Mese: Ottobre 2025

  • La guerra invisibile in Sudan

    La guerra invisibile del Sudan

    La guerra in Sudan è la causa della più grave crisi umanitaria al mondo (Unhcr). Eppure è quasi assente nella copertura mediatica e nell’attenzione internazionale.

    Il conflitto sudanese, iniziato nell’aprile 2023, oppone l’esercito regolare (SAF) alle Forze di Supporto Rapido (RSF), un corpo paramilitare originariamente creato per reprimere le insurrezioni nel Darfur. L’ultimo episodio è la caduta di El Fasher, capitale del Darfur settentrionale, conquistata dalle RSF dopo diciotto mesi di assedio (ottobre 2025). La guerra ha prodotto esecuzioni sommarie, violenze sessuali, attacchi contro civili e ospedali, crimini etnici, tredici milioni di sfollati e carestia in diverse aree del paese. I servizi sanitari sono collassati.

    Lo squilibrio informativo rispetto ad altri conflitti è stato misurato. Secondo un’analisi della piattaforma Point-out, i gli organi d’informazione italiani dedicano in media trenta volte più spazio alla guerra in Ucraina e venti volte più a quella israelo-palestinese. In alcuni giorni, come il 24 febbraio 2024, la sproporzione ha toccato il rapporto di cento a uno (Info Data)

    Questo silenzio dipende anche da un pregiudizio razziale: consideriamo le guerre e le crisi umanitarie africane come un fatto naturale. Le vittime non ci somigliano — hanno la pelle scura, parlano lingue che non capiamo. L’Africa resta nel nostro immaginario il “Paese dei neri”. Le sue tragedie sono raccontate solo quando servono a confermare un cliché: guerre tribali, fame, salvataggi umanitari. Le crisi africane non sono percepite come eventi storici e politici, ma come fatalità ricorrenti, destinate a ripetersi.

    Le guerre africane non si prestano alle nostre narrazioni ideologiche. Nessuna delle fazioni in conflitto appartiene alla nostra “tribù”. La guerra sudanese nasce da una lotta di potere tra due generali già alleati in un golpe, il generale al-Burhan (SAF) e il generale Hemedti (RSF). Nessuno dei due incarna un fronte democratico o progressista, e la complessità del conflitto — con il coinvolgimento di potenze esterne come Egitto, Emirati, Iran e Russia — rende impossibile ridurlo alla dicotomia familiare di “buoni contro cattivi”.

    Non temiamo che dal Sudan possa scaturire una terza guerra mondiale. Il conflitto non tocca direttamente gli interessi strategici di Europa e Stati Uniti. L’Ucraina si trova ai confini dell’Unione Europea, Gaza al centro di una regione da sempre cruciale per la politica americana, per le risorse energetiche e le rotte di approvvigionamento. il Sudan, invece, appare lontano da tutto, irrilevante per le nostre economie e le nostre alleanze.

    Siamo già saturi, quasi assuefatti, dalla guerra in Ucraina e da quella di Gaza. Il nostro carico mentale e morale è esaurito. L’assenza di informazioni e di immagini, l’estrema difficoltà del giornalismo sul campo — oggetto di censura, minacce, arresti, uccisioni — ci impediscono di vedere e di sapere. La maggior parte dei giornali e delle radio sudanesi ha chiuso; per gli inviati stranieri, il rischio di essere imprigionati, torturati o uccisi è altissimo. Senza immagini, non c’è racconto. E senza racconto, non c’è percezione pubblica.

    L’oscuramento della guerra in Sudan ha le sue conseguenze. Il piano umanitario delle Nazioni Unite per il Sudan è finanziato solo al 12%: non ci sono abbastanza fondi per cibo, acqua, rifugi, medicine. Senza la pressione dell’opinione pubblica, i governi non agiscono. Anche la diplomazia internazionale resta immobile: nessun tavolo di pace, nessun cessate il fuoco, nessuna mediazione efficace. In questo modo, la guerra continua, invisibile.

  • Amare gli oppressi senza odiare gli oppressori

    Mezzi e fini. Amare gli oppressi senza odiare gli oppressori

    Al cuore di ogni azione politica ed etica vi è un principio semplice ma decisivo: la coerenza tra mezzi e fini. Non si costruisce la pace con la guerra, né si afferma la giustizia attraverso l’ingiustizia. Se chi si dice pacifista adotta un linguaggio bellicoso, appare incoerente; se un guerrafondaio parla con calma e misura, può sembrare la parte ragionevole, costretta all’estrema ratio. L’integrità di un messaggio dipende anche dai metodi di chi lo incarna.

    La contrapposizione frontale e l’atteggiamento offensivo hanno una funzione precisa: consolidare il fronte interno, dare identità e soddisfare l’ego collettivo. Ma non servono a convincere gli avversari, né ad attrarre gli indecisi, che ne restano contrariati o distanti. È una strategia di coesione, non di espansione. La propaganda bellica dell’altro ci appare assurda proprio perché non è rivolta a noi, ma al suo stesso campo.

    La contrapposizione può essere efficace quando si è più forti, o quando il conflitto può essere risolto con una spallata. Ma quando si è la parte più debole, e la trasformazione richiede tempo, la strategia deve basarsi sulla pazienza, sulla resilienza e sulla crescita. Il tempo diventa un’arma: mentre il forte deve sostenere il costo del conflitto, il debole può logorarlo, modificando lentamente i rapporti di forza.

    Per i movimenti fondati sulla solidarietà, la qualità essenziale è l’empatia. Ma anche questa deve essere misurata. Le vittime di un’oppressione hanno buone ragioni per odiare; chi solidarizza con loro, no. Un’immedesimazione totale può compromettere la lucidità di chi vuole essere utile. Il compito del solidale non è specchiare l’odio, ma offrire una prospettiva costruttiva: amare gli oppressi senza odiare gli oppressori, per contribuire alla giusta soluzione del conflitto e alla successiva convivenza.

    Agire coerentemente significa questo: combattere per un mondo nuovo con mezzi che già lo anticipano. Perché il fine è racchiuso nel cammino che si intraprende.

  • La democrazia è a rischio quando l’estrema destra è al governo

    La democrazia è a rischio quando l'estrema destra è al governo

    Non è affatto sbagliato dire che la democrazia è a rischio quando l’estrema destra è al governo. Anche in assenza di un colpo di stato imminente, si diffonde la tossicità del dibattito pubblico e si intaccano la libertà di stampa, l’indipendenza della magistratura, la libera iniziativa delle opposizioni, dei sindacati, dei movimenti sociali.

    La democrazia non è semplicemente governo della maggioranza, ma un sistema di pesi e contrappesi che protegge i diritti di tutti, comprese le minoranze. Quando parliamo di “rischio per la democrazia”, facciamo riferimento proprio a quegli elementi che distinguono una democrazia liberale da un sistema maggioritario illiberale.

    L’idea che il vincitore delle elezioni “comandi” non è democratica: è una visione plebiscitaria, facilmente illiberale. Il potere non si concentra mai in un solo organo. L’esecutivo non comanda sul parlamento né sulla magistratura: i poteri si controllano e si bilanciano a vicenda. Nessuno, nemmeno il governo più votato, è al di sopra della legge.

    I diritti fondamentali — libertà di stampa, di assemblea, di opinione — non sono concessioni della maggioranza, ma limiti invalicabili alla sua volontà.

    Una democrazia sana richiede una società civile viva: sindacati liberi, media indipendenti, opposizioni che possano operare senza ostacoli. Questi corpi intermedi assicurano il controllo del potere e un dibattito pubblico informato.

    I governi di estrema destra tendono invece a una concezione plebiscitaria del potere: minano la divisione dei poteri e delegittimano chi esercita il proprio ruolo nel giornalismo, nella magistratura, nell’opposizione. Criminalizzano minoranze politiche, etniche e culturali; identificano il governo con la nazione, così che chi si oppone non è più un avversario politico, ma un nemico della patria. Un traditore. È il terreno di una guerra civile simbolica e psicologica.

    L’erosione dei principi democratici svuota lentamente il sistema dall’interno. Ma può anche accadere qualcosa che fa precipitare la situazione: un attentato, una guerra, una crisi economica, o il rifiuto della sconfitta elettorale. Sono momenti che non si annunciano. Per questo la denuncia dei rischi può apparire allarmistica finché non è troppo tardi per evitare l’autoritarismo.

  • I prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane

    I prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane

    Dopo lo scambio dei prigionieri del 13 ottobre 2025 — in cui Israele ha rilasciato circa duemila reclusi palestinesi in cambio di venti ostaggi israeliani detenuti da Hamas — il numero complessivo di palestinesi nelle carceri israeliane è sceso a circa 9.100–9.400 persone. Prima di questo accordo, a inizio ottobre, i detenuti erano circa 11.056, secondo le organizzazioni HaMoked e Mondoweiss, anche se le cifre possono variare per nuovi arresti, rilasci o decessi in custodia: almeno 77 palestinesi sono morti dal 7 ottobre 2023.

    Le prigioni e la geografia della detenzione

    I prigionieri palestinesi sono rinchiusi in diverse strutture del Servizio Penitenziario Israeliano, spesso lontane dai territori occupati, il che rende difficili le visite familiari. Tra le principali: Ofer vicino a Ramallah, usata per detenzioni amministrative e processi militari; Ktzi’ot nel Negev, una delle più grandi, che ospita migliaia di detenuti inclusi quelli da Gaza; Nafha, anch’essa nel Negev, nota per le condizioni severe; Megiddo nel nord, dove sono rinchiusi molti minori e prigionieri della Cisgiordania; Ramon per i casi di alto profilo; Damon, nel nord, dedicata soprattutto alle donne. A queste si aggiungono Gilboa, Ashkelon, Hasharon, Hadarim e la base militare di Sde Teiman, dove sono detenuti palestinesi di Gaza classificati come “combattenti illegali”.

    Composizione e profili dei detenuti

    La maggior parte dei prigionieri è composta da uomini adulti, che rappresentano il 95-98% del totale. Le donne sono tra 40 e 80, inclusa almeno una detenuta di Gaza, Siham Abu Salem. I minori, tra 200 e 300, vengono spesso arrestati per azioni come il lancio di pietre o la partecipazione a proteste, con detenzioni medie di 16-17 giorni.

    Circa il 25-30% dei detenuti da Gaza è considerato miliziano o affiliato a gruppi armati come Hamas o Jihad Islamica, mentre il 70-75% sono civili comuni, fermati per proteste, legami politici o senza accuse precise. In generale, il 40% degli uomini palestinesi sotto occupazione è passato almeno una volta per il carcere israeliano.

    Condanne e detenzioni amministrative

    Solo il 15-20% dei detenuti ha ricevuto una condanna vera e propria, con pene da pochi mesi all’ergastolo per reati di sicurezza giudicati da corti militari. Il 30-35% è in detenzione amministrativa, senza processo o accuse formali, basata su presunte prove segrete e rinnovabile ogni 3-6 mesi. Il resto è in attesa di giudizio o sotto indagine.

    La durata media della detenzione amministrativa è di un anno, ma può prolungarsi indefinitamente. Le condanne variano da 1-5 anni per casi minori a oltre 10 anni per i miliziani. I minori restano in media 16-17 giorni, mentre la durata complessiva di un ciclo di detenzione è di 1-2 anni, con casi estremi fino a 24 anni.

    Dal 1967, anno dell’occupazione di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est, almeno un milione di palestinesi sono passati per le carceri israeliane — secondo Addameer e il Palestinian Prisoners’ Society — in quella che molte organizzazioni per i diritti umani definisce una forma di controllo sistematico dell’occupazione.

    Condizioni di vita e abusi documentati

    Le condizioni di detenzione sono drammaticamente peggiorate dopo il 7 ottobre 2023. Testimonianze e rapporti di Human Rights Watch, Amnesty International e B’Tselem descrivono abusi sistematici, sovraffollamento e privazioni: percosse, legature estreme, umiliazioni fisiche e verbali, esposizione a rumori assordanti per giorni, e — in casi documentati — stupri di gruppo e violenze sessuali, soprattutto nella base di Sde Teiman, definita da osservatori ONU un “campo di tortura”.

    Almeno 75 palestinesi, inclusi bambini e donne, sono morti in detenzione dal 2023, spesso per malnutrizione, torture o mancanza di cure mediche. Esperti ONU parlano di “crimini contro l’umanità”, denunciando un clima di impunità totale: le indagini israeliane sono rare e inefficaci, in violazione delle Convenzioni di Ginevra e della Convenzione contro la Tortura.

    Sovraffollamento e privazioni materiali

    Le carceri israeliane non sono più in grado di contenere i detenuti. Già prima del 2023, celle progettate per 5-6 persone ne ospitavano fino a 12; oggi, con oltre 9.000 palestinesi rinchiusi, il Servizio Penitenziario Israeliano ha dichiarato uno stato di emergenza. In strutture come Nafha, Ofer e Ktzi’ot, i detenuti dormono su materassi a terra in spazi inferiori ai 3 m² per persona, violando una sentenza della Corte Suprema israeliana del 2017.

    Le condizioni igieniche favoriscono malattie cutanee e respiratorie, mentre i trasferimenti improvvisi in campi temporanei peggiorano ulteriormente la situazione.

    Anche il cibo è diventato un mezzo di punizione. Dal 2023, le razioni si sono ridotte a tre cucchiai di riso o fagioli secchi al giorno, con pane e yogurt come colazione. La Corte Suprema israeliana, nel settembre 2025, ha riconosciuto che lo Stato viola il dovere legale di fornire tre pasti nutrienti quotidiani, ma le restrizioni imposte dal ministro Itamar Ben-Gvir restano in vigore, nonostante gli appelli dell’ONU.

    Assistenza legale e isolamento

    L’accesso alla difesa legale è gravemente limitato. Circa il 37% dei minori è detenuto senza accuse, e dal 2023 le visite degli avvocati sono sistematicamente ostacolate o annullate. Il Comitato Internazionale della Croce Rossa non ha più accesso regolare alle carceri. Organizzazioni come HaMoked e Addameer offrono assistenza pro bono, ma subiscono restrizioni, divieti e accuse di “terrorismo”. L’ONU definisce questo isolamento una forma di punizione disumana.

    Figure simboliche della resistenza

    Tra i prigionieri più noti rimasti dopo lo scambio del 13 ottobre spiccano:

    • Marwan Barghouti, leader di Fatah e figura chiave delle due Intifade, condannato nel 2004 a cinque ergastoli.
    • Ahmed Saadat, segretario generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), condannato nel 2008 a 30 anni per il suo coinvolgimento nell’assassinio del ministro israeliano Rehavam Zeevi.
    • Abdallah Al-Barghouti, militante di Hamas, condannato nel 2004 a 67 ergastoli.
    • Ibrahim Hamed, ex comandante di Hamas in Cisgiordania, con 54 ergastoli dal 2006.
    • Hassan Salama, di Gaza, con 48 ergastoli dal 1996.
    • Dr. Iyad Abu Safiya, medico e direttore dell’ospedale Al-Awda, detenuto senza accuse formali in via amministrativa.

    Queste figure, viste da Israele come terroristi, restano per molti palestinesi simboli di resistenza e leadership. Il loro rilascio dipenderà da futuri scambi di prigionieri o decisioni politiche, non da percorsi giudiziari ordinari.

    Reazioni e campagne internazionali

    I processi contro i principali detenuti palestinesi – tra cui Marwan Barghouti, Ahmed Saadat, Abdallah Al-Barghouti, Ibrahim Hamed e Hassan Salama – sono stati contestati da organizzazioni per i diritti umani per gravi violazioni delle garanzie processuali. Amnesty International, B’Tselem e Human Rights Watch denunciano l’uso sistematico di confessioni estorte sotto coercizione, l’assenza di prove materiali dirette e il ricorso a “prove segrete” non accessibili alla difesa. Nelle corti militari israeliane, dove il tasso di condanna dei palestinesi supera il 99%, i giudici sono ufficiali dell’esercito e i processi avvengono spesso a porte chiuse, senza pieno diritto alla difesa. Secondo l’ONU, questo sistema viola gli standard internazionali di equità e la Quarta Convenzione di Ginevra, che tutela i detenuti nei territori occupati. Israele sostiene che le corti militari siano necessarie per motivi di sicurezza, ma le indagini su abusi restano eccezionali e raramente efficaci.

    Diverse reti globali, come la Samidoun Palestinian Prisoner Solidarity Network, il Collettivo Palestine Vaincra e Defence for Children International – Palestine, promuovono campagne per la liberazione dei detenuti, in particolare di Marwan Barghouti e dei minori. Amnesty International ha definito migliaia di prigionieri palestinesi “moneta di scambio” e chiede il rilascio immediato di chi è detenuto arbitrariamente. Human Rights Watch e l’Associazione per i Diritti Civili in Israele hanno ottenuto vittorie legali parziali, come la sentenza contro le restrizioni alimentari, ma le violazioni continuano.

  • Gli ostaggi israeliani potevano essere liberati prima e salvati tutti

    Il 13 ottobre 2025 Hamas ha liberato circa venti ostaggi israeliani, gli ultimi sopravvissuti tra oltre 250 catturati nell’attacco del 7 ottobre 2023. In cambio, Israele ha rilasciato quasi duemila prigionieri palestinesi, secondo l’accordo mediato dagli Stati Uniti con il coinvolgimento di Egitto, Qatar e Turchia. (Npr)

    Gli ostaggi, trattenuti per 738 giorni nei tunnel di Gaza, sono stati consegnati alla Croce Rossa e poi alle forze israeliane. Hamas ha accettato lo scambio sotto la pressione della distruzione di Gaza City; Israele, sotto quella delle proteste interne e delle pressioni internazionali, soprattutto quelle americane.

    L’intesa, firmata tra Israele e Hamas il 9 ottobre in Egitto, avvia una tregua che potrebbe chiudere due anni di devastazione. Ma apre una domanda: perché non è arrivata prima? Gli ostaggi israeliani potevano essere liberati molto prima — e potevano essere liberati tutti.

    Ottobre 2023 – Israele rifiuta l’offerta di Hamas

    Subito dopo l’attacco del 7 ottobre 2023, Hamas propone la liberazione immediata di tutti i civili catturati in cambio dell’impegno israeliano a non invadere Gaza.

    L’offerta, trasmessa tra il 9 e il 10 ottobre tramite canali qatarioti, mirava a evitare l’offensiva terrestre. Il governo Netanyahu la respinse senza esitazioni, preferendo la distruzione di Hamas all’accordo. Il rifiuto, fu rivelato mesi dopo dall’ex portavoce del Forum delle Famiglie degli Ostaggi, Haim Rubinstein. (Times of Israel)

    Novembre 2023 – La tregua di sette giorni

    Tra il 24 novembre e il primo dicembre 2023, un accordo mediato da Qatar, Egitto e Stati Uniti consente a Hamas di liberare 105 ostaggi, in cambio di 240 prigionieri palestinesi. (ABC)

    Quando emergono dispute sulla liberazione di due soldatesse, che Hamas sostiene di non riuscire a localizzare, Israele accusa Hamas di violare l’intesa e riprende i bombardamenti.

    Maggio 2024 – Il piano Biden respinto

    Il 31 maggio 2024 Joe Biden presenta un piano in tre fasi: rilascio graduale di tutti gli ostaggi, ritiro israeliano da Gaza e ricostruzione del territorio. Hamas accetta, Israele rifiuta.

    Il ministro per la Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, leader dell’estrema destra di Otzma Yehudit, minaccia di dimissioni e di far cadere la coalizione se l’intesa passa, vantandosi poi pubblicamente di averla sabotata. Insieme a Bezalel Smotrich, Ben-Gvir impone veti nel gabinetto di sicurezza, ignorando l’urgenza umanitaria e le pressioni familiari degli ostaggi. Secondo resoconti israeliani, questo stallo causa la morte di sei ostaggi, uccisi in tunnel bombardati durante le operazioni militari riprese a Rafah e Khan Younis. (JPost)

    Netanyahu definisce l’accordo “inaccettabile” perché non prevede lo smantellamento completo di Hamas. Analisti come Charlie Herbert stimano che l’accordo avrebbe potuto liberare tutti i superstiti entro l’estate.

    Ottobre 2024 – L’accordo Baskin ignorato

    Un anno prima della liberazione finale, Hamas accetta integralmente un “Three Weeks Deal” proposto dal negoziatore israeliano Gershon Baskin: rilascio completo degli ostaggi in tre settimane, cessazione della guerra, cessione del controllo di Gaza a un governo civile tecnico. (Npr)

    Netanyahu rifiuta, temendo di apparire debole e di perdere il sostegno della destra. L’amministrazione Biden, già distratta dalle elezioni, non interviene. L’occasione si perde, e la guerra prosegue a Rafah e Jabalia.

    Gennaio–Marzo 2025 – La tregua interrotta

    Tra il 19 gennaio e il 2 marzo 2025 una tregua di 42 giorni, mediata da Egitto, Qatar e Stati Uniti, porta alla liberazione di 33 ostaggi e di mille prigionieri palestinesi.

    Alla fine della prima fase, Israele rifiuta di passare alla seconda, che avrebbe previsto la liberazione dei soldati e il ritiro totale delle truppe. Netanyahu esige la resa di Hamas, mentre l’amministrazione Trump appena insediata appoggia la linea dura. La guerra riprende con i bombardamenti su Gaza con un’intensità senza precedenti, proprio durante il primo giorno del Ramadan, un mese sacro per i musulmani, facendo subito un migliaio di vittime.

    Aprile 2025 – La tregua di cinque anni respinta

    Hamas propone una tregua di cinque anni, offrendo il rilascio di tutti i superstiti in cambio della fine delle ostilità e di garanzie per la ricostruzione di Gaza. (France24)

    Israele respinge la proposta come “inaccettabile” perché non prevede la demilitarizzazione di Hamas. Netanyahu, pressato dall’estrema destra, sceglie l’offensiva “Carri di Gedeone” invece del negoziato.

    Luglio 2025 – Il ritiro da Doha

    Verso la fine di luglio, un accordo, mediato dal palestinese-americano Bishara Bahbah, sembra imminente. Hamas accetta una tregua di 60 giorni e lo scambio di tutti i superstiti per migliaia di prigionieri palestinesi. (Newsweek)

    Ma Israele si ritira all’ultimo dalle trattative, preferendo rilanciare “Operation Gideon’s Chariots II”. Secondo i mediatori qatarioti, l’intesa avrebbe potuto chiudere la crisi ad agosto.

    Agosto–Settembre 2025 – Il sabotaggio di Doha

    Ad agosto, Hamas offre di liberare quindici ostaggi vivi in cambio di 800 prigionieri e una tregua di 45 giorni. Netanyahu rifiuta, pretendendo il rilascio di tutti, vivi e morti.

    Pochi giorni dopo, il 9 settembre, un raid israeliano su un quartiere di Doha tenta di uccidere la delegazione negoziale di Hamas, ma fallisce, uccide comunque cinque persone tra cui il figlio del negoziatore Khalil al-Hayya. Il Qatar denuncia “terrorismo di Stato”. L’attacco fa saltare i colloqui. (Il Post)

    Il modello che si ripete

    Le otto occasioni mancate per liberare gli ostaggi israeliani tra il 2023 e il 2025 seguono un modello chiaro: Israele privilegia la guerra o tregue brevi per recuperare ostaggi senza cedere sul proseguimento della guerra fino al raggiungimento dei suoi obiettivi, mentre Hamas cerca accordi che conducano a una pace definitiva, con scambio di prigionieri, ripresa degli aiuti e ritiro israeliano da Gaza.

    La responsabilità politica

    La colpa primaria della condizione degli ostaggi resta di Hamas che li ha rapiti. Ma la responsabilità politica di non aver privilegiato la loro liberazione ricade sul governo israeliano.

    Per due anni, il movimento delle famiglie degli ostaggi ha denunciato Netanyahu, accusandolo di anteporre la sopravvivenza della sua coalizione alle vite dei propri cittadini.

    La destra di Ben-Gvir e Smotrich ha imposto veti che hanno bloccato ogni intesa possibile.

    Così, mentre la guerra devastava Gaza e gli ostaggi morivano nei tunnel, la politica israeliana ha sacrificato i propri cittadini per un obiettivo irraggiungibile: la distruzione totale di Hamas. L’obiettivo ufficiale.

  • Il blocco navale israeliano di Gaza

    Il blocco navale israeliano di Gaza

    Da diciassette anni i due milioni di abitanti di Gaza vivono senza poter uscire dal loro territorio, senza poter commerciare liberamente e, da oltre due anni, senza nemmeno poter navigare. Il mare, che dovrebbe essere una via d’uscita, è diventato una barriera. Per Israele, il blocco navale serve a impedire il traffico di armi verso Hamas; per molti osservatori internazionali, è una forma di punizione collettiva che viola il diritto umanitario. La discussione non riguarda solo se il blocco sia legale, ma cosa significhi considerare “legale” una politica che affama un intero popolo.

    Palmer, un verdetto controverso

    La base giuridica del blocco risale al 2011, quando un gruppo d’inchiesta delle Nazioni Unite – la cosiddetta commissione Palmer, istituita dopo l’assalto israeliano alla flottiglia Mavi Marmara – concluse che il blocco navale imposto da Israele era “legittimo”.

    Secondo il rapporto, Israele aveva il diritto di difendersi dal lancio di razzi provenienti da Gaza e, applicando il Manuale di San Remo sul diritto della guerra marittima, poteva limitare l’accesso al mare per motivi di sicurezza. Il panel considerava inoltre che Israele non occupasse più Gaza, poiché si era ritirato dal territorio nel 2005.

    Ma quella definizione di “non occupazione” è sempre stata contestata. Israele continua a controllare lo spazio aereo, i confini terrestri e le acque territoriali della Striscia. L’Egitto collabora al blocco dal lato sud, ma il controllo effettivo rimane israeliano.

    Per questo, già nel 2011, il Comitato internazionale della Croce Rossa e diverse agenzie dell’ONU avevano definito il blocco una punizione collettiva vietata dall’articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra. L’ONU stimava allora che il 70% della popolazione dipendesse dagli aiuti alimentari. Oggi la percentuale sfiora il 100%.

    La contraddizione di fondo è che una misura nata come difensiva è diventata un sistema di controllo totale. E la distanza tra legalità formale e legittimità morale si è allargata di anno in anno.

    Dopo il 7 ottobre 2023

    L’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023 ha riaperto una fase ancora più dura dell’assedio. Pochi giorni dopo, il ministro della Difesa Yoav Gallant annunciò: “Niente elettricità, niente cibo, niente carburante”. Da allora il blocco è diventato totale, non solo navale ma anche terrestre. Israele afferma di voler impedire il ritorno al potere di Hamas, ma il risultato è stato la distruzione quasi completa della Striscia di Gaza.

    A metà 2025, secondo i dati delle agenzie ONU, oltre 90% della popolazione soffre di insicurezza alimentare estrema. Il Programma alimentare mondiale parla apertamente di carestia indotta. Le epidemie si diffondono per la mancanza di acqua potabile, i sistemi sanitari sono collassati, e le poche navi che cercano di portare aiuti umanitari vengono respinte o sequestrate in mare aperto.

    Per Israele il blocco resta una misura militare legittima. Ma nel diritto internazionale umanitario il principio di proporzionalità vieta di colpire la popolazione civile per raggiungere obiettivi militari.

    Nel marzo 2024, una relazione del Consiglio dei diritti umani dell’ONU ha definito il blocco “una forma di persecuzione sistematica” che “contribuisce a creare le condizioni di un possibile genocidio”.

    Amnesty International e Human Rights Watch hanno espresso la stessa valutazione: la fame non è più una conseguenza della guerra, ma un suo strumento deliberato.

    La pesca impedita

    Fino al 2007, prima del blocco, la pesca era una delle principali fonti di reddito di Gaza. Oltre diecimila pescatori garantivano quasi quattromila tonnellate di pesce all’anno.

    Con l’inizio del blocco israeliano, le zone di pesca sono state ridotte progressivamente da venti a tre miglia nautiche, poi vietate del tutto dopo il 2023.

    Secondo il sindacato locale, nel 2025 più del 90% dei pescherecci è distrutto o inservibile, e almeno quindici pescatori sono stati uccisi dalla marina israeliana.

    Chi prova a salpare rischia di essere colpito o arrestato. Anche le imbarcazioni che trasportano aiuti vengono intercettate prima di raggiungere le acque di Gaza.

    Il mare, un tempo spazio di lavoro e libertà, è diventato il simbolo dell’assedio. È la frontiera che si può guardare ma non attraversare, la promessa di un altrove irraggiungibile.

    Il blocco navale, formalmente difensivo, ha finito per trasformarsi in un meccanismo di isolamento totale: nessuno entra, nessuno esce, nemmeno per pescare.

    Una zona grigia giuridica

    Il caso di Gaza mostra quanto fragile possa essere la linea che separa la giustificazione della sicurezza dalla punizione collettiva. Il Rapporto Palmer, che nel 2011 sembrava stabilire un equilibrio tra diritto alla difesa e tutela dei civili, oggi appare come il punto d’origine di una zona grigia giuridica in cui tutto è consentito in nome della sicurezza.

    Ma il diritto internazionale nasce proprio per limitare il potere degli Stati in guerra, non per giustificarlo.

    Nel lessico legale, il blocco di Gaza continua a essere “discutibile ma non illegale”. Nella realtà, è diventato la negazione stessa del diritto alla vita.

    Le navi che cercano di portare aiuti vengono fermate; i pescatori vengono uccisi; il mare resta vietato.

    È la dimostrazione che la legalità, da sola, non basta a salvare lo spirito della legge, e che un popolo può essere affamato anche dentro le regole.

    Dal diritto del mare alla guerra navale: perché le navi dirette a Gaza vengono fermate in acque internazionali

    La posizione ufficiale israeliana sulla legalità dell’intercettazione di navi dirette a Gaza si fonda sulla distinzione tra il diritto del mare in tempo di pace e quello in tempo di guerra. Secondo Israele, la Global Sumud Flotilla – il convoglio umanitario intercettato a ottobre 2025 – rientra nella seconda categoria.

    Israele richiama il Manuale di San Remo (1994), che regola la condotta dei conflitti armati in mare e consente il blocco navale di un territorio nemico, purché “efficace” e notificato alla comunità internazionale. In base a questo principio, sostiene che una nave diretta a Gaza possa essere fermata anche in acque internazionali se “intende violare” il blocco, in vigore dal 2009. È la logica con cui le unità della marina israeliana hanno abbordato la Flotilla a circa 70 miglia dalla costa, ben oltre le acque territoriali.

    Le organizzazioni umanitarie e la maggior parte dei giuristi contestano questa interpretazione, appellandosi alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS, Montego Bay 1982). La Convenzione tutela la libertà di navigazione in alto mare e ammette l’abbordaggio di navi straniere solo in casi specifici – come pirateria o tratta di esseri umani – non per “intenti presunti”. Per molti esperti, il blocco israeliano viola l’articolo 87 dell’UNCLOS e costituisce una forma di punizione collettiva, vietata dall’articolo 33 della IV Convenzione di Ginevra.

    La cautela europea

    Nel mezzo di questa disputa legale si inserisce la cautela europea. Le fregate Alpino (italiana) e Furor (spagnola) hanno scortato la flotilla solo fino a circa 150 miglia da Gaza, poi si sono fermate. Roma e Madrid hanno parlato di “monitoraggio umanitario”, ma hanno evitato di entrare nella zona di interdizione israeliana per non rischiare incidenti con un paese alleato. È il limite della politica europea: sostenere gli aiuti umanitari, senza mettere in discussione il blocco. Lo stesso ha fatto la Turchia.

    Il risultato è un mare chiuso: Israele rivendica la legalità del blocco, ma a Gaza continua a essere negato il diritto più elementare, quello alla sopravvivenza.

  • Freedom la seconda Flotilla

    Freedom la seconda Flotilla

    La seconda Flotilla diretta a Gaza, organizzata dalla Freedom Flotilla Coalition (FFC), ha tentato in modo coordinato di sfidare il blocco navale israeliano, per portare aiuti umanitari e dare visibilità alla crisi alimentare e sanitaria nella Striscia. È partita con obiettivi chiari: consegnare cibo, medicinali e attrezzature mediche, e documentare la catastrofe umanitaria causata da due anni di guerra e assedio totale. Ma, come la precedente, le è stato impedito di arrivare a destinazione.

    Il convoglio principale, composto da una decina di imbarcazioni e circa 70 attivisti, è salpato dal porto di San Giovanni Li Cuti, a Catania (Sicilia), il 27 settembre 2025, dopo un ritardo tecnico. In totale, la Freedom Flotilla comprendeva circa 150 volontari da 25 paesi, a bordo di nove navi tra cui la Conscience, dedicata a giornalisti e operatori sanitari. L’iniziativa si è però trovata a operare in un momento di particolare saturazione mediatica: si è sovrapposta alla Global Sumud Flotilla, lanciata a fine agosto dai porti di Spagna, Italia, Grecia e Tunisia con oltre 50 barche e la partecipazione di Greta Thunberg, e ha coinciso con l’annuncio del cosiddetto “piano di pace Trump”, che ha monopolizzato la scena diplomatica.

    Il risultato è stato un’azione meno visibile, ma non meno significativa.

    L’intercettazione in acque internazionali

    L’IDF ha intercettato la seconda flottiglia l’8 ottobre 2025, a circa 120 miglia nautiche da Gaza, in acque internazionali. Le forze israeliane hanno disturbato le comunicazioni radio, poi hanno abbordato almeno due navi del convoglio, sequestrando l’intero equipaggio e i suoi beni. Tutti gli attivisti sono stati trasferiti forzatamente verso il porto israeliano di Ashdod. L’operazione è stata descritta dagli organizzatori come un “attacco violento” e una “violazione del diritto internazionale”, in continuità con quanto avvenuto pochi giorni prima contro la Sumud.

    Le nove imbarcazioni risultano tuttora sequestrate. Gli aiuti umanitari – stimati in centinaia di migliaia di dollari, tra cibo, forniture mediche e attrezzature – sono stati confiscati. In base a precedenti simili, parte del carico potrebbe essere stata redistribuita tramite canali israeliani o agenzie ONU, ma senza consegna diretta a Gaza. Il resto, secondo la FFC, è probabilmente distrutto o trattenuto.

    Abusi e detenzioni

    Dopo l’intercettazione, i 145 volontari – tra cui medici, infermieri, giornalisti e parlamentari – sono stati arrestati, detenuti e interrogati in Israele. Tutti erano disarmati e impegnati in attività umanitarie.

    Secondo le testimonianze raccolte da Adalah – The Legal Center for Arab Minority Rights in Israel e dalla Freedom Flotilla Coalition, gli attivisti hanno subito abusi fisici e psicologici sistematici durante l’abbordaggio e la detenzione, tra l’8 e il 12 ottobre 2025.

    Durante l’intercettazione, molti sono stati colpiti, strattonati per i capelli o costretti a inginocchiarsi per ore sotto il sole, con le mani legate dietro la schiena. Diversi riferiscono di essere stati insultati o umiliati, costretti a ripetere frasi di fedeltà a Israele o denigrazione dei propri paesi d’origine.

    Nei centri di detenzione di Ktzi’ot e Shikma, gli abusi sono proseguiti: condizioni disumane, accesso limitato ad acqua e cibo, assenza di assistenza legale per almeno 20 persone, e interrogatori con minacce di detenzione indefinita. Alcuni attivisti – tra cui Huwaida Arraf, palestinese-americana, Zohar Chamberlain Regev, israelo-tedesca, e Omer Sharir, israeliano – hanno reagito con uno sciopero della fame.

    Particolarmente grave l’episodio che coinvolge la deputata europea Mélissa Camara, di origine africana, che ha subito insulti razzisti e violenze verbali. Nove cittadini francesi, tra cui Isaline Choury, 82 anni, sono stati costretti a firmare documenti falsi ammettendo un “ingresso illegale in Israele” per evitare la detenzione prolungata.

    Entro il 12 ottobre, tutti i volontari sono stati liberati senza accuse formali e deportati, principalmente verso Giordania e Turchia. Nessuno risulta oggi in stato di fermo o in condizioni critiche, ma molti hanno descritto l’esperienza come traumatica. Le ONG coinvolte parlano di violazioni dei diritti umani e del diritto marittimo internazionale, e denunciano l’impunità sistemica concessa a Israele per atti simili.

    Ondata dopo ondata

    Nonostante l’intercettazione e gli abusi, la Freedom Flotilla Coalition ha annunciato che le missioni continueranno. Le definisce “wave upon wave”, ondata dopo ondata, per sottolineare una strategia di persistenza nonviolenta contro il blocco di Gaza.

    Dal 2008 la FFC organizza missioni navali con volontari civili. Tra il 2023 e il 2025 ha già lanciato iniziative come Break the Siege, Handala e la Sumud Flotilla, tutte intercettate, ma decisive nel mantenere viva l’attenzione internazionale. Gli attivisti ripetono che “ogni missione fallita è un successo morale”, perché riaccende la consapevolezza dell’assedio e costringe l’opinione pubblica mondiale a guardare verso Gaza.

    Gli organizzatori della Sumud, alleati con la FFC, hanno promesso di “continuare a navigare finché Gaza non sarà libera”. È una determinazione che non si ferma davanti ai sequestri, alle detenzioni o ai maltrattamenti, e che oggi – dopo due flottiglie intercettate in meno di dieci giorni – appare come la forma più visibile di disobbedienza civile internazionale contro l’assedio.

  • La pace di Trump per Gaza va bene ma non basta

    La pace di Trump per Gaza adesso va bene ma non basta

    Visto da destra, il “piano di pace Trump” per Gaza — che ha imposto a Israele e Hamas un cessate il fuoco duraturo, con la mediazione di Egitto e Qatar — è diventato un pretesto per attaccare la sinistra.

    Secondo la narrazione governativa, la sinistra non sarebbe contenta che la pace a Gaza sia stata imposta proprio da Trump. Né sopporterebbe che il merito vada al presidente americano invece che alle manifestazioni, alla Flotilla, a Greta Thunberg o a Francesca Albanese. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha riassunto così il concetto: «La sinistra è più fondamentalista di Hamas».

    Sorprende che un governo stabile e longevo senta il bisogno di polemizzare in modo così sguaiato con l’opposizione. Ma entriamo nel merito.

    Al momento è stata concordata soltanto la prima fase del piano, quella che prevede la fine dei combattimenti, lo scambio di ostaggi e prigionieri e un ritiro parziale dell’esercito israeliano dalla Striscia. Le prossime fasi, che riguarderanno il futuro politico della Striscia di Gaza, il completamento del ritiro israeliano e la smilitarizzazione di Hamas, sono più complicate e potrebbero fallire più facilmente.

    Ci dispiace che il cessate il fuoco lo stia imponendo Trump?

    Non poteva essere diverso. Abbiamo sempre saputo che solo gli Stati Uniti hanno il potere di fermare Israele. Intervistato all’inizio della guerra di Gaza, l’ex ministro degli Esteri israeliano Shlomo Ben-Ami rispose alla domanda “Quando finirà?” con una frase lapidaria: «Dipende da quando si chiuderà la finestra che l’America ci concede».

    In alcuni momenti era sembrato che Joe Biden quella finestra volesse chiuderla. Per esempio nel maggio 2024, quando l’IDF si apprestava a distruggere Rafah, ma Netanyahu diede comunque il via all’operazione. Biden era però in una condizione particolare, segnata da limiti di salute e di consenso. Con un nuovo presidente, che fosse Harris o Trump, era inevitabile che, questione di tempo, la finestra si richiudesse.

    Eppure anche con Trump, inizialmente, si è ripetuto lo stesso schema: aveva realizzato un cessate il fuoco il giorno prima dell’insediamento, il 19 gennaio, ma Netanyahu lo ha rotto il 18 marzo; stava trattando con l’Iran a giugno, ma Netanyahu ha attaccato l’Iran; stava negoziando di nuovo una tregua con Hamas ad agosto, ma Netanyahu ha tentato di uccidere la delegazione di Hamas, senza riuscirci, colpendo perfino Doha, alleato strategico degli Stati Uniti. Quel fallimento ha segnato l’inizio della fine: lì si è chiusa davvero la finestra americana.

    E finalmente.

    Perché se il cessate il fuoco regge, finisce il calvario degli ostaggi e il grande strazio quotidiano delle vittime innocenti, dei feriti, degli affamati, dei lutti e delle distruzioni. Si interrompe il genocidio — o la marcia verso l’espulsione forzata dei palestinesi. Come si fa a non esserne contenti? E come non vedere che con la fine dei bombardamenti finisce anche il piccolo strazio morale di chi, in questi due anni, ha negato o giustificato l’orrore di Gaza?

    Non deve stupire che il protagonista sia Trump. Non è la prima volta che negli Stati Uniti la pace arriva da leader conservatori o reazionari. Nixon e Kissinger avviarono il dialogo con la Cina di Mao, si ritirarono dal Vietnam e promossero la distensione con l’Urss. Reagan fu l’interlocutore della pace di Gorbaciov. In Israele, Sharon ritirò i coloni da Gaza — per congelare il processo di pace, ma i laburisti non fecero nemmeno quello.

    Questi leader, proprio perché di destra, possono permettersi atti di pragmatismo senza temere accuse di debolezza o tradimento da parte dell’opposizione. Per lo stesso motivo, Trump può imporre a Gaza una pace sbilanciata a favore di Israele, ma non può farlo in Ucraina a favore della Russia: lì l’opposizione democratica e l’Europa lo accuserebbero di arrendersi a Putin. E già lo fanno.

    Non per questo vanno svalutati altri fattori. Le grandi manifestazioni, la Flotilla, la popolarità di figure come Greta Thunberg o Francesca Albanese sono il termometro di un orientamento dell’opinione pubblica che cresce in intensità contro la guerra. E di questo, i governi europei e lo stesso presidente americano tengono conto.

    Hamas ha fatto bene ad accettare il piano Trump: per urgenti ragioni umanitarie e per la responsabilità del 7 ottobre. E noi facciamo bene a essere felici di quel sì.

    Ma noi non siamo Hamas. Non dobbiamo comportarci come una delle parti in causa. Siamo cittadini europei. Dobbiamo apprezzare la fine dei massacri, la liberazione degli ostaggi e, insieme, criticare le insufficienze e gli squilibri di un piano che, se non apre una prospettiva di giustizia, resterà soltanto una tregua — anche molto breve.

  • Negare la carestia a Gaza con le foto della festa

    Alcuni commentatori filoisraeliani, come Marco Taradash, utilizzano le immagini dei palestinesi di Gaza che festeggiano il cessate il fuoco per negare la carestia nella Striscia. È un’operazione fuorviante, che ignora i criteri oggettivi e le valutazioni ufficiali della situazione.

    La carestia non è definita dall’aspetto di singoli individui ridotti a scheletri, ma da criteri precisi e misurabili stabiliti dall’Integrated Food Security Phase Classification (IPC), il sistema internazionale di riferimento.

    La Fase 5 (Catastrofe/Carestia) viene dichiarata quando sono soddisfatte simultaneamente tre soglie:

    • almeno il 20% della popolazione soffre un’estrema mancanza di cibo;
    • almeno il 30% dei bambini presenta malnutrizione acuta (sindrome da deperimento);
    • si registrano almeno due morti ogni 10.000 persone, o quattro ogni 10.000 bambini, al giorno, per fame o per la combinazione di fame e malattia.

    Le agenzie umanitarie delle Nazioni Unite, come WFP e UNICEF, hanno ripetutamente messo in guardia sul rischio imminente di carestia in alcune aree di Gaza — in particolare nel nord — e hanno confermato livelli di insicurezza alimentare acuta (Fase 4 – Emergenza) e tassi di malnutrizione infantile oltre le soglie storiche. Le cause principali sono la limitazione all’accesso degli aiuti umanitari, del cibo, dell’acqua potabile e dei servizi sanitari. I report indicano decine di migliaia di bambini colpiti da malnutrizione acuta.

    L’aspetto fisico di una persona, soprattutto se adulta o precedentemente in buona salute, non è un indicatore affidabile della condizione alimentare di un’intera popolazione.

    La malnutrizione acuta colpisce più rapidamente e gravemente i bambini piccoli. La fame agisce in modo graduale: provoca prima carenze nutrizionali, poi debolezza immunitaria, e solo nel tempo e in condizioni estreme il deperimento visibile e la morte. La fame non si vede subito, ma uccide comunque.

    La situazione alimentare è molto più grave nel nord della Striscia, dove l’accesso agli aiuti resta difficilissimo, e varia sensibilmente tra aree, famiglie e individui.

    Dopo l’assalto e l’occupazione militare di Gaza City — che ha persino comportato la chiusura del “bar della Nutella”, diventato un simbolo dei negazionisti — l’attenzione mediatica sulla carestia è diminuita. Ma le valutazioni ufficiali delle organizzazioni internazionali non sono cambiate.

    L’Integrated Food Security Phase Classification (IPC) ha confermato ufficialmente la condizione di carestia (Fase 5) in almeno un’area della Striscia di Gaza, il governatorato di Gaza. È la prima carestia mai dichiarata in Medio Oriente.

    La classificazione, pubblicata nell’agosto 2025, certifica che le soglie critiche — estrema privazione alimentare, malnutrizione acuta elevata e mortalità legata alla fame — sono state raggiunte.

    Oltre mezzo milione di persone, circa la metà bambini, vive oggi in condizioni di carestia conclamata (Fase 5). Più di 54.600 bambini sotto i cinque anni soffrono di malnutrizione acuta o severa, con un rischio elevatissimo di malattie e morte.

    Le cause sono note e documentate: il blocco degli aiuti, la distruzione dei servizi essenziali, gli sfollamenti continui.

    La restrizione (solo parzialmente attenuata) all’ingresso e alla distribuzione degli aiuti umanitari, il collasso del sistema sanitario e dei servizi idrici e igienici, insieme alla fame, aumentano il rischio di epidemie e aggravano ulteriormente la malnutrizione.

    Le immagini dei festeggiamenti a Gaza — diffuse il 9 e 10 ottobre 2025 dopo l’annuncio del cessate il fuoco tra Israele e Hamas — sono reali: mostrano folle in festa a Nuseirat, Deir al-Balah e Gaza City, con bambini che corrono, fuochi d’artificio e bandiere palestinesi.

    Ma rappresentano solo una parte della popolazione: gruppi urbani in aree accessibili, non i 2,3 milioni di abitanti (di cui 1,9 milioni sfollati). Chi festeggia può aver ricevuto aiuti recenti o conservato riserve; altrove, soprattutto nei campi profughi del nord, la fame continua.

    Usare le immagini di un gruppo di persone per negare una crisi alimentare complessa e documentata da organizzazioni internazionali significa sostituire l’analisi con l’aneddoto, la realtà con l’apparenza.

  • Francesca Albanese e Liliana Segre

    Francesca Albanese e Liliana Segre

    Sul genocidio di Gaza, la differenza sostanziale tra Francesca Albanese e Liliana Segre consiste in questo.

    Francesca Albanese si misura con la definizione giuridica di genocidio. Quella stabilita il 9 dicembre 1948 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nella Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio, redatta con il contributo di Raphael Lemkin.

    L’articolo II della Convenzione definisce il genocidio come uno dei seguenti atti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso:

    (a) uccisione di membri del gruppo;
    (b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo;
    (c) il sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocarne la distruzione fisica totale o parziale;
    (d) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo;
    (e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro.

    Sulla base di questa definizione, è possibile chiedersi quale di questi atti non rientri nelle azioni militari israeliane a Gaza. I negatori del genocidio, infatti, non contestano i fatti, ma l’“intenzione”: è su questo punto che concentrano le loro argomentazioni.

    Liliana Segre, testimone della Shoah e senatrice a vita, pur riconoscendo la gravità dell’offensiva israeliana – che definisce in termini di crimini di guerra e crimini contro l’umanità – rifiuta il termine genocidio, perché fa riferimento a una definizione più estrema e personale del concetto.

    Secondo Segre, i due elementi essenziali del genocidio sono:

    • la pianificazione dell’eliminazione totale, almeno nelle intenzioni, di un gruppo etnico o sociale;
    • l’assenza di un rapporto funzionale con una guerra: il genocidio non è un effetto collaterale di un conflitto, ma un fine in sé.

    Chi ha ragione? Sul piano giuridico, Francesca Albanese: la Corte internazionale di giustizia si fonda sulla definizione dell’ONU.
    Sul piano politico e storico, però, ogni definizione resta legittima. Liliana Segre può sostenere la sua, che identifica il genocidio con la Shoah — di cui è testimone diretta —, anche se non può essere considerata un’autorità assoluta nel decidere cosa sia o non sia un genocidio.

    Agli eredi politici delle leggi razziali e dei repubblichini di Salò — oggi pronti a strumentalizzare Liliana Segre per negare il genocidio di Gaza — va ricordato che la senatrice, nella sua intervista a Repubblica del 2 agosto 2025, ha dichiarato:

    “Quando si affama una popolazione il rischio di arrivare all’indicibile esiste. Vederlo fare da Israele è straziante.”

    E già nel colloquio con il Corriere della Sera del 5 maggio 2025 aveva aggiunto:

    “Trovo mostruoso il fanatismo teocratico e sanguinario di Hamas (…). Ma sento anche una profonda repulsione verso il governo di Benjamin Netanyahu e verso la destra estremista, iper-nazionalista e con componenti fascistoidi e razziste al potere oggi in Israele (…). La guerra a Gaza ha avuto connotati di ferocia inaccettabili e non è stata condotta secondo i principi umanitari e di rispetto del diritto internazionale che dovrebbero guidare Israele.”