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  • Per la liberazione di Marwan Barghouti

    Fadwa Barghouti chiede la liberazione di Marwan Barghouti

    L’avvocata Fadwa Barghouti guida la campagna internazionale per la liberazione di suo marito Marwan Barghouti, il “Mandela palestinese”, e degli oltre diecimila prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri israeliane in condizioni disumane. Il 20 gennaio, al Cinema Adriano di Roma, introducendo il documentario Tomorrow’s Freedom sulla vita di Marwan Barghouti, Fadwa ha sottolineato come la libertà di suo marito sia un simbolo di unità e della possibile soluzione politica del conflitto israelo-palestinese.

    Sostenuta da Assopace Palestina, ANPI, ARCI e da forze politiche come PD e AVS, la campagna chiede, oltre alla liberazione dei prigionieri politici, il rispetto delle Convenzioni di Ginevra e la fine del regime di apartheid. Marwan Barghouti, in carcere dal 2002, sta scontando cinque ergastoli. Nonostante la detenzione, rimane una delle figure più popolari e autorevoli della politica palestinese. È considerato l’unico leader capace di unificare le diverse fazioni e sostiene una soluzione fondata sulla fine dell’occupazione e sulla creazione di uno Stato palestinese accanto a Israele.

    Sulla vicenda, Roberto Della Rocca ha voluto mettere “i puntini sulle i”. Il dirigente UCEI contesta a PD e AVS l’uso dell’espressione “prigioniero politico” riferita a Barghouti, poiché è stato condannato da un tribunale civile per omicidio e terrorismo in quanto leader dei Tanzim durante la Seconda Intifada. Definirlo tale, sostiene, equivarrebbe a considerare prigionieri politici anche i leader delle Brigate Rosse o dei NAR.

    Pur esprimendo un giudizio durissimo sul suo passato, Della Rocca riconosce però in Barghouti la figura politicamente decisiva per sbloccare il conflitto: un’alternativa laica ad Hamas, l’unico leader che vincerebbe eventuali elezioni palestinesi “con le mani legate dietro la schiena”. La sua analisi sposta così il piano dal “diritto alla scarcerazione”, che nega, alla “opportunità politica della liberazione” come strumento per rompere lo status quo.

    Questo realismo politico è apprezzabile. Ma se si vuole davvero mettere “i puntini sulle i”, occorre ricordare che Brigate Rosse e NAR agivano contro uno Stato di cui erano cittadini, titolari di diritti civili e politici. I palestinesi nei Territori Occupati, invece, vivono sotto giurisdizione militare israeliana, senza diritti di cittadinanza. In questo contesto la legalità non è un principio giuridico-democratico, ma l’espressione dei rapporti di forza.

    Un tribunale palestinese non ha alcun potere di processare un politico, un militare israeliano o un colono per le vittime di Gaza o della Cisgiordania. In questa asimmetria strutturale, i processi israeliani contro i leader palestinesi non sono atti di giustizia neutrale, ma forme di “giustizia del vincitore”, cioè repressione politica mascherata da procedura legale.

    Marwan Barghouti rifiutò infatti di riconoscere la legittimità del tribunale israeliano nel giudicare un cittadino palestinese, parlamentare eletto di un popolo sotto occupazione. Per questa ragione i suoi legali non presentarono prove a discarico né interrogarono i testimoni dell’accusa. Barghouti fu assolto per 33 capi di accusa per mancanza di prove dirette, e condannato per cinque omicidi non come esecutore materiale, ma in quanto ritenuto responsabile in qualità di leader politico–militare. Si tratta di una forma di responsabilità che, se applicata in modo coerente secondo i criteri del diritto internazionale, porrebbe questioni analoghe per qualsiasi catena di comando coinvolta in operazioni militari che abbiano prodotto uccisioni di civili. La sua applicazione selettiva, invece, conferma la natura politica del processo.

    Gran parte del procedimento si basava sulle confessioni di altri detenuti palestinesi. L’Unione Interparlamentare e numerose ONG hanno denunciato che tali testimonianze furono ottenute sotto coercizione fisica e psicologica, rendendole inammissibili secondo gli standard internazionali. Una delle “prove” centrali, prodotta dallo Shin Bet, era un verbale di interrogatorio che Barghouti si era rifiutato di firmare, contestandone il contenuto, ma che il tribunale ammise comunque. Inoltre, Barghouti fu prelevato dai Territori Occupati e processato in Israele. Amnesty International ha ricordato che la Quarta Convenzione di Ginevra vieta all’occupante di trasferire persone protette dal territorio occupato al proprio territorio per processarle. Il processo, celebrato dal tribunale di uno Stato di cui Barghouti non è cittadino e che occupa la sua terra, è dunque intrinsecamente politico.

    Le condizioni di detenzione sono nel frattempo drasticamente peggiorate. Nell’agosto 2025 è stato diffuso un video che mostra il ministro Ben Gvir mentre irrompe nella cella di Barghouti nel carcere di Ganot, minacciandolo pubblicamente. Sono state documentate ripetute aggressioni da parte delle guardie carcerarie. Nel marzo 2024 e nel settembre 2025 Barghouti è stato picchiato fino a perdere conoscenza. I legali parlano di costole incrinate, ossa rotte, ferite al volto e persino della mutilazione di una parte dell’orecchio.

    Dall’ottobre 2023 è stato trasferito più volte e tenuto in isolamento totale in diverse carceri. È detenuto in celle buie, privato di cure mediche, di cibo adeguato, di beni essenziali. La Croce Rossa e gli avvocati hanno incontrato gravi ostacoli nell’accesso. Questo trattamento non è solo una punizione individuale, ma il tentativo di spezzare il simbolo politico che Barghouti rappresenta per l’unità del popolo palestinese.

    La sua liberazione è dunque insieme una questione di diritto, poiché è stato condannato senza un giusto processo da un tribunale privo di giurisdizione; una questione umanitaria, per le condizioni di detenzione e tortura; e una questione politica, perché è l’unico leader in grado di unire i palestinesi e condurli a un accordo di pace con Israele.

  • Alberto Trentini, il Venezuela e il diritto internazionale

    Alberto Trentini, il Venezuela e il diritto internazionale

    Per gioire davvero della liberazione di Alberto Trentini occorre ammettere che la violazione della legalità internazionale è servita. Quindi, riconoscere il merito di Donald Trump e Giorgia Meloni. Infine, considerare che, sempre violando il diritto internazionale, si potrebbe far cadere il regime degli Ayatollah. Così, il Foglio 13/01/2026 a firma del suo vicedirettore Maurizio Crippa. In effetti, è molto probabile che l’assalto americano al Venezuela e il rapimento di Nicolas Maduro abbiano favorito la liberazione di molti prigionieri politici, tra cui il nostro cooperante. Una cosa negativa può dare effetti positivi. Allora, grazie Trump (e Meloni).

    Tuttavia, la liberazione di Alberto Trentini non è stata automatica. Ci è voluta ancora una trattativa condotta dagli Usa. Poi un passo del governo italiano nel riconoscere di fatto l’attuale governo venezuelano di Delcy Rodriguez. La trattativa e il passo successivo sarebbero stati possibili anche prima del rapimento del presidente venezuelano. Nicolas Maduro voleva la stessa cosa richiesta da Delcy Rodriguez: un riconoscimento diplomatico, dopo le contestate elezioni del 2024. L’Italia non l’ha concesso, pena entrare in conflitto con gli Usa che volevano rimuovere quel presidente. Oggi l’Italia lo concede, perché agli Usa va a genio questa vicepresidente. Perciò, ai meriti di oggi di Trump e Meloni, per la liberazione di Trentini, vanno aggiunti i demeriti dei 423 giorni di prolungamento della prigionia del cooperante.

    Inoltre, la contestazione della violazione del diritto internazionale riguarda qualcosa di più di un singolo episodio. Non siamo in presenza di un presidente americano che ritiene da fare uno strappo alla regola, per ottenere importanti vantaggi immediati. Tra cui l’acquisizione del petrolio venezuelano, prima ancora della liberazione dei prigionieri politici, e la fine di un regime dispotico, che per adesso rimane al suo posto. Assistiamo all’azione violenta di un presidente che teorizza l’irrilevanza del diritto internazionale a fronte della legge del più forte. Nel caso del Venezuela pare andare bene. Ma se e quando si tratterà della Colombia, di Cuba, del Messico o della Groenlandia? Qui, prima di meriti e demeriti dobbiamo guardare al sistema di relazioni internazionali che stiamo alimentando.

    Qual è il senso di esaltare l’utilità della violazione del diritto internazionale se non quello di aderire a una visione del mondo senza regole, senza sovranità condivisa? Una visione che va insieme con la violazione del diritto interno. Infatti, per aggredire il Venezuela, Trump non ha violato solo la Carta dell’ONU, ma anche le prerogative del Congresso. E mentre fa questo, Trump trasforma un’agenzia federale, l’ICE, concepita in origine per contrastare l’affiliazione terroristica tra gli immigrati, in una milizia che attacca gli immigrati stessi. E, attraverso loro, lo stato di diritto, fino a esercitare violenza diretta contro gli stessi cittadini americani, compresi quelli con i capelli biondi e la pelle bianca. Come ha mostrato l’omicidio di Renee Nicole Good a Minneapolis.

    La demolizione (o la costruzione) del diritto sul piano internazionale e sul piano interno vanno insieme. Perciò, il diritto internazionale è una condizione favorevole e non sfavorevole al contrasto di regimi come quello degli Ayatollah. Nel 2011, quando il regime di Gheddafi si apprestava a reprimere con l’aviazione la popolazione di Misurata, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU approvò la risoluzione 1973 che autorizzava l’azione militare per la protezione della popolazione civile libica. Nonostante la Libia fosse alleata della Russia, la Russia non mise il veto e si astenne come la Cina.

    Poi, però, gli Usa andarono oltre il mandato della risoluzione, per spingersi fino al cambio di regime, senza avere un piano di stabilizzazione, rompendo così la fiducia tra le potenze del Consiglio di Sicurezza. Quello strappo nell’immediato ebbe un effetto positivo: la caduta di Gheddafi. Sul medio-lungo periodo ebbe, invece, solo effetti negativi: l’instabilità permanente della Libia e la rottura della concertazione in seno al Consiglio di Sicurezza. Di conseguenza, oggi, di fronte a una crisi come quella dell’Iran, siamo di fronte all’alternativa tra assistere impotenti a un massacro o sperare in un’azione di forza unilaterale al di fuori del diritto, per un possibile vantaggio immediato e una totale incertezza sul futuro.