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  • La guerra civile in Sudan e la caduta di El Fasher

    La guerra civile in Sudan e la caduta di El Fasher

    La guerra civile in Sudan è una tragedia molto sottovalutata dall’attenzione internazionale, nonostante la sua scala devastante. Iniziata ad aprile 2023, oppone le Forze Armate Sudanese (SAF), guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan, alle Forze di Supporto Rapido (RSF), paramilitari comandate dal generale Mohamed Hamdan Dagalo (noto come Hemedti). I due leader, un tempo alleati nel colpo di stato del 2021 che ha interrotto la transizione democratica post-Bashir, ora si contendono il controllo assoluto del potere, con accuse reciproche di tradimento e ambizioni dittatoriali.

    Il contesto del conflitto

    La scintilla è stata la rivalità per l’integrazione delle RSF nell’esercito regolare, ma il conflitto ha radici profonde nelle tensioni etniche, tribali e nella gestione delle risorse, specialmente nel Darfur – regione già segnata dal genocidio degli anni 2000, in cui le RSF hanno origine dalle milizie Janjaweed. Oggi, la guerra ha causato oltre 150.000 morti, 12 milioni di sfollati interni e rifugiati (il 25% della popolazione), e ha distrutto infrastrutture essenziali come ospedali, scuole e sistemi idrici.

    La catastrofe umanitaria

    Si tratta di una “grande catastrofe umanitaria”. L’ONU stima che 25 milioni di sudanesi soffrano di insicurezza alimentare acuta, con carestie dichiarate in campi come Zamzam (vicino a El Fasher) già da agosto 2025. Nel Darfur, le RSF sono accusate di genocidio contro gruppi non arabi come i Masalit – gli USA lo hanno formalmente riconosciuto a gennaio 2025, con migliaia di morti in massacri come quelli a El Geneina. Rapporti ONU e di MSF descrivono stupri sistematici, rapimenti di bambini, e un “inferno” di fame e malattie: nel campo di Tawila, ad esempio, la malnutrizione ha raggiunto livelli “stupefacenti”, con operazioni di aiuto sull’orlo del collasso per mancanza di accesso e fondi (solo il 20% dei bisogni coperti).

    La caduta di El Fasher: una svolta cruciale

    La recente caduta di El Fasher, capitale del Nord Darfur, ha finalmente attirato un po’ più di riflettori. Dopo un assedio di 18 mesi (oltre 500 giorni), le RSF l’hanno conquistata il 26 ottobre 2025, ponendo fine all’ultimo bastione SAF nella regione. Questo segna un punto di non ritorno: le RSF controllano ora tutte le cinque capitali statali del Darfur, consolidando il loro dominio su un quarto del territorio sudanese e aprendo la strada a un possibile “partition” est-ovest del paese. Testimoni oculari, come una donna sfollata intervistata da Al Jazeera, descrivono esecuzioni sommarie davanti agli occhi dei familiari, con migliaia intrappolati o in fuga verso campi sovraccarichi come Tawila o Qarni, affrontando “l’inferno” di violenza etnica e fame.

    Le conseguenze immediate sono agghiaccianti: l’ONU denuncia “atrocità inimmaginabili”, con le RSF accusate di bruciare e seppellire corpi per occultare prove di massacri (fino a migliaia di morti). Donne e bambini sono particolarmente colpiti, con rapporti di stupri e abduzioni. Sul fronte militare, le RSF stanno spingendo verso est in Kordofan, catturando città come Bara e lanciando droni su Port Sudan (base SAF), mentre l’esercito resiste in enclave come Al-Khiwai. Un cessate il fuoco USA proposto a inizio novembre è stato accettato dalle RSF, ma l’SAF lo ha condizionato al ritiro dalle città – e la violenza continua.

    L’attenzione internazionale: un velo di silenzio

    Il conflitto rimane “sullo sfondo”. Conferenze come quella di Doha (novembre 2025) o Londra (prima metà dell’anno) hanno prodotto appelli, ma senza azioni concrete. Fattori geopolitici complicano tutto: le RSF ricevono armi dagli Emirati Arabi Uniti (con rotte via Ciad, come rivelato da rapporti ONU), mentre l’SAF è sostenuta da Egitto, Iran e Turchia. Il segretario ONU Guterres ha definito la situazione “fuori controllo”, paragonandola al genocidio darfuriano del 2003-2005, ma i fondi umanitari sono inadeguati. Voci come Radio Dabanga o attivisti sudanesi amplificano le storie di sfollati, ma il mainstream globale è distratto da altri teatri.

    Questa svolta a El Fasher potrebbe accelerare i negoziati – l’ICC sta raccogliendo prove per i processi – ma senza pressione internazionale (sanzioni, corridoi umanitari forzati), il rischio è una frammentazione permanente del Sudan, con Darfur come “capitale mondiale della sofferenza umana”. Ignorare questi conflitti, nella speranza che si estinguano da soli, non li risolve, li lascia degenerare con conseguenze imprevedibili per tutti.


    Rapporto ONU su aiuti e sfollati intrappolati: Un articolo di UN News del 15 novembre 2025 che descrive la fuga di quasi 100.000 persone da El Fasher e l’urgenza di accesso umanitario. news.un.org/en/

    Negoziati ONU con RSF per accesso a El Fasher: Un pezzo del New York Times del 18 novembre 2025 su un alto funzionario ONU che ha ottenuto promesse di aiuti e indagini su atrocità. www.nytimes.com

    Rischi di un nuovo assedio a El-Obeid: Un’analisi di Al Jazeera del 17 novembre 2025 sul redeploy RSF verso Kordofan e le paure di civili sfollati. www.aljazeera.com

    Rapporto OHCHR su esecuzioni sommarie e violazioni in El Fasher e Bara: Un comunicato ufficiale dell’ONU del 28 ottobre 2025 che documenta le atrocità iniziali delle RSF, inclusi video di esecuzioni e appelli per protezione civile. www.ohchr.org/en/

    Battaglie in Kordofan mentre l’esercito resiste all’avanzata RSF: Un articolo di Al Jazeera del 17 novembre 2025 sulle offensive RSF verso El-Obeid, con dettagli su danni da droni e spostamenti in Babnusa. www.aljazeera.com