Dal punto di vista reazionario o conservatore, i violenti della manifestazione di Torino per Askatasuna sono terroristi: nemici dello Stato. Pesci che nuotano nell’acqua dei centri sociali, dei cortei, dell’area antagonista. Da qui l’aut aut imposto alla sinistra: o li condanna e rompe ogni relazione con quell’area, oppure continua a coprirli politicamente. Questa impostazione non è sostenuta solo dal centrodestra, ma anche da figure che, pur collocandosi formalmente a sinistra, condividono la cultura politica della destra.
La conseguenza pratica di questo schema è la repressione. I violenti vanno fermati in piazza, arrestati, processati e condannati. Fin qui può sembrare ovvio. Ma non basta: se quei violenti sono “pesci”, allora bisogna prosciugare l’acqua. I centri sociali vanno sgomberati, i cortei vietati o drasticamente limitati. L’antagonismo va criminalizzato insieme alla sinistra che continua a relazionarsi con esso.
Il manganello come riflesso d’ordine rassicura una parte della società e fornisce un’identità politica a chi lo brandisce. Più immunità per i poliziotti, meno garanzie per chi trasgredisce. Il risultato, però, rischia di non essere una società più ordinata, ma una spirale di violenza e repressione. Lo sgombero di Askatasuna doveva essere la sanzione e la soluzione della violenza; ha invece prodotto una nuova occasione di guerriglia urbana.
Se la violenza va repressa quando si manifesta, va anche prevenuta prima che accada, affrontata e risolta nelle sue cause sociali. Perché alcune persone protestano in modo violento? L’accusa di terrorismo presuppone un progetto politico di sovversione dell’ordinamento democratico. Ma non è verosimile che le frange estremiste dei centri sociali o i black bloc puntino alla conquista del potere. Più plausibilmente esprimono una rabbia irrazionale, che finisce per danneggiare la stessa causa dei movimenti sociali.
La retorica deumanizzante dell’antiterrorismo serve a giustificare misure emergenziali, ma elude la realtà della disgregazione e del degrado sociale a cui molti centri sociali occupati tentano di dare una risposta. Relazionarsi con queste realtà non significa coprire politicamente la violenza, ma tentare la strada dell’integrazione.
Per questo è sbagliato dare per scontato il fallimento del percorso di regolarizzazione avviato dall’amministrazione torinese con Askatasuna: lo sgombero è intervenuto mentre quell’esperimento era ancora in corso. È quanto accaduto anche a Milano con il Leoncavallo. In entrambe le città sono stati sgomberati centri sociali in trattativa con il Comune, come se il problema non fosse l’illegalità, ma la possibilità stessa di far rientrare quelle esperienze nella legalità. Come se, per il partito dell’ordine pubblico, fosse più utile mantenere l’antagonismo ai margini, come spauracchio e nemico necessario.
P.s. Sui fatti di Torino suggerisco di leggere la testimonianza di Rita Rapisardi e il commento di Selvaggia Lucarelli.
Lo sgombero del centro sociale Askatasuna di Torino è preoccupante per diversi motivi.
Lo sgombero immediato
L’intervento è iniziato all’alba con perquisizioni nello stabile di corso Regina Margherita 47, occupato dal 1996, e in alcune abitazioni di militanti. Durante le perquisizioni, al terzo piano dell’edificio sono state trovate sei persone. Questo elemento è stato ritenuto una violazione del patto di collaborazione stipulato tra il Comune di Torino e gli attivisti nel gennaio 2024, rinnovato nel marzo 2025. Patto che prevedeva l’utilizzo del solo piano terra per motivi di sicurezza e l’avvio di un percorso di legalizzazione dello spazio. Il sindaco Stefano Lo Russo ha quindi dichiarato cessato l’accordo per il mancato rispetto delle condizioni. Subito dopo, lo stabile è stato sgomberato, gli ingressi murati, i collegamenti idrici interrotti e l’area presidiata da un imponente dispiegamento di forze dell’ordine, con rinforzi provenienti anche da altre regioni.
La sequenza è lineare: perquisizione, accertamento della violazione, cessazione dell’accordo, sgombero. Ma l’immediatezza rende l’operazione anomala. In un ordinario percorso di legalizzazione, una violazione delle condizioni comporta una contestazione formale, la concessione di un termine per rimediare, eventualmente la sospensione o la decadenza dell’accordo, e solo in ultima istanza lo sgombero. Qui, invece, tutti i passaggi sono stati compressi in poche ore. Questo suggerisce che lo sgombero non sia stato una conseguenza contingente dell’esito della perquisizione, ma l’obiettivo voluto dell’operazione.
Le modalità sproporzionate
È interessante notare la posizione del Sindaco Lo Russo. Dichiarando cessato il patto “istantaneamente”, il Comune ha rinunciato alla sua funzione di mediatore politico, appiattendosi sulla linea d’ordine pubblico dettata dal Ministero dell’Interno. In un percorso di legalizzazione, la violazione di una clausola (dormire al piano superiore) solitamente apre una fase di contestazione, non la distruzione del patto stesso.
Le modalità dell’intervento sono state sproporzionate. L’azione è avvenuta di prima mattina, con centinaia di agenti, blindati, scuole chiuse, strade bloccate, limitazioni alla viabilità e misure preventive nell’area circostante. Un dispositivo di questo tipo richiede giorni di pianificazione e non può essere organizzato in risposta estemporanea alla scoperta di sei persone che dormivano in uno stabile. La sproporzione tra il fatto contestato e il dispiegamento messo in campo è evidente e rafforza l’impressione di un’operazione predeterminata.
L’uso dello strumento di polizia
Le autorità collegano lo sgombero alle indagini sugli assalti avvenuti durante alcune manifestazioni pro-Palestina, tra cui l’attacco alla redazione de La Stampa del 28 novembre, e quelli alle OGR e alla sede di Leonardo. Tuttavia, questo nesso resta giuridicamente fragile. Gli atti vandalici e le condotte violente sono imputabili a individui specifici, che rispondono penalmente a titolo personale. Il principio di responsabilità penale individuale, sancito dall’articolo 27 della Costituzione, impone che siano le singole persone a essere indagate, processate ed eventualmente condannate per i reati commessi.
Lo sgombero di uno spazio collettivo presuppone invece una responsabilità di tipo associativo, che può essere accertata solo attraverso un procedimento giudiziario, non anticipata con un provvedimento amministrativo. Anche qualora si ipotizzasse un reato associativo — ipotesi che allo stato non risulta formalmente contestata — questo dovrebbe essere dimostrato in sede processuale. Qui, al contrario, la sanzione collettiva precede l’accertamento, invertendo la sequenza delle garanzie.
In questo senso, l’uso dello strumento amministrativo e di polizia diventa il surrogato di una sanzione penale, aggirando i tempi e le garanzie del processo. Non è un dettaglio secondario: è un precedente che riguarda non solo Askatasuna, ma qualsiasi spazio collettivo in trattativa con le istituzioni. Il che scoraggia i percorsi di regolarizzazione. Che incentivo c’è a negoziare se la prima violazione formale porta allo sgombero immediato?
Il messaggio politico
Lo sgombero assume inoltre una forte valenza politico-simbolica. Il tempismo, il carattere spettacolare dell’operazione e la comunicazione immediata del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi — “dallo Stato un segnale chiaro: non ci deve essere spazio per la violenza nel nostro Paese” — danno l’idea del messaggio politico: il governo di destra che “finalmente” sgombera uno storico centro sociale della sinistra antagonista, peraltro nel pieno di un ciclo di mobilitazioni pro-Palestina.
Esistevano alternative allo sgombero: una sanzione intermedia, un avviso formale, la sospensione o rinegoziazione dell’accordo, l’attesa dell’esito delle indagini giudiziarie, o l’assegnazione di uno spazio alternativo. L’esistenza di queste opzioni è rilevante per valutare la proporzionalità dell’intervento. Il patto del gennaio 2024 prevedeva un percorso di regolarizzazione che poteva essere sospeso senza ricorrere immediatamente allo sgombero definitivo.
Il casus belli
Resta il dato oggettivo: la presenza delle sei persone costituiva una violazione degli accordi e ha fornito la base formale per l’azione. Ma questa legittimità formale funziona come un pretesto. Se fosse una guerra, sarebbe il casus belli. A rendere evidente la selettività dell’intervento è il confronto con altri casi. A Roma, lo stabile di via Napoleone III occupato da CasaPound è tale dal 2003, senza alcun accordo con il Comune, con sentenze definitive che ne attestano l’illegittimità e ne dispongono lo sgombero. Eppure, dopo oltre vent’anni, l’edificio è ancora occupato, con insegne esterne, attività pubbliche e una presenza politica riconoscibile, senza blitz all’alba né dispiegamenti straordinari di forze.
Il contrasto è netto: Askatasuna, in percorso di regolarizzazione dal 2024, viene sgomberato immediatamente alla prima violazione; CasaPound, con un’occupazione illegale pluridecennale e senza alcun processo di legalizzazione, resta indisturbata. La legge viene applicata in modo diseguale a seconda dell’orientamento politico degli spazi occupati.
La legalità selettiva
La tolleranza o l’intolleranza verso le occupazioni non dipende quindi dalla legalità formale, ma dall’allineamento politico. Gli spazi della destra antagonista vengono sostanzialmente lasciati in pace; quelli della sinistra antagonista sono sgomberati alla prima occasione utile, con grande dispiegamento di forze e massima risonanza mediatica.
Lo sgombero dell’Askatasuna non è solo la chiusura di un centro sociale, ma l’interruzione di servizi (anche informali) che quella struttura forniva (doposcuola, sportello per la casa, palestra popolare).Mentre lo Stato e il Comune rivendicano il ripristino dell’ordine, resta il vuoto sociale che queste istituzioni spesso non sono in grado di colmare, creando una contraddizione tra “legalità formale” e “bisogno sostanziale”.