Mese: Gennaio 2026

  • Attacco Usa al Venezuela. Italia a tappetino

    Attacco Usa al Venezuela. Italia a tappetino

    Sull’attacco militare Usa al Venezuela, Giorgia Meloni ha scritto che l’Italia non ha riconosciuto la vittoria elettorale di Maduro; pur ritenendo che ‘l’azione militare esterna non sia la strada per mettere fine ai regimi totalitari’, considera legittimo ‘un intervento difensivo contro attacchi ibridi’ da ‘entità statuali che alimentano il narcotraffico’. ‘Non è la strada’ significa non è opportuno; ‘legittimo’ significa è legale. Meloni copre Trump nel suo punto debole, la violazione del diritto internazionale, riqualificando l’attacco come autodifesa. Il Venezuela non è più uno stato sovrano aggredito, ma un’entità che minaccia la sicurezza americana. Così, il governo italiano ribadisce, oltre l’alleanza con gli Stati Uniti, anche il modo acritico e incondizionato d’interpretarla. In particolare con Donald Trump. Presidente Usa e leader mondiale delle destre di ogni paese. Sicuramente dell’Italia. La sovranista Giorgia Meloni dispone l’Italia, non come un ponte, ma come un tappetino del grande alleato.

    Rispetto a quella del governo italiano, qualsiasi altra posizione europea sembra migliore, ma non di molto. La UE, con Ursula Von Der Leyen e Kaja Kallas, esprime “profonda preoccupazione”. Chiede la de-escalation, il rispetto del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite. Ribadisce che Maduro non è il presidente legittimo del Venezuela, ma che qualsiasi transizione deve essere pacifica e democratica. La priorità dichiarata è la sicurezza dei cittadini europei in Venezuela. Una posizione critica, ma molto laterale. Come se il diritto internazionale non fosse già stato violato con i bombardamenti su Caracas e il rapimento di Maduro e di sua moglie, Cilia Flores. Perché Trump dovrebbe trattenersi se nessuno osa condannarlo? Più esplicite le condanne di Cina e Russia, ma anche molto di circostanza. Infatti, come se non bastasse, in conferenza stampa, Trump ha apertamente rivendicato di voler gestire il Venezuela e le sue risorse petrolifere.

    Da quando Donald Trump è tornato alla Casa bianca, gli Usa hanno sganciato bombe su tre paesi: l’Iran, la Nigeria, il Venezuela. Tutti e tre grandi produttori di petrolio. Per qualcuno, ciò nonostante, bisogna apprezzare l’effetto collaterale sperato: la conquista della libertà e della democrazia. Entrambe sotto attacco in America, per iniziativa dello stesso Trump. Come se libertà e democrazia potessero diffondersi e consolidarsi nel mondo, attraverso un sistema di relazioni non regolato dal diritto internazionale (e interno), ma dal rapporto crudo tra prede e predatori. In un mondo del genere, l’Italia è una preda che cerca di essere l’amica protetta di un predatore. Mentre l’Europa non sa bene cosa vuole essere, avendo la stazza del predatore, ma essendo frammentata in tante prede. Mentre azzanna il Venezuela, Trump già minaccia Colombia e Cuba. La sorte dei paesi latino-americani scrive anche quella dei vicini della Russia e della Cina.

  • Occidente più a destra nel 2025

    Occidente a destra nel 2025

    Nel 2025, l’Occidente si è spostato ancora più a destra. Negli Stati Uniti, Donald Trump è tornato alla Casa bianca nella versione più estrema di se stesso. In politica interna, ha minacciato e attaccato avversari, magistrati, i diritti delle minoranze, in particolare dei migranti. Nella politica estera, ha iniziato a smantellare le politiche ambientali, il multilateralismo, il libero commercio, l’assistenza umanitaria, la resistenza ucraina. Nell’Unione Europea, la rielezione di Ursula von der Leyen a presidente della Commissione UE ha aperto alla collaborazione con partiti prima considerati “impresentabili”. In Germania, Francia, Austria e Portogallo, destra e estrema destra hanno ottenuto risultati elettorali storici, arrivando in alcuni casi a guidare governi o a influenzare l’agenda politica. In Germania, Alternative für Deutschland (AfD) è diventata il secondo partito, mentre in Francia il Rassemblement National di Marine Le Pen continua a crescere e minare la stabilità politica tradizionale.

    Secondo gli analisti, l’Occidente spostato a destra è l’effetto combinato di questioni sociali, economiche e culturali. Le crisi economiche provocate da pandemia, crisi energetica, guerra ucraina, hanno accentuato le disuguaglianze e un declino reale o percepito. Da qui rabbia e sfiducia delle classi medie e popolari verso le istituzioni, con molti elettori spinti verso partiti che promettono protezione, identità e un ritorno a valori tradizionali. In molti paesi, la destra ha sfruttato la paura dello “straniero” e la nostalgia per un passato idealizzato, proponendosi come difensore della cultura nazionale contro la globalizzazione e dell’ordine sociale contro i migranti. Le estreme destre si sono date una immagine più moderata e normale, per presentarsi come alternative credibili. Mentre la sinistra, impegnata sui diritti civili, ha lasciato scoperta la protesta sociale. La comunicazione diretta semplificata, aggressiva e polarizzante dei social media, ha aiutato la destra a raggiungere ampi strati della popolazione.

    L’ascesa della destra può consolidarsi o essere transitoria. Crudele e incompetente alla prova del governo, la destra può aggravare i problemi e perdere il consenso. Ma non si può aspettare che fallisca. Occorre resistere e mettere al primo posto l’economia reale e la protezione sociale: potere d’acquisto, sicurezza del lavoro e della casa, sanità, istruzione, previdenza. Senza contrapporsi all’avversario, né imitarlo. Criticare i leader populisti, ma non offenderne gli elettori. Separare nel populismo il sociale dal politico. Quindi, difendere o rafforzare lo stato di diritto, la divisione dei poteri, la democrazia e le istituzioni. Anche con la riforma partecipativa dei partiti e la tutela dei diritti delle minoranze. Tessendo una narrativa diversa, una visione positiva e inclusiva dell’identità nazionale, che guardi al futuro e non a un passato idealizzato. Con il sostegno dell’alleanza di tutte le forze democratiche e progressiste.