
L’erosione dei principi democratici svuota lentamente il sistema dall’interno. Ma può anche accadere qualcosa che fa precipitare la situazione: un attentato, una guerra, una crisi economica, o il rifiuto della sconfitta elettorale. Sono momenti che non si annunciano. Per questo la denuncia dei rischi può apparire allarmistica finché non è troppo tardi per evitare l’autoritarismo.